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Restart19 è l’esperimento condotto lo scorso 22 agosto per studiare in scala reale i rischi di contagio da COVID-19 in un concerto. I risultati sono stati pubblicati e offrono spunti interessanti.

Dallo scorso febbraio, quando l’annuncio della pandemia ha cambiato le nostre vite, ognuno di noi ha pensato con motivata preoccupazione a tutte le rinunce che da lì in poi avremmo dovuto fare in termini di piccole abitudini quotidiane, vita sociale, ecc.

Ebbene, man mano che la gravità della situazione si delineava, molto spesso si è letto su Parkett, sui social e sulle riviste di settore come il problema potesse affliggere il mondo della cultura inteso e non limitato al clubbingma comprendendo cinema, teatri, concerti e manifestazioni sportive in generale. In effetti a pensarci, chi di noi non rimpiange i festival durante i quali ci facevamo spazio tra la folla per vedere i nostri cantanti e artisti preferiti a pochi metri di distanza?

In agosto dei ricercatori in Germania hanno deciso di condurre un esperimento sull’impatto e sull’eventuale pericolosità di una grande manifestazione – MGE (Mass Gathering Event) – rispetto alla possibilità di innescare un focolaio epidemiologico tra i partecipanti. Il progetto di ricerca si chiama Restart19, acronimo di Risk prEdiction of indoor SporTs And cultuRe events for the Transmission of Covid-19, sviluppato da un pool di ricercatori dell’Università di Halle in Germania.

Il set up sperimentale prevedeva di riunire quattromila volontari e studiare diversi scenari al fine di valutare la diffusione dei droplet e gli aerosol durante il concerto di Tim Bendzko presso la Quarterback Immobilien Arena di Lipsia. Di volontari se ne sono presentati mille e quattrocento, ad ogni modo il team dei ricercatori ha sottoposto i partecipanti a tamponi nelle 48 ore precedenti per assicurarsi la negativtà degli stessi e porre la baseline del loro esperimento.
Vale la pena ricordare che durante gli esperimenti tutti i partecipanti indossassero una mascherina FFP2 KN 95.

Sono stati valutati tre scenari possibili: Il primo di tipo pre-pandemico, nel quale non erano previste restrizioni; il secondo che prevedeva restrizioni moderate (posti a sedere a scacchiera) ed il terzo che prevedeva restrizioni maggiori con 1.5 metri di distanza tra una coppia e l’altra di posti a sedere.

All’interno di questi tre scenari si valutano le dinamiche di ingresso, esecuzione della prima parte del concerto, pausa con dislocazione verso i bar, esecuzione della seconda parte del concerto. Ogni partecipante è dotato di un dispositivo di contact tracing che definisce come contatto effettivo il contatto tra partecipanti rimasti a meno di 1.5 m per almeno 10 secondi di tempo.

Le prime osservazioni si sono concentrate sui contatti e le restrizioni: molti contatti sono “scattati” durante le prime due fasi e i contatti in fase di uscita dal locale. Durante le pause intermedie, invece, sono stati riscontrati molti contatti prolungati (oltre 15 minuti).  Il risultato dimostra che in generale i numeri dei contatti prolungati durante un concerto è relativamente basso e che possono essere mitigati dalle norme igieniche iniziali.

La seconda fase dell’esperimento, la più importante, ha coinvolto anche i sistemi di ventilazione dell’arena: si sa che un punto cruciale per la diffusione degli aerosol è quella dell’area ‘stagnante’ all’interno di una stanza, ufficio, ecc. In particolare si analizzano le ipotesi di ventilazione diretta e quella di aspirazione verso il soffitto. Entrambe sono servite per costruire un modello fluidodinamico del volume interessato all’evento e le relative condizioni al contorno.

Nel primo caso si riscontra come la ventilazione diretta favorisca il flusso laterale rispetto al palco e alla platea e di come, proseguendo verso il soffitto, permetta un rinnovo efficace del flusso di aria. In particolare questa tecnica permette la riduzione diretta degli aerosol. Nel secondo caso invece, la creazione di vortici verso l’interno fa sì che molte più persone siano esposte alla circolazione dell’aria aumentando i rischi di contatto verso particelle infette. Per maggiori dettagli sulla ricerca e i suoi risultati è disponibile il paper online, ma le conclusioni generali destano maggiore interesse.

Il direttore di ricerca, Dr Stefan Moitz, annuncia che Restart19 è una ricerca di vero successo in quanto la frequenza dei contatti all’interno di un evento non coinvolge tutti i partecipanti. Moitz punta il dito sull’importanza di condurre certi eventi in condizioni assolutamente controllate durante una pandemia: per abbassare il rischio di infezioni è importante che il luogo disponga di un buon impianto di ventilazione che permetta un continuo ricambio di aria.

Ovviamente queste misure tecnologiche non varrebbero a nulla senza quelle già in atto: mascherine obbligatoria e continua sanificazione di mani e superfici. L’importanza di tenere bassi i contatti a rischio sta anche in un’organizzazione quasi certosina delle aree di ingresso e transito e delle zone ristoro, che ricordiamo bene essere punti di forte assembramento.

Di certo i risultati di Restart19 non danno la chiave di volta per risolvere il problema ma aiutano a trarre alcuni spunti interessanti. Fermo restando che dovremo convivere ancora per altri mesi con questa condizione, non possiamo porci nella zona di comfort per la quale seguita l’approvazione e distribuzione del vaccino potremo riprendere tutto come prima.

I risultati di Restart19 devono farci capire che abbiamo noi in primo luogo una responsabilità sociale verso il problema ed in secondo luogo che la cultura, traino di molte economie internazionali, non può arrestarsi. Risultati simili possono aiutare il comparto dello spettacolo, della musica e delle arti a pensare a come riaprire in sicurezza gli eventi al pubblico evitando la confusione e smarrimento che hanno caratterizzato alcune riaperture avvenute l’estate scorsa.

Non è solamente una questione economica e lavorativa ma anche identitaria. Noi siamo la nostra cultura e non possiamo perderla. Per questa ragione, Restart19 deve darci delle idee per reagire opportunamente e in modo conveniente al problema per poter tornare a rivivere, seppur in modo diverso, le esperienze che ci hanno formato e hanno finora caratterizzato la nostra esistenza.