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Abbiamo incontrato Luca Roccatagliati in arte DJ Rocca in un pomeriggio di Marzo in cui la pioggia faceva a cazzotti con il sole, davanti ad un piatto di caponata e una birra ghiacciata nel famoso quartiere di Ballarò, nel centro storico di Palermo.

Prolifico dj, produttore sotto diversi moniker (Ajello, Crimea X, Rocca & Baldelli, il progetto Erodiscoteque con Dimitri From Paris e molti altri…) ma anche musicista e figura iconica del clubbing “serio” made in italy”, DJ Rocca ha spaziato dalla politica alla cultura, non solo del club, con un focus ovviamente centrato sulla musica.

Riproponiamo i tratti salienti di questa interessante chiacchierata.

Tu sei considerato un simbolo del dancefloor “alternativo” in Italia e non solo, ma l’obiettivo vero di un dj è quello di diventare mainstream?

Penso a disc Jockey che hanno fatto la strada inversa (Coldcut con Lisa Stansfield o Norman Cook con i Beats International) e hanno trovato comunque una posizione nel mercato…

“Alternativo”, “mainstream”: cosa c’entrano queste etichette con la musica?

Sono troppi anni che si qualificano generi, scene musicali, artisti, addirittura strumenti, con l’appartenenza ad un circuito, o al suo opposto. L’obiettivo mio personale è sempre stato di riuscire a vivere della mia arte, e, se il guadagno monetario deriva da una esposizione sempre crescente, quello è certamente uno scopo…ma il reale focus è creare sempre musica migliore e con la maggiore libertà d’espressione possibile.

Fai un sacco di produzioni con collaboratori diversi e quindi produci musica diversa. Lo fai perchè hai un’anima eclettica oppure perchè oggi, soprattutto nell’era digitale della musica, bisogna essere sempre presenti e coprire vari “spazi”?

E’ la medesima risposta alla domanda precedente…l’anima artistica cerca di manifestarsi in tutte le forme che una persona ha in sé, poi la famosa ‘pagnotta’ si porta a casa se il prodotto è buono e sempre più richiesto…

A proposito di digitale: nella produzione come nel djing è finalmente il momento di parlare di “do it yourself” come dicevano i punk o è un casino tremendo in cui ognuno fa (spesso male) quello che gli pare ?

In verità, io ho sempre lavorato in questo modo…è sempre stato un casino, ma dove c’è fermento c’è confusione….dove c’è libertà c’è scompiglio. Nell’ordine la creatività muore.

Hai parlato di una possibile commemorazione del Maffia (Il club degli anni ’90 che ha portato in Italia gli act più significativi della musica elettronica ‘altra’, principalmente breakbeat, drum n’bass e dub) di cui sei stato è stato il dj resident ma anche promoter filosofico e una delle anime principali, puoi dirci di più o è top secret?

L’unica cosa che posso dirti, è che nel 2020 ricorrono i 25 anni da quando il Maffia Illicit Music Club aprì le porte. Noi fondatori vogliamo celebrare questo. Le forme ed i contenuti li svilupperemo in questi due anni che precedono l’anniversario.

Sei un noto “vinyl Junkie”, il vero disc jokey suona solo la lacca oppure come dice il tuo compare Baldelli in un famoso video: “chi se ne frega da quale supporto esce la musica, basta che sia buona…”

E’ una questione soggettiva di organizzazione nella performance. Dando per scontato che la pista è sempre da soddisfare, e che la musica è sempre il tuo interlocutore, con i vinili seguo un percorso dettato da concatenazioni più ampie, sia visive, che tattili, mentre con le USB keys il ‘viaggio’ è meno sensoriale. Poi, si, concordo con Daniele, la musica deve sempre essere buona…tradotto, ogni vinile che compro, sia vecchio o nuovo, lo digitalizzo per averlo anche in formato digitale.

Ogni anno assistiamo a “il ritorno dell’Italo Disco“, quindi in realtà c’è sempre stata…

In un momento storico come questo, dove la musica dance elettronica è diventata un genere adulto, con più di trent’anni di storia, è giusto dare i meriti alle origini. Disco, Italo Disco, Proto House, Chicago House, Electro…è come dire che nel Rock c’è un ennesimo ritorno di quello o quell’altro, o che nella moda si ricorre allo stile di un epoca precedente. L’Italo Disco è stato un ingenuo bisogno di espressione, a basso prezzo, ma con preparatissimi musicisti ai controlli. Questo ha fatto si che geniali intuizioni fossero tradotte in musica con suoni sintetici…cioè quello che tutt’ora ogni musicista della nostra epoca cerca di fare.

Per finire 5 dischi di tutte le epoche che ti hanno cambiato la vita e perché…

Don Cherry – Brown Rice: un album che mi ha fatto scoprire la musica etnica suonata dai jazzisti. Qui ci sono soluzioni musicali che tutt’ora mi muovono dentro emozioni fantastiche.

Henry Texier – Varech: una scoperta recente, dove un solo musicista jazz, nel 1977, può fare cose straordinarie, con sapori folk ed etnici

Photek – Modus Operandi: la musica elettronica che mi diede emozioni tutte nuove, mai provate prima.

African Head Charge – My Life In A Hole In The Ground: il dub più sperimentale, ritmico e avanguardista. Un disco che avrò ascoltato almeno 200 volte.

The Emperor Machine – Aimee Tallulah Is Hypnotised: il definitivo ritorno all’analogico con la consapevolezza del nuovo millennio

Ettore Sorrentino