− two = four

Quando ascolti MIKI, hai come la sensazione di trovarti di fronte a qualcosa che esce fuori da ogni schema, da ogni possibilità di essere catalogato. Forse perché i suoi 35 anni e oltre di consolle lo rendono un “viaggiatore del tempo”.

MIKI è uno che musicalmente potrebbe raccontarvi storie che non avete mai sentito prima. La sua particolare attitudine nei confronti della musica, il suo modo di “leggere” gli ambienti ne fanno un fuoriclasse assoluto, quello che per rendervi l’idea, calcisticamente parlando a fine partita verrebbe applaudito anche dai tifosi della squadra avversaria. La sua coerenza, l’onestà intellettuale nei confronti del suo lavoro lo hanno portato ad un percorso artistico libero da ogni sovrastruttura.

ITALIAN – ENGLISH

MIKI non è mai sceso a compromessi né tantomeno si è mai piegato a logiche di mercato condizionanti, ha sempre percorso la sua strada curando e preservando il solo ed unico aspetto che gli interessa davvero: la musica e il suo modo unico di interpretarla. Se non avete mai avuto la fortuna di assistere ad una sua performance è difficile spiegare con parole quello che accade, è come se vi prendesse per mano e vi accompagnasse per un viaggio musicale attraverso le corde della mente e dell’anima, in maniera gentile ma spregiudicata allo stesso tempo, con la stessa semplicità con cui durante il set amalgama a perfezione le mille sfumature della musica elettronica.

Ferrarese di nascita, fiorentino di adozione, MIKI ottiene la sua prima residenza nel 1980, in 37 anni ha attraversato generi e generazioni, cavalcando dall’Afro al Funky, alla New Wave, House ed Acid, fino a trovare nella Techno e nell’elettronica la dimensione più esplorabile. Considerato insieme a Francesco Farfa e Roby J l’iniziatore del movimento Techno toscano che ad inizi ’90 per circa un decennio influenzò tutta la penisola, MIKI è sempre stato contrario ad ogni forma di omologazione, scegliendo sempre di percorrere la strada più sperimentale e sicuramente meno comoda, guidato costantemente da quell’onestà verso la musica di cui parlavamo prima. È per questo che nonostante il suo background ed il suo talento, non troverete quasi mai il suo nome tra quelli del grande carro Techno contemporaneo. MIKI alla parola “Underground” come ci specificherà nell’intervista di seguito, ha sempre dato un peso specifico notevole.

Miki

Ciao MIKI, grazie per questa opportunità. Sappiamo che a te non piace troppo parlare del passato, ma qualcosina concedicela: sei stato uno dei creatori di un movimento che durante gli anni 90 è stato molto forte, hai vissuto più di dieci anni da “headliner” con date ovunque, e nel pieno del boom di quel movimento hai intrapreso altre strade, in pratica hai abbandonato il certo per l’incerto per portare avanti un tuo percorso. Ci spieghi perché?

Grazie a voi!
Come dice Pablo Picasso il successo è pericoloso. “Uno inizia a copiare sé stesso, e copiare se stessi è più pericoloso che copiare gli altri, porta alla sterilità.” Quando arrivi in cima, iniziano a subentrare molti meccanismi imposti, ed io ero arrivato indubbiamente da quelle parti. Dopo una serata all’Amnesia di Ibiza in cui non rimasi pienamente soddisfatto del mio set, decisi che era tempo di evoluzione. Non c’è peggior cosa per un Dj che la staticità, il sentirsi arrivati. Quel movimento Techno/Progressive, era nato con noi ad inizi 90, nei famosi mezzanotte mezzogiorno del Club Imperiale, per “Progressive” ho sempre inteso il modo di portare avanti i dj set con dei lunghi ed appunto progressivi saliscendi emozionali, miscelando in maniera consequenziale e logica vari generi. I miei set erano composti da Techno, House, Ambient, Elettronica, qualcosa di Trance ed a volte citavo anche reminescenze Afro-funk-fusion della prima scuola o New Wave.

Mi piaceva sovrapporre con lunghe miscelazioni, perché alla fine uscivano delle composizioni vere e proprie che stimolavano nuovi orizzonti produttivi. Il filone trovò molti consensi e molti attori, ed alcuni di questi nell’affermarsi condensarono questi ingredienti tutti in produzioni che duravano pochi minuti, molto facili, che portarono ad un seguito enorme ma snaturando ed inflazionando il termine “progressive”. Mi piace seguire i miei sogni, non riesco a mentire né a me stesso né alla musica, così decisi di prendere altri percorsi. Chi ha continuato per quel sentiero, ha dovuto poi col tempo reinventarsi, per me invece è stata ed è tuttora costante la continua evoluzione e cercare la sinergia anche con le nuove generazioni, mai tradendo quella che considero prima di tutto una missione.

