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Ginevra Nervi, ha dominato il palco della Parade Électronique, nella sua penultima serata, venerdì 26 novembre. Temperamento, esplorazione e immaginaria inconsapevolezza sono gli ingredienti di un’intimità creativa che si mostra alternando timidezza e irruenza.

Nel momento in cui il live finisce e le luci si riaccendono, raggiungo Ginevra Nervi dietro le quinte della Parade Électronique , tra quadri e costumi di scena per scoprire quali sono gli impulsi artistici che muovono la sua ricerca musicale.

Ginevra ha una sola consapevolezza, l’inconsapevolezza, e forse è proprio questo che distingue la sua musica; da una parte un processo puramente tecnico e dall’altra un processo emotivo-sentimentale che generano una particolare, determinante immaginazione creatrice.

Ginevra ha una personalità dalla quiete surreale, composta nella maniera più scomposta; limpida nella cucitura di un linguaggio musicale che si ritorce e si moltiplica.

Produttrice, compositrice e cantautrice, ha fatto del suono un contenitore di sfumature tanto da offrigli una corporeità, la sua.

L’ importanza della parola, per Ginevra, semplifica connessioni temporalmente creative e temporalmente percettive in una performance dal carattere etico e stilisticamente sofisticato; mai stonata e mai disordinata perché il disordine è un gioco di apparenze tra l’immagine e l’istintività del suono.

La dimensione teatrale abbraccia l’intimità di Ginevra Nervi. Lei al centro della scena sembra dare vita ad una narrazione musicale che ascolteresti fino all’infinito. Una personalità artistica, tra sintesi e sproloqui, che racconta se stessa, uguale e diversa.

Ginevra, sai di avere una grande presenza scenica?

In realtà devo dirti che sulla presenza scenica ho lavorato molto all’inizio ma poi ho deciso di non lavorarci più, perché nella vita io non sono una persona timida, sul palco, invece, prevale il mio lato più introspettivo.

Un po’ il contrario di quello che solitamente avviene?

Esattamente, faccio molta fatica ad avere un contatto diretto con il pubblico; è come se sprofondassi in una bolla unicamente insieme al suono, e ti dirò a volte convivo con tutto questo come se fosse quasi un mio handicap, vorrei riuscire ad avere il contatto visivo con il mio ascoltatore, nei pezzi cantati mi viene leggermente più naturale, ma è quasi come se appena me ne accorgo riemergesse quella timidezza iniziale. Forse questo è anche uno dei motivi per cui ho scelto di unire tutta la tracklist del disco, la continuità mi aiuta a mantenere l’aria in questa bolla.

 

Sembra quasi ci sia una dimensione di studio teatrale, appare tutto molto centrato

Sono tanti anni che faccio palchi, sono stata ferma per tanto tempo, ma ho iniziato a suonare dal vivo da quando avevo 15 anni, con le mie prime band facevo punk-rock. Ecco sì, il mio inizio può decidersi con il mio approccio a tutta la scena underground e punk.

Nata a Genova, ascoltandoti ho avuto l’impressione che il tuo paesaggio sonoro asservisse tra accoglienza e difesa, un po’ forse come l’identità di una città di mare che da sempre rappresenta, storicamente, un punto di scambio e di apertura verso il nuovo. Nella tua musica emerge questa alternanza tra difesa e accoglienza attraverso un ritmo dinamico come fosse una marcia, come se andassi incontro per poi indietreggiare e ancora incontro.

In realtà hai centrato il punto. Ti ringrazio! A volte penso non riesca in una percezione così chiara, forse perché ha le dimensioni di un flusso musicale. In questo ultimo mio lavoro “ The Disorder Of Appearances” ho messo tutto questo. È un disco che nasce come una macro improvvisazione, la dinamica è esattamente quella che hai colto, quella dell’attacco per poi indietreggiare.

