Trap, Skrt skrt e autotune alla spaghetti e mandolino, vuoi in un modo o vuoi per l’altro, non ci hanno mai potuto veramente lasciare indifferenti.

Del resto, si potrebbe forse ignorare una così feroce omogeneizzazione di gusti, pratiche e attitudini di intere generazioni 2.0, zoccolo duro della rete come la conosciamo oggi?

Dal 2015, data cui riconduciamo la nascita di quella che poi è veramente venuta a consolidarsi come “una scena Trap italiana”, di articoli che indagassero il fenomeno da un punto di vista critico ed oggettivo (nei limiti anche delle percezioni e dei gusti dei singoli autori) ne sono stati stilati a decine, molti dei quali aspri e discordanti tra loro; nella piena parte ascendente di una metaforica curva di popolarità del fenomeno, sembrava che esistesse una qualche sorta di gara tra chi riuscisse ad inquadrarne meglio la natura più intima ed essenziale pregiandosi così del merito di esser riusciti a decretare un definitivo bollino su origini, espressioni, significati e qualunque altra sorta di immaginario ad esso orbitante. Il risultato di tutto questo, altro non ha fatto che ingrandire la bolla ingegnando quel logico meccanismo per cui più se ne parla, più se ne continuerà a parlare.

Ecco che, prima hanno provato a dirci “quello cui stiamo assistendo è un sottoprodotto della cultura a stelle e strisce dell’ultimo decennio”, poi si è arrivati ad affermare “è un derivato tutto europeo e trae la sua tipica matrice dall’anima del rap underground francese”, qualcun’ altro contemporaneamente ha azzardato “è certamente europeo sicché una lontana e indiretta costola della Dubstep anglosassone ma contemporanea all’EDM vendibile dall’industria musicale elettronica statunitense, di fatto allora è qui che ne dovete rintracciare le fondamenta”, in pratica, un bibitone proteico facilmente digeribile dal nuovo mercato di riferimento, particolarmente ricettivo di sonorità sempre più scomposte, chiassose e brute.

Insomma, si è assistito ad un’escalation di dizioni e sotto-dizioni dove ogni sforzo di provar a far conciliare le differenzi posizioni, molte volte è risultato inutilmente forzato se non addirittura ancora più forviante, dunque controproducente.

Il coefficiente di comicità espresso da tutta questa esasperata “Ricerca della Verità” si innalza considerevolmente se teniamo conto del fatto che, paradossalmente, hanno ragione tutti, ma proprio tutti! Queste estremizzazioni col tempo sono andate a rivelarsi molto più effimere di quanto potessero essere percepite nella genesi rilevando nel fenomeno una così considerevole confluenza di tradizioni, stili e generali backgrounds che, perimetrare un unico incipit si sarebbe dimostrato limitativo e limitante in virtù degli stessi scopi dell’analisi globalmente interpretata.

In tutto ciò, come se il discorso non fosse già abbastanza complesso e dispersivo da sé, è emerso con incredibile impeto un secondo brutale tema di dibattito che ha letteralmente surclassato i quesiti sottoposti dal precedente ma inglobandoli nel tessuto di una più ampia tela: se solo classificarne la natura lasciò i segni di uno scontro, questo è nulla rispetto quello che successe quando militanti e fanatici di quella che è passata alle cronache quale la “Golden Age” dell’Hip Hop italiano hanno voluto prendere voce sul capitolo; ripercorrendo il Dove, Quando e Perché (per quanto si possa essere giunti ad un punto d’accordo comune e condiviso) costoro hanno inaugurato una sfrenata campagna condotta in nome di una personale rivendicazioni culturale, reclamando una sostanziale differenza ideologica tra i contenuti primordiali del “loro” movimento e la spiccata insipidità di quello attuale e dominante, accusando in ultimo quest’ultimi esponenti di esser figli di un successo costruito a partire da un piano puramente mediatico seguendo delle logiche che facessero affidamento a delle semplicissime “strategie di marketing, views & share” ma sfuggendo da qualunque effettivo merito.

Le posizioni moderate dall’una e dall’altra sponda sono rare (prendendo come riferimento la sola fan base), esistono sicuramente, ma sono per lo più marginali e ininfluenti considerando una qualche sorta di percentuale assoluta. Dal canto loro i primi rimproverano un’esasperata radicalizzazione a tempi certamente esistiti, ma ormai andati; invitando ad un rinnovamento del proprio profilo, esortano parallelamente al superamento di un piano (certamente) consolidato e inneggiando fedeli ad una sicurezza che risuona del tipo “Non sono più gli anni ‘90…”.

