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I Daft Punk hanno annunciato lo scioglimento dopo 28 anni di carriera con il video ” Epilogue”. Una fine preannunciata di un’epoca. 

I Daft Punk si sono sciolti, dopo 28 anni di carriera e innumerevoli successi. Con il merito, condiviso con pochi altri colleghi, di essere riusciti a conciliare elettronica e pop in maniera sublime. La notizia che è arrivata così ridondante e catastrofica per i loro fan più sfegatati, non è forse da accogliere così in maniera negativa.

Ogni tanto l’egoismo ed il sano attaccamento ai nostri idoli non ci permette di esaminare lucidamente la realtà. Non comprendere questa scelta dei Daft Punk, analizzando la loro storia ed il loro percorso sarebbe un ragionamento da groupie con gli striscioni, ed insomma, non è il caso di chi ama profondamente la musica.

Parlare di epoche in musica forse è piuttosto riduttivo e pretestuosamente semplificativo. Ma in un mondo dove si dispensa la definizione di pioniere per etichettare chi raccoglie e sfrutta all’ennesima potenza trend e mode passeggere, definire un’era quella dei Daft Punk ci sembra il minimo sindacabile.

Ed ogni epoca ha un inizio ed una sua fine. Che poi la parola fine non ha più carattere totalizzante nell’epoca dei mutamenti e delle rigenerazioni. Forse “Epilogue” non segna una fine intesa in maniera canonica, ma la chiusura di un cerchio iniziato nel 1993.

Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter si sono conosciuti nel 1987, fra i banchi di scuola del liceo parigino Lycée Carnot. Son partiti dai Darling, un comunissimo gruppo rock piuttosto anonimo, tanto da essere ribattezzato dalla rivista Melody Marker “a daft punky trash”.

Ecco questo momento è stato il primo avviso, che mostrava già che quanto i due francesi fossero avanti.

Prendere una critica piuttosto feroce, e renderla l’emblema di se stessi. Bhe, non male come prima mossa. Se pensiamo che i disc jockey odierni si scandalizzano ogni volta che qualcuno li definisce affettuosamente commerciali, è facile capire che la grandezza del duo parigino sta in primo luogo nella sua attitude.

Quando nel 1995 esce ” Da Funk” il loro primo vero successo commercialmente riconosciuto, che racchiude e rappresenta la musica dance anni ’90, seppur con qualche guizzo tra techno ed electro, è il loro inizio. Non son consapevoli di dove andranno, ma lo sono perfettamente dei loro mezzi.

Non c’è il disagio, non c’è un sogno per uscire da una situazione difficile. Thomas e Guy sono due figli della Parigi bene, e hanno tutti i mezzi per realizzare ciò che vogliono. Ciò che serve per comprare le migliori drum machine, le migliori tastiere e niente che poco di meno uno dei computer più sofisticati di fine anni ’90.

Il duo francese inizia il proprio percorso nell’era della digitalizzazione, in un contesto agiato che può permettersi il lusso del rifiuto verso una società fisica, e ricerca il proprio spirito in nuove figure. Quando nel 1999 i due djs scelgono di mettere i caschi, e firmare con l’anonimato la loro notorietà son figli non dei tempi, ma della loro condizione.

Il mondo dei Daft Punk è descritto e raccontato perfettamente nel film “Eden” di Mia Hansen Løve. L’esigenza di rinunciare alla propria umanità, di ricercare se stessi tra feste, club, illusione per poi riscoprirsi umani. La loro musica è la colonna sonora di quest’epoca, ricca di suggestioni ma pur sempre densa di emozioni.

Cosa centra tutto questo con la decisione dei Daft Punk? Bhe forse nulla, forse tantissimo.

Da “Homework” a “Discovery” il duo francese ha creato quel ponte tra pop ed elettronica, che ha scosso e cambiato radicalmente la scena. Un crescendo che è  continuato con “Human after All” e con l’iconico disco valso ben 4 Grammy “Random Access Memories”.

Si, musica che ha segnato una generazione, che ha  emozionato, musica tale da coniare uno stile come il “French Touch”. Un mondo nuovo che ha scavalcato il confine dell’elettronica mettendo d’accordo clubber e cercatori di sano divertimento del sabato sera. Ma questo non è abbastanza per mettere la parola fine.

Dopo 28 anni di carriera, che non son pochi, l’amaro in bocca rimane proprio perchè il mondo si aspettava ancora tanto dai Daft Punk. La voglia di assistere ad uno show come “Alive 2007” o l’incredibile magia di un live con i consolle quei magici caschi ,non ha abbandonato gli amanti dell’elettronica manco per un istante.

Era stata anche annunciata la probabile uscita di un nuovo lavoro discografico, oltre che numerosi progetti per i prossimi anni e l’annuncio di questo epilogo è stato inaspettato ed incomprensibile. Si, non si può dire che non avessero niente più da dire. Questa ipotesi la rifutiamo categoricamente.

Allora il motivo di una tale scelta, che poi dovremo ancora capire se sia definitiva o meno, la proviamo a cercare nel manifesto di questa fine. Nel video di “Epilogue”, tratto dal film del 2006 girato e diretto dagli stessi due “Daft Punk’s Electroma”.

Il film muto, racconta il viaggio dei due robot verso un ritorno all’umanità, nel tentativo continuo e faticoso di liberarsi delle loro vesti di robot. Delle vesti che sono divenute delle catene esistenziali, e non più degli strumenti per nascondere se stessi e vivere in una dimensione differente.

La scena dell’esplosione, che nel video postato avviene in data 22 02, segnando 1993-2021 segna una separazione, tra un compagno che va avanti e l’altro che si lascia esplodere. Una divisione di strade, sicuramente un cambiamento di rotta.

Ma potrebbe essere anche la ripresa di una dimensione umana, l’adattarsi ad una nuova epoca dove il sogno raccontato in “Eden” ormai è concluso per sempre. I robot lasciano spazio agli uomini, e nel nuovo mondo fragile e scomposto, senza riferimenti e orizzonti i Daft Punk non si ancorano a realtà fragili, ma scelgono di proseguire liberi

Interessante pensarlo, ma è comunque la fine di un’epoca. Dove i ringraziamenti per questi 28 anni di musica sono doverosi, dove una leggenda finisce e forse un’altra ne inizia o forse no. Ma va bene così. L’epilogo di un qualcosa di bello è pur sempre bello. Anche se fa male.