In realtà ho capito solo dopo che quanto emesso attraverso l’impulso del suono era il riflesso di mie gesti che stavo facendo volontariamente durante l’improvvisazione avvenuta in studio mentre registravo; fa anche parte del mio carattere, mi piace pensare che quello che porto sul palco sia senza filtri, questo mi concede di non avere pretese nel riuscire a far arrivare la mia concezione artistica a tutti, non solo perché non è nei miei interessi ma anche perché sono una grandissima sostenitrice della diversità.

L’essere diversi forse è la cosa che davvero più mi affascina e la rispetto anche nei gusti e nei possibili interessi oltre che nei lati caratteriali che fanno una persona tale.

Vale anche per te stessa, Ginevra?

Stavo per dire proprio questo, vale innanzitutto per me stessa. Non tutto quello che produco mi piace, una visione auto critica può essere davvero il conduttore e l’impulso nel creare cose belle. Ogni giorno butto via tantissima musica, ed è giusto così, ho un’affezione nei confronti della mia musica ma a volte anche un’antipatia.

Antipatia, forse perché essendo un lavoro quotidiano, può essere che tu lo avverta come un sistema creativo fin troppo meccanico?

Sì, soprattutto in alcune fasi creative. Scrivendo tanto anche per il cinema, il mio impegno di scrittura è molto più massiccio e intenso, ecco è quasi inevitabile sentirsi esageratamente pieni e l’unica necessità è quella del silenzio. Per me il silenzio è importantissimo, è sicuramente il mio punto di partenza prima ancora dell’approccio verso qualsiasi tipo di progetto.

Nell’insieme è tutto molto divertente, mi piace essere selettiva, anche quest’ultimo disco rispetto alla versione originariamente primaria l’ho snellito molto. In un primo ascolto, nella fase post-produzione, ho avvertito un fastidio per la mancanza concettuale e sequenziale che mancava, magari qualche brano apparteneva più ad un mio lavoro passato, qualcun altro l’ho tenuto da parte per un progetto futuro ritenendo che adesso abbiano linguaggi distanti rispetto a quella che sono in questo momento, per la mia contemporaneità.

Tante cose non le conservo neanche e butto direttamente, le rendo irrecuperabili, è un concetto che dovrebbe valere in qualsiasi contesto, la capacità di lasciar andare e dare spazio alle priorità del tempo in cui stanno avvenendo, un artista deve essere geloso del presente, di se stesso, e unicamente della propria immaginazione.

Ma tu, Ginevra, quanto sei coinvolta nella tua immaginazione? Quando hai capito come utilizzarla?

È una riflessione questa che non faccio spesso, però in realtà in alcuni momenti mi è capitato di sorprendermi, magari attraverso alcuni collegamenti tra la mia musica e altre forme d’arte creative, tutto questo ti permette di iniziare anche a scrivere tanto.

In questo disco ho inserito tante cose di me stessa di cui ho preso consapevolezza. Mentre scrivevo mi sono appassionata ad alcuni studi storici che sono stati fatti in fisica quantistica, leggendo alcuni testi, totalmente mossa da un interesse lontano da alcuna competenza in quanto arrivo da studi umanistici, mi sono talmente affascinata che hanno dato materia al mio progetto.

Sembrerà assurdo ma mi piace definirla sorpresa in un secondo tempo. Nei miei progetti da solista, mentre scrivo è difficile che abbia la consapevolezza di saper perfettamente cosa stia facendo, lo faccio apposta, a differenza di quando devo scrivere per le immagini, in questo caso devo affrontare con coscienza e lucidità cosa sto scrivendo.

Quindi è un’immaginazione consapevole e inconsapevole nello stesso tempo?

Esatto, l’inconsapevolezza l’associo soprattutto al mio inizio, il mio primissimo approccio con l’elettronica, non conoscevo assolutamente niente, non sapevo da dove iniziare, le apparecchiature da utilizzare e come utilizzarle. Oggi curo la parte tecnica, ma non sono ossessionata nei confronti della macchina con la quale mi esibisco. È un’esplorazione, mi piace molto questa parola, dici che può andare?

Direi di sì!