Ora, se le precedenti generazioni debbano effettivamente rassegnarsi e riconoscere nella loro definizione dei fatti una distorsione interpretativa frutto di una qualche nostalgica malinconia, non è dato di fatto, non è da accertare clinicamente e non è certo onere e/o dovere di nostra competenza; un dato tuttavia è di preoccupante verità: la Trap, addobbata delle vesti con cui ha deciso di sfilare da due anni a questa parte, è un prodotto culturale deviato, a tratti sicuramente anche malsano, sterile da qualunque dottrina di interesse non per forza “umanistico” ma per lo meno critico e riflessivo, anche nel raccontare della tragedia e del dramma quotidiano.

Fino a quando i su citati testi si limiteranno ad elencare in successione troie, grammi e fanta-milioni replicando la stessa cadenza gestuale, attitudinale ed allusiva, senza che paradossalmente esista un’effettiva presa di coscienza “costruttiva e significativa” sulle trattazioni affrontate (chi l’ha detto che non si possa parlare di troie, grammi e milioni anche mettendo su un discorso socialmente condivisibile, analitico ed emotivamente positivo?!) vien da sé che è preferibile il ricordo dei tempi che furono piuttosto che identificarsi con un’attuale corrente di pseudo-nosense ingiustificato.

Più che Alieni, costoro, nel protagonismo di questo ennesimo ciclo temporale, fanno solo le veci di vecchie e dimenticate comparse sceniche quali Finley e Dari con l’unica differenza che cinte borchiate e Vans a scacchi si sono viste sostituire da bandane e visiere a becco.

Il riferimento a quell’allegra e innocua  parentesi (per dimensioni e portata) di emo-punk italiano a ridosso dell’epoca musicale più trash della nostra tradizione non è assolutamente casuale, per alcuni il motivo sarà già intuitivo, per gli altri ci arriviamo insieme a brevi passi.

Quante meteore avete visto passare per tutta la vostra adolescenza? Personalmente, le dita di due mani non sarebbero sufficienti a tenerle in conto tutte; che cosa hanno in comune tra di loro i vari Sugarfree, Sonohra, Luca Di Risio, Fabrizio Moro e moltissimi altri ancora? Sono fenomeni Pop che, sbancate le classifiche (mai oltre quelle nazionali) per cicli non più lunghi di due anni, con la stessa velocità con cui si sono ritrovati davanti i palchi delle maggiori piazze italiane, sono immediatamente spariti. L’industria musicale in quegli anni evolse con ritmi incalzanti; le varie realtà quali, ad esempio, TRL (Total Request Live, live show pomeridiano di MTV, ricordate?) e All Music, una volta perso lo scettro che ne decretava il monopolio sulla canalizzazione di materiale discografico, si sono portate giù con loro una stragrandissima maggioranza dei volti nazionali associati; al loro posto subentrarono i Talent Show, prodotti televisivi talmente ben congegnati da un punto di vista scenografico, tanto da non poter non risultare appetibili a quel pubblico che poi si dimostrò (e si sta continuando a dimostrare) goloso di quella formula. I volti tra le classifiche di iTunes sono passati in prestito (o condivisione, dipende dai casi) dal palinsesto televisivo di prima serata.

Il fenomeno, potendo contare sulla potentissima comunicazione emotiva e sul chiaro effetto che questa potrebbe suscitare (una leva che solo il Festival di Sanremo è riuscito a detenere e sfruttare prima del Talent-avvento) influenzò così a fondo le formule del mercato musicale e dello show business televisivo italiano tanto da inficiarne la struttura e ricalibrandone le più consolidate regole di funzionamento, o se preferite, quelle del successo stesso. Le conseguenze, agli occhi degli addetti del settore, furono immediate e piuttosto evidenti: i più autorevoli discografici italiani si accorsero subito del cambio di trend intitolando quel capitolo come un trionfo dell’immagine sul contenuto; una dicitura che potrebbe prestarsi a testata nel quadro della nostra analisi.

