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Parade Électronique procede con il suo programma e ritorna con due appuntamenti conclusivi l’ultimo weekend di novembre. Il filo conduttore è sempre la musica acusmatica, che scava nell’essenza elettronica determinando la sua contemporaneità nell’era digitale.

Parade Électronique, ideato da Walter Prati, musicista e compositore, quest’anno è dedicato a Pietro Grossi, pioniere dell’informatica musicale e dell’arte digitale. Nessuna geolocalizzazione artistica: l’artificio è osare senza rimarcare e fuoriuscire dai confini, senza eccessi creativi ma concentrandosi prevalentemente su una genialità esteticamente essenziale, che presenta il suono in tutte le sue metamorfosi e manipolazioni stilistiche.

A chiudere il sipario del teatro Arsenale saranno  STILL (Simone Trabucchi) e Jermay Michael Gabriel.

Ai due artisti, che si sono incontrati a Milano in un bar di Porta Venezia, è bastato poco per intendersi e riversare il loro estro artistico in un dinamismo creativo, improvviso e sorprendente. Un colpo di fulmine, il loro, che ha generato un rapporto linfatico, una osmosi creativa, un’evidente profonda sinergia.

Alla Parade Électronique, presentano la loro nuova creazione che, priva di una struttura predefinita, lascia spazio all’improvvisazione e ai toni temperati che sembrano cercare un dialogo spingendo verso riflessioni di carattere sociale e culturale.

In occasione dell’ultimo appuntamento della Parade Électronique li abbiamo incontrati:

Benvenuti ad entrambi su Parkett channel:

Una domanda per te Simone (Still). Il tuo progetto parte da molto lontano, il tuo stile artistico si è consolidato nel tempo attraverso una ricerca sonora che è progredita vestendo generi nuovi, diversamente fruibili fra loro. Oggi, se dovessi dare un parere personale su cosa conta nel mercato musicale, come risponderesti?

Molto sinceramente la mia curiosità non si è mai riversata troppo sul mercato musicale. Mi interessa portare sempre avanti la mia ricerca e trovare grammatiche che mi stimolino. Con il progetto “STILL ho sempre cercato di costruire un live che fosse energico; ora mi interessa sondare anche una dimensione più contemplativa che nel passato ho esplorato solo in minima parte.

Sul piano identificativo per quanto riguarda il concetto arte/musica, credi si stia intraprendendo un percorso in ascesa o si stiano facendo passi indietro?

Personalmente fatico a non pensare in modo interdisciplinare, non capisco proprio dove inizino certi confini, specialmente oggi. Detto questo, credo ci sia una tendenza che va in direzione opposta volta a semplificare, dettata probabilmente da una necessità legata alla sovrapproduzione e alle tecnologie. Le esperienze o finiscono dentro scatolette ben definite e rassicuranti oppure tendono a svanire, specialmente quelle legate alle identità complesse.

Benvenuto anche a te Jermay Michael Gabriel. Rivedendo i tuoi lavori, ho compreso quanto sia importante per te trasmettere un concetto sociale e culturale molto intenso, dimostrando un’apertura comunicativa verso forme ed espressioni artisticamente inclusive. Al momento tu vivi e lavori a Milano; pensi possa essere un contesto equo e gratificante per l’impegno che risiede nel tuo modo di fare arte?

Diciamo che non hai visto molto lontano nel senso della trasmissione di un concetto sociale culturale molto intenso; sì, c’è molto in quanto si parla di un’identità che facilmente riesce ad essere politica come quello dell’identità nera in Italia e l’esistenza di un panorama enorme, ancor prima del colonialismo legato a Mussolini o all’era di Giolitti, ma le persone nere in questo Paese hanno sempre fatto parte della sua storia da Venezia a Firenze, a Torino, Milano.