​Non voglio avere troppo controllo, la scoperta più bella è quella casuale nel momento in cui meno forse vorresti concederti, ad esempio la casualità può avvenire sul palco nel mentre dell’esibizione, non mi spaventa per nulla, se avviene significa che sto arrivando ad una scossa emotiva personale trasmettendola a chi mi sta ascoltando.

In ogni mio live cambio qualche sfumatura, tutto questo rigenera, rinfresca; risentirmi a live concluso è una grandissima scoperta che risiede in una conoscenza di un altro pezzo di me e spero continui così.

Mi piace pensare che la parte intoccabile sia solo la musica acusmatica, mi piace giocare con l’assenza fisica che non si annulla mai alla costanza del suono. Non penso troppo a quello che sta accadendo sul palco, perché mi assento, a volte temo in una perdita di memoria, e ti dirò non ricordo quasi nulla tranne quelle cose obbligate.

È pure vero che,  avendo moltissime sequenze, il computer mi aiuta tantissimo, riduce molto il mio set; se dovessi fare invece un lavoro di live più approfondito e intenso avrei bisogno di almeno tre colleghi che mi facciano da colonna portante.

Ti racconto questa: questa estate ho avuto una bellissima opportunità, essere direttrice artistica in una residenza in Puglia, lo scopo finale era fare la sonorizzazione di un film muto del cinema degli anni ’20, eravamo cinque artisti sul palco, precedentemente selezionati, ecco questa collaborazione è stata incredibile, è stato come  tornare un po’ indietro, come dicevo arrivo dal punk, conosco l’adrenalina di suonare con il supporto di una band, il gesto dell’improvvisazione e della jam… ma, in quanto al mio progetto musicale, stare in solitaria sul palco, è una scelta voluta e necessaria adesso per me.

… questo percorso dal punk all’elettronica è un percorso frequente, lo stesso Lorenzo Senni

Sì, verissimo! Sai oggi parlare di elettronica, in senso assoluto, significa sottovalutare tanto della musica. Mi piacerebbe parlare di elettronica legandola più ad una terminologia identificativa che te la presenta come quel processo sonoro che si serve di strumenti tecnologici ma entrando nel concreto è una sorgente che si approccia a quasi tutti i generi, è forse la base di un suono vergine. La brutalità del punk va d’accordissimo con l’elettronica, sono affini perché si costruiscono attraverso la sperimentazione.

Sei molto legata al cinema, moltissimi riconoscimenti. Questo sembra essere un momento in cui sta tornando la passione per la colonna sonora e gli indimenticabili Piero Piccioni o Stelvio Cipriani e chi per loro. Se ti dovessero proporre qualcosa da regista? Dare il suono ad un’immagine vuol dire già condurla.

Sì, ho avuto la fortuna di incontrare registi capaci di collaborare sensibilmente con il compositore, non solo italiani, ho lavorato con una ragazza messicana per un cortometraggio, mentre adesso con una regista brasiliana Cristiane Oliveira per il suo terzo film.

Il mondo del cinema è gigante, complicato ma molto attraente, è facile rendersi conto di quanto si possa dare o togliere rispetto alla pellicola. La scrittura per le immagini la definirei una co-regia, assolutamente. Avere l’assoluta direzione? Adesso non so se ne sarei in grado, per gioco lo farei, ma farei anche la scenografa o la costumista, la macchina cinema è incredibile, una fonte di ispirazione estrema, un ecosistema perfettamente calibrato, tra auto controllo ed empatia.

Sì, anche gestire la differenza del tempo cinematografico con il tempo reale.

Sì sì, una dimensione a se stante, come se fossi davvero dentro una camera nera dopo tutto si scollega con l’esterno. Un incastro perfetto, tecnico, dettagliato e puntuale.

E quindi il prossimo progetto che arriverà sarà per il cinema o per la musica?

Prima sicuramente il cinema, ti dico che inizio anno uscirà un bellissimo progetto cinematografico; sul versante musicale sto scrivendo molto, molte idee ma ancora è tutto in uno stato embrionale.

Grazie

 

 

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