Riflettendoci un attimo è proprio così: se le Trap Star nostrane vantano il successo che effettivamente hanno riscosso nel giro di brevissimo tempo una volta approdate sotto i grandi riflettori di YouTube, è prima di tutto grazie al massiccio contorno extra-testuale; gran parte del merito va accreditato al lavoro dietro i video clip, nella loro breve durata veri e propri cortometraggi Hollywoodiani. I flaconi di Codeina, la Sprite, il Football wear, le autovetture a sei cifre, l’erba in quantità industriale e griffe per ogni dove, fanno il conseguente resto dell’opera impregnando parallelamente di contenuti e significati i testi stessi, liriche che a questo punto assurgono a solo riflesso di quanto ribadito e professato visivamente: è una traversata di simboli e suggestioni che ha del geniale nella sua forma, ma del ridicolo, se non addirittura discriminante, misogino e sessista, nel suo contenuto.

Tuttavia, proprio per questo viene da chiedersi: che prospettive di vita ha qualunque espressione che fa della sola presenza scenica il suo unico vero punto di forza? È certamente bassa, se non addirittura bassissima; quando si esaurirà qualunque entusiasmo dietro questo corpus di elementi tipici e distintivi (e potete scommetterci che questo succederà!) scadrà conseguentemente anche l’hype annesso e conseguente.

Ogni giorno YouTube propone un nuovo personaggio che, una volta scelto il suo disagio preferito da quartiere, ci intona sopra più Skrt Skrt e più SQUAD di chiunque altro venuto prima di lui, ma nel suo generale fomento non si rende conto di essere solo l’ultimo di una serie di automi omologati alle ridicole mode del Trap Game (nel vestiario e nei movimenti) con la pretesa di essere più incazzato col mondo e con la Pula del precedente. Del resto, come recita una tra le tante vecchie saggezze popolari della rete, “fare Rap, non è obbligatorio”, figuriamoci se si parla di Trap, un’identità che i paladini 2.0 del genere tengono a distinguere con certo vigore e carattere dalla precedente, ad intendere “noi siamo un’altra cosa”.

Ribadiamo allora lo stesso quesito sotto altre spoglie: che prospettive di vita ha qualunque espressione che, nelle sue singole manifestazioni, dimostra un coefficiente di innovazione pari a 0? Un’unilateralità del tipo, implica ed è a sua volta implicata da uno statico immobilismo che non può che nuocere a qualunque corrente espressiva si professi, indipendentemente da quale essa sia; non esiste arte che, definendosi tale, abbia conservato nella sua esistenza un così rigido status quo.

Se è vero che dobbiamo intendere la Trap come genere a sé stante e non come ultima fase evolutiva del Rap, allora è allo stesso modo vero che è un genere già morto. Si potrebbe accettare il fatto che sia solo l’ultimo nella catena evolutiva, o meglio, nell’albero dei generi contemporanei (sui dubbi gusti o meno, questo è soggettivo) ma non dicasi che è un genere esso stesso in evoluzione dal suo interno, non in Italia, non qui: dove esiste un Copia-Incolla, dove non esiste un riciclo creativo, dove (ce se lo conceda) non vi è nemmeno chissà quale astrusa ricerca; non vi è semplicemente futuro, ecco perché è una scena destinata a morire portandosi dietro tutto quell’immaginario emerso ai suoi piedi.

Avrete notato che nessuno si cura più delle classifiche annuali di DJ MAG oltre DJ Mag? Questo perché abbiamo semplicemente realizzato l’equazione che c’è dietro, i meccanismi che portano nomi di cui mai avremmo saputo l’esistenza all’interno di quella list; fino a qualche anno fa poteva ancora raccogliere interesse sperando magari in un’improbabile inversione di marcia, questo non è mai successo e si è perso ogni ragione d’indagine a riguardo, per lo meno tra chi è “attento e saggio”: la replica di uno scenario già visto, dettato per altro da leggi risapute a tutti, suscitò dapprima più di qualche sdegno per poi passare con facilità ad una pacifica “indifferenza” mai così evidente come nell’ultimo anno.

Stesso caso per l’EDM: qualcuno ha recentemente letto/saputo/appreso di nuovi sconvolgenti dichiarazioni su questo mostro da 6 Miliardi che abbiamo imparato a conoscere negli anni? È lecito dubitarne fortemente; quella “bolla speculativa” che in tanti hanno predetto (tra i quali, a titolo informativo, Deadmau5 e Fatboy Slim) resasi conto delle sue “mortali” dimensioni ha rivisto le leggi che ne decidevano il governo lasciando quel mercato a metà di una generale anarchia e un proseguo tracciato ancora (ma chissà per quanto) dal successo raccolto nel tempo.