Diciamo che, sì, c’è sostanzialmente un’apertura comunicativa verso altre forme di espressione artistica perché, appunto, non essendo questa ricerca una ricerca unica e ghiacciata, non può essere spesso una sola forma ma ha diverse traiettorie e in questo caso le traiettorie non sono mai lineari, prendono forme, prendono direzioni completamente diverse. Diciamo che io non lavoro tanto sull’inclusività ma sull’auto inclusività, possibilità di auto includere le persone e rivedersi in determinate storie in determinate narrazioni.

Sì, al momento vivo a Milano e diciamo che questa è una domanda abbastanza difficile nel senso che tu mi chiedi se Milano possa essere un contesto equo e gratificante per il mio modo di fare arte. No, assolutamente no!

Penso sia spesso molto difficile, questo in genere per qualsiasi persona che intraprende questa strada, a maggior ragione per me perché comunque hai a che fare con un orgoglio italico bianco che è difficile da snodare e quindi con sé porta queste conseguenze.

E comunque ricordiamoci che io sono una persona nera, che sta parlando di colonialismo e dei ritagli di questo Paese; e ricordiamoci che la maggior parte della discussione sui retaggi coloniali in questo paese è stata sempre scaricata alla destra da parte della sinistra e non è mai stato riconosciuto, e quindi ovviamente è difficile per me.

È difficile trovare delle opportunità eque e gratificanti in questo contesto, spesso è faticoso, non lo nascondo. Ma mi piace e credo molto nell’impegno di ciò che faccio, seppur il contesto sociale sia ostile e indifferente, è come se avvertissi spesso un fastidio nel parlare di determinati argomenti perché avverti il pensiero che ti si riflette contro: tu non sei italiano e non sei bianco.

Sicuramente nel mio modo di fare arte c’è una forte rivendicazione e l’apposito utilizzo di tecniche o di strumenti che apparentemente possono essere violenti, come può essere spaccare un vetro o bruciare una foto coloniale, ma per me è sempre una riflessione sui processi che parlano della nostra società, del nostro tempo e dei nostri limiti.

Il vostro incontro ha dato vita a progetti stupendi, inediti, unici, “accendendo” affinità esclusive tra suono e arte, creando una particolare sinergia, direi simbiotica, interdipendente, complice. Com’ è nata tra di voi questa interconnessione artistica, qual è stato il punto di partenza e quale il momento in cui vi siete “riconosciuti”?

S: Ho conosciuto Jermay un pomeriggio al Rainbow Bar mentre stava avvenendo una perquisizione. Quando i “signori in divisa” sono andati via abbiamo iniziato a chiacchierare… pochi giorni dopo stavamo registrando i primi demo del disco che poi nel 2018 è uscito su PAN. Da quel momento abbiamo condiviso tantissime esperienze, discusso, litigato, discusso nuovamente e ora eccoci qui.

J: Sì, esatto. Ci siamo conosciuti in una situazione abbastanza critica [ride ndr]. Ero io che stavo discutendo molto carinamente con le forze dell’ordine.

Iniziando a parlare, ho scoperto l’impegno di Simone che in quel momento riguardava l’Etiopia, l’ultimo imperatore dell’Etiopia, figura su cui io stavo già pensando e lavorando; da qui l’intesa è stata immediata e tutto il resto è scritto dalla nostra collaborazione artistica.

Il Synth incontra il masenqo e l’ocarina e l’elettrico si intrecciano con un suono tradizionale. Il vostro sodalizio creativo tende ad una continua ripetizione che, però, innesca la sorpresa. Vorrei capire quanto sorprende voi stessi ogni volta?

S: Per quanto mi riguarda c’è una caratteristica nella tonalità naturale nella voce di Jermay che per qualche sconosciuto motivo si sposa bene con le linee di Synth su cui di solito lavoro; questo direi che è un fattore abbastanza importante e sorprendente.

I brani che presentiamo, al Parade Électronique, sono al 90% nuovi e per la maggior parte improvvisati, la speranza è che possano sorprendere soprattutto noi stessi durante l’esperienza del live.

Grazie

 

 

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