fifty six + = sixty four

Si chiama Self Mythology ed è l’ultima fatica dell’italianissimo Lucy: è un LP di 8 tracce (composto da due dischi in vinile) che uscirà domani, 6 Maggio 2016 per Stroboscopic Artefacts, label di proprietà dello stesso Lucy. La release completa una trilogia iniziata con Wordplay for Working Bees e continuata con Churches, Schools and Guns, e lo fa distaccandosi completamente dai ritmi più ballabili espressi in alcune parti dei primi due LP per dare ampio sfoggio di sonorità ambient e sperimentali.

SELF MYTHOLOGY

L’opener di Self Mythology, Baba Yaga’s Hut, è un viaggio nelle dissonanze più assolute, dove la fanno da padrone distorsioni acute al limite dell’acufene e suoni acidi, il tutto scandito da un alternanza kick, hi-hat che sembra voler scandire il battito del cuore dell’ascoltatore, il senso di inquietudine è il filo emotivo che lega quest’opening. La seconda traccia di Self Mythology, Dissonance Emancipation, già dal titolo sembra voler seguire le orme della prima, alla quale sicuramente si lega in maniera più che egregia, sia a livello sonoro, dove il ruolo affidato in precedenza all’alternanza tra kick e hi-hat è ora a solo appannaggio del basso.

Il risultato è una traccia che completa l’opening e ci porta in una dimensione più concitata, intensa e intrisa di sound che dal cupo sembrano quasi scendere nell’esoterico, uno su tutti il vocal: distorto, oscuro, centellinato per un risultato ottimo che ci porta fino al finale di traccia, dove l’arpeggio ci delizia con ultimo giro che ci regala una tranquillità quasi inaspettata. Tranquillità che viene spazzata via dall’apertura di Vibrations of a Circular Membrane, traccia che presta il fianco agli amanti delle percussioni naturali e dei suoni più afro mantenendo però le atmosfere dark che contraddistinguono tutto la prima parte del disco.

A Selfless Act si apre invece con una chitarra che rintocca qualche nota e si spegne in un crescendo che, in poco più di due minuti spacca in due il disco per esprimerne al massimo il lato introspettivo. Sorte simile quella dell’ultima traccia del primo vinile, Meetings With Remarkable Entitites, che sembra voler esprimere al massimo il lato sperimentale di questo album, con suoni che ancora una volta si affacciano sull’acid ma volti ad un atmosfera cosmica.

L’opener del secondo vinile che compone Self Mythology, A Millenaia Old Adversary, ci riporta ai suoni afro di A Selfless Act visti però in una chiave ancora più cupa e tetra della traccia precedente, i bassi e il flauto, insieme ai vocal ancora una volta accennati e dal tratto quasi messale ci consegnano uno climax sonoro e di emozioni.

She-Wolf Night Mourning si apre invece con atmosfere più astrali e e suoni decisamente più elettronici, ma non per questo meno evocativi. L’ultima parte di Self Mythology si apre con Samsara, una traccia ancora una volta dalle forti influenze afro, guidata da un flauto iniziale che dopo alcuni minuti lascia spazio ad uno splendido synth in grado di rapire l’ascoltatore, consegnandoci sicuramente uno dei pezzi migliori del disco, che si svolge tutto con la rincorsa di questo synth che si completa solo nel finale di traccia.

L’outro di Self Mythology è invece un ennesimo esercizio di sperimentazione sonora, che riesce però a chiudere bene il cerchio del disco, mantenendo quella lentezza generale e quel senso di inquietudine che hanno ricalcato tutto il disco. In generale questo lavoro di Lucy è una release interessante, sopratutto perchè è intrisa di suoni quantomeno non convenzionali. La caratteristica è quella di far sembrare le tracce che compongono Self Mythology quasi scollegate, di non lasciare un’impronta definita all’ascolto ma un insieme di sensazioni, più o meno forti. Un disco estremamente di nicchia, molto celebrale e poco di pancia.

Self Mythology rimane di pregevolissima fattura: A Sefless Act e Samsara risultano i picchi massimi di un disco che ci consegna un artista rinnovato, evoluto, forse più serio, che si allontana dalla bassline violenta dei primi due LP per avvicinarsi a sonorità più afro, molto lontane dal dancefloor e dalle ritmiche a cui eravamo abituati, e ad ambienti a tratti spaziali e a tratti esoterici, per un Lucy più che mai ambient e più che mai innovatore di se stesso (LEGGI ANCHE: ‘La techno italiana e il nostro orgoglio).

Franco Amadio