Possiamo riportare ancora un esempio, molto più recente e allo stesso modo significativo: se da un lato abbiamo iniziato a parlare con un certo eccitamento della rapidissima ascesa di una così formalmente detta “scena rumena”, conseguentemente, dietro un brevissimo ritardo temporale, ancora più grande euforia collettiva  è venutasi a palesare dietro la proposta di abolizione del genere Tech House, topic “caldissimo” in rete qualche settimana fa e accolto in un misto di incredula curiosità (qualcuno la prese piuttosto sul personale, primi tra tutti proprio coloro che reggevano la propria programmazione stagionale su artisti del genere, casualmente).

Tutto questo è semplicemente sintomo che, al di là di coriandoli, CO2, schiuma, maschere e fuochi d’artificio è troppo facile perdere qualunque coinvolgimento emotivo se non esiste una sotto e una sovrastruttura mutevole capace di interpretare e prevenire non tanto la futura direzione dei gusti, quanto piuttosto la fecondità delle infinite nuove possibilità proposte dai mezzi attuali di comunicazione (meglio ancora, di espressione) in ambito mondano e perché no artistico.

Le breve considerazioni appena concluse fanno tutte parte dell’analitico schema che stiamo cercando di impostare, che questo infatti sia il “Trap momento” nessuno lo mette in dubbio, anzi, saremmo folli a discordare da ciò; promoter e fashion brand si sono immediatamente catapultati non appena hanno visto l’occasione, ma saremmo altrettanto folli se riconoscessimo con la stessa sicurezza una prosperità futura.

Curioso sarebbe indagare anche le reazioni manifestate da un pubblico estero (utenza tra l’altro completamente sterile e impermeabile da qualunque diatriba animata dallo spirito Ieri VS Oggi) qualora qualcuno se ne fosse mai interessato.

Per la verità è successo, anche in maniera piuttosto impattante contando che la conoscenza media della musica italiana oltre Alpi a livello popolare si è sempre fermata a “’O sole Mio”. Tra quel grandissimo palcoscenico intitolato YouTube, non è assolutamente difficile imbattersi in una lunga serie di video-reactions caricati da utenti stranieri, generalmente provenienti dalla terra di sua Maestà, la maggior parte dei quali tutti superentusiasti di questo “piccolo” panorama tricolore.

Se la chiudessimo qui, sembrerebbe che un prodotto autoctono (per quanto esso effettivamente autoctono non sia) passi molto più per apprezzabile in Inghilterra piuttosto di quanto lo sia in Italia, ma spostando la lente un po’ più in la e mirandola in prossimità oltre dell’Atlantico le prospettive cambiano drasticamente; il popolo stelle e strisce infatti non si è assolutamente dimostrato benevolo e ricettivo allo stesso modo e le considerazioni che fuoriescono tra Blog indipendenti e altri simil-portali sono sprezzanti prese per il culo aggrappate al più tipico immaginario stereotipato: si passa da un diplomatico “I personally don’t like it, as I’ve always listened to american trap and this sounds like a pale imitation to me” a monumentali perculate quali “my favourite Italian trap artist is Lil Spaghetti” per non dire vere e proprie palle 8 in buca come “I work in the trap, we make pizza / Our women got hair to they feet-za / All rich Italians move to New York / If you still in Italy then you broke”.

Piuttosto palese dunque è il fatto che di prendere la cosa seriamente non se ne parla affatto, anzi. “Vabbé, il solito egocentrismo tutto americano, classico spirito cazzone e superficiale” starete pensando…beh non proprio; se fosse così le stesse identiche reazioni sarebbero dovute sorgere all’immediata costatazione di una “rising scene” dello stesso identico genere ma made in Corea (partite da Keith Ape’s e poi proseguite a scendere per farvi l’idea), una realtà che ha completamente rimischiato le carte delle scene statunitensi stesse (mediatiche e “reali”) contro ogni possibile previsione. Questo sottile accanimento si rese evidente e risonante quando una celebre “Trap Gang” italiana venne selezionata dalla Nike quale sponsor ufficiale della nuova collezione, scelta non proprio felice considerando l’assoluto spirito di ilarità con cui la campagna venne recepita dal target “obbiettivo” di mercato prestabilito dai responsabili aziendali; un piano promozionale passato all’attenzione del pubblico più per la barzelletta cui assomigliavano i suoi protagonisti che per i prodotti in sé.

Che i nostri Trap Paladini risultino allora davvero una così becera e spiccia presa per il culo? Si, forse il discorso è anche più complesso di come sembra, proviamo a rifletterci un attimo.
Non sembra anche a voi che un qualunque testo del caso indagato, sia associabile più che altro ad un banale contenuto virale per l’incredibile facilità di assimilazione al pari di un monologo di Er Faina? C’è veramente differenza tra i nostri protagonisti sottintesi e un Bello Figo Gu o un “saluda Andonio”? Non è che forse-forse, sta cosa della Trap (e relativi messaggi veicolati) la stiamo interpretando come effettivamente non è? Se fosse semplicemente un prodotto di Internet al pari di “Andiamo a comandare”, è lecito ammettere che effettivamente stiamo sbagliando qualcosa in termini di giudizio e parafrasi regalando a questa roba più importanza di quanta potrebbe lecitamente aspettarsi e richiedere?

Del resto, in un’epoca in cui sono le WebStar a detenere l’attenzione delle nuove generazioni di internauti, non sarebbe poi così difficile aspettarsi che proprio dalla rete emergono i nuovi fenomeni non tanto musicali, quanto piuttosto “da intrattenimento”, poichè proprio di intrattenimento (prima ancora che di musica) si sta parlando alla luce delle nostre riflessioni.

Tornando con un balzo allora alle previe conclusioni, l’intrattenimento è una formula mutevole scritta nel vapore o sulla sabbia: oggi è A, domani (forse) A+B, dopodomani Z e così via; quello che è moda e trend-setting oggi, non ha garanzia di esserlo anche negli indefiniti giorni a venire. Sono cicli la cui la parentesi di dibattito è sempre aperta a disposizioni di ogni qual sorta di matrice d’influenza soggetta essa stessa ai prodotti di sua formazione, che, una volta entrati in circolo, si restituiscono sotto nuove forme evolutive di difficile preliminare anticipazioni; blaterare di futuro e di nuova scuola non ha assolutamente senso per due semplicissimi ordini di motivi: prima cosa, a meno che non si disponga di una qualche dispositivo simile ad una palla di cristallo, ogni previsione deve muoversi nella consapevolezza di rimanere fino a prova contraria nel perimetro dell’azzardo e delle sole possibilità, specie se la sua evoluzione, la sua stessa struttura portante, le si rintracciano tra le dinamiche di rete; fenomenologia non poi così diversa rispetto quella emersa dalle già citate monolitiche macchine dello spettacolo televisivo che hanno decretato cambi di corrente, con tutta probabilità, minuziosamente studiati sul piano da lavoro e ispirati da logiche e necessità di tutt’altra caratura.

ERGO: chi ci garantisce che nel pentolone non siano già in cottura altri ingredienti?
In secondo luogo, che sia Old o New, avrebbe senso parlare di “-School” qualora ne esistano dei chiari ed evidenti presupposti, ideologici e socio-culturali, che allo stato attuale delle cose, si fa difficoltà a rinvenire; questo non vuol dire ammettere necessariamente quella vecchia e classica retorica del “si stava meglio prima”, ciò esula il nostro discorso e rientra all’interno di una cerchia di considerazioni soggettive che non abbiamo interesse e merito di analizzare: vuol dire unicamente ammettere la totale assenza di un humus che garantisca quella fecondità a lungo termine, voce essenziale invece di quella parentesi di folclore italiano passata alla cronaca, con relativi protagonisti, come il Movimento delle Posse

Una tale situazione, può solo che condurre ad un punto di rottura irreversibile che vede in un dimenticatoio freddo, buio ed isolato la sua ultima fermata. Forse siamo ancora lontani da lì, forse non siamo ancora vicini alla sezione discendente della curva, ma prima o poi e senza neanche accorgercene, brutalmente la scorgeremo, sarà un avvicinamento sempre più veloce, non tanto col passare del tempo, quanto con l’esponenziale scoperta di nuovi interessi, di nuove mode, del “nuovo” che improvvisamente e senza apparenti motivi, tira di più. Forse è assonante, forse no, ma queste ragioni sono per lo stesso identico motivo per cui a distanza di più o meno 30 anni parliamo ancora di Underground Resistance con emozione e reverenziale rispetto e diametralmente esultiamo goliardicamente all’idea di boicottare la Tech House…

Ingrandendo il discorso ma rimanendo comunque fedelmente attinenti; traiamo un’altra fondamentale considerazione ribadita anche da altre analisi.
La Trap-fenomenologia ci da modo di sgranare gli occhi su una questione che spesso viene toccata solo di fuga senza ignorarne ad ogni modo la centrale importanza: l’Italia non si è dimostrata ancora capace di sviluppare in tempi più o meno recenti un genere completamente locale ed “indigeno” che non ritrovi dunque neanche indirettamente le sue ultime e primordiali origini fuori dei confini; eccezioni di qualche tipo valgono per l’Opera o addirittura per la neomelodica volendo in quest’ultimo caso estendere in generale ma rimanendo sempre relativi alla realtà locale.

Se è altresì vero che possiamo parlare di Italo Disco, Italo Dance e di Italo House (ma fino a che punto avrebbe senso in prospettiva di una tale lacuna?) o per lo stesso movimento Hip Hop italiano nel pieno della sua diffusione fino a tre decadi fa; è da considerare anche che sono formule riadattate e consumate per le nostre esigenze comprese quelle linguistiche, grammaticali e sintattiche; non è avvenuto ancora nulla paragonabile a quanto accaduto nel Regno Unito con il Grime o la D’n’B; negli USA con il Jazz e il Blues; in Giamaica con il Reggae e la Dancehall, ecc…

Probabile è che tra dieci o quindici anni, gli attuali Teens ricorderanno di questo Trap momento con lo stesso benevolo imbarazzo con cui noi oggi (generazioni tra fine ‘80s inizio ‘90s) ripensiamo a quelle colossali hit stagionali che furono Chiwawa di DJ BOBO tra le tantissime altre monopolizzatrici radiofoniche estive; l’incredibile serie di successi affilati da Rihanna all’alba della sua carriera quando il suo microfono prediligeva quell’r&b industriale molto commerciale per una cospicua parte dei 2000s’ (si veda anche Yeah di Usher ad esempio); i fortunatissimi brani di Gabry Ponte post Eiffel 65, tutto il filone segnato da Molella e scuola M2O; e ancora tanto (ma tanto!) altro ancora…

Che succederà quando anche da noi, in un futuro non eccessivamente remoto, arriverà la corrente estetica del Cloud Rap e della Vaporwave? Facile, sostituiremo guardaroba e playlists prediligendo il Tech Wear all’odierno Gucci tarocco in onore di figure quali Yung Lean, $UICIDEBOY$, Bones, XXXTENTACION, tutti ci sembreranno provenire dal futuro ma altro non sono che un seme trasportato dal vento pronto a metter radice con la stessa velocità con cui si ritroverà estirpato dal terreno; un riferimento alla Trap come ne stiamo parlando oggi piuttosto evidente ed immediato. Sapete quali sono le uniche vere garanzie musicali del nostro tempo, querce secolari che mai sfuggiranno dalla tradizione folcloristica tricolore? I trenini in festa a Capodanno sulle note di Maracaibo, Raffaella Carrà pompata a tutto volume a fine serate commerciali in doverosa combo con Urlando Contro Il CieloMichael Bublé che interpreta i grandi classici del periodo natalizio e l’immondo proliferare di monnezza latineggiante da inizi di Aprile fino metà Settembre.

In definitiva, sarebbe quasi ora di prendere piena coscienza del mondo che ci circonda, delle dinamiche esistenti e di ogni altra potenziale ai margini, riflettere sulle stesse e ancor di più sulle loro dirette conseguenze. Al di là del contenuto diseducativo della Trap o meno, prescindendo da questo, effettivamente esiste nel nostro paese un qualche deficit di analisi critica dei contenuti; una sostanziale fedeltà nelle apparenze punte di un iceberg di cui nessuno è a conoscenza sulle effettive estensioni, non tanto territoriale e geografiche quanto piuttosto logiche.

Avete presente quando il popolo over 35 di Facebook (i vostri contatti da Condividi anche tu se sei indignato!!!!! per intenderci) è caduto nel vortice di indignazione lanciato da una beffarda Rete 4 che ebbe per sfortunato (ma geniale) protagonista il Re dello SWAG Bello Figo? Si trattava di una campione al totale scuro delle più basilari conoscenze della rete (stiamo parlando di gente che curerebbe la leucemia a suon di Like e Share, non scordiamocelo) che, fomentata dall’apparenza, si è lanciata nella più populista riconferma del più fermo spirito nazionalistico indossato occasionalmente a seconda del vento che tira (Non vado a messa dalla comunione di mia figlia, esclamo bestemmie con la stessa cadenza con cui uso la punteggiatura ma guai a togliere il crocifisso dagli uffici comunali!).
Ecco, tutto questo entusiasmo per la Trap, alla larga, coinvolge la medesima alterazione: una superficialità elevata a chissà quale significato nella più totale ignoranza di una presa di posizione obbiettivamente non-sprovveduta.
Grafica in evidenza a cura di: LC Graphic Designer