Miki

Anagraficamente fai parte della seconda generazione dei Dj, per intenderci quella immediatamente successiva a quella dei grandi master della fine degli anni 70, come Baldelli e Mozart. La prima residenza “ufficiale” ce l’hai avuta nel 1980. Ci racconti qualcosa che ci aiuti a capire come si faceva questo lavoro in quegli anni e come si è sviluppato il tuo percorso artistico?

La prima residenza la presi nel 1980, però i primi soldi come Dj li guadagnai nel 1979 di domenica pomeriggio, ben 15.000 Lire! Partecipai e vinsi un concorso che designava il resident del Pink Panther di Ferrara, era il 1980 ma già da qualche anno stavo facendo la gavetta. La domenica pomeriggio la improntavo sull’afro ed elettronica, ero “Kraftwerk dipendente”, ed avevo dei punti di riferimento, amavo su tutti Livio Marzetti, Dj dell’Arlecchino di Santa Maria Codifiume (Fe), personaggio geniale e schivo a cui devo molto. Le mie scelte musicali sono sempre state dettate dai miei gusti, dalla voglia di sperimentare spesso anche anticipando i tempi e fidandomi della forza ricettiva del pubblico. Dal 1982 al 1986 mi orientai anche verso la New Wave, iniziavo la serata con la dance Inglese, per poi arrivare a cose tipo Bauhaus, The Sound, Echo & The Bunnymen, Joy Division, The Durutti Column e via dicendo, eravamo in pochi a proporre queste cose in Italia nelle discoteche. Nel 1986 andai a lavorare in un club chiamato “La Mela”, dove ero ancora più libero di proporre musica che mi piaceva. La proprietà organizzava anche concerti Jazz, erano molto aperti. La prima proposta economica importante però mi arrivo nel 1987, dall’ “Ok Village”, un club gigantesco vicino Ferrara. La proposta era di quelle che non si potevano rifiutare, il club era molto bello, riproduceva la quinta strada di New York, e spesso veniva utilizzato come set per sigle televisive e video musicali. In quel periodo cantavo e suonavo anche dal vivo, con il gruppo “Photogram”, fondato insieme a dei miei amici fraterni, in particolare il musicista Andrea Melly, che successivamente poi collaborò anche in tanti miei dischi cult. Facevamo uno stile psichedelico, un pochino Talking Heads, c’erano accenni di elettronica ed House. Scrivevamo anche i testi, in un perfetto stile Anglo Padano! Durante quel periodo venni invitato all’isola d’Elba al Bahia’s, dove potevo fare un paio di ore come volevo io, considerate che a quei tempi le discoteche avevano il dj che ancora parlava al microfono, che doveva proporre tutto non un solo genere. In quel club feci una vera e propria rivoluzione, è da lì che iniziai a scrivere sulle cassettine: MIKI “The Sound Of Tirreno” con raffigurato il delfino che esce dall’acqua, cosa che poi nel 1992 divenne anche un disco, di conseguenza “il delfino” il mio nickname e Miki The Dolphin oggi il nome nella produzione discografica. Per l’anno successivo mi proposero poi la residenza del Club 64, dove arrivarono i primi set con la New Beat, Techno ed House per tutta la sera. Nel 1989 molti gestori non capirono la grande rivoluzione musicale che stava arrivando, per fortuna o per cocciutaggine arrivò nel Novembre di quell’anno Robertino Pannocchia con il suo Mezzanotte Mezzogiorno al Club Imperiale di Tirrenia. All’inizio venivano 40/50 persone, pochine a dire il vero, ma eravamo liberi di sperimentare e si stava dando inizio all’epoca nota che conoscete. Andò molto bene, anche se nel tempo la storia è stata poi deviata verso letture più commerciali, ma chi ha fatto parte di quel movimento sa bene come siano andate le cose.

Miki

Hai 35 anni e più di esperienza, nella tua lunga carriera hai fatto molte scelte “poco comode” ma che sicuramente hanno rafforzato la tua credibilità di artista indipendente e lasciato intatta la tua passione. Una di queste è sicuramente quella di aver scelto elettivamente da un po’ di anni di non affidarti a nessuna agenzia di booking, così come quella di curare direttamente il rapporto con il tuo pubblico. Cosa pensi di queste figure professionali senza le quali oggi niente sembra muoversi?

Tutti hanno un loro percorso, io personalmente scelsi di abbandonare l’agenzia all’inizio del 2000 dopo soli 3 anni che ci entrai. La maggior parte delle cose migliori che feci prima di allora, avvennero comunque grazie alla musica e basta. Le date all’estero me le procuravo da solo, o tramite i miei compagni ed amici Farfa e Roby J, con cui avevamo dato il via a tutta la situazione Toscana. Sottolineo le date all’estero perché in quegli anni non era così facile andare fuori a suonare, c’erano ancora line up fatte da soli Dj resident. A Tokyo per esempio ci andai per le cassettine che giravano ed anche grazie ad un amico che abita in Svizzera dove suonavo con continuità. Casa sua era frequentata da Dj americani, cantanti e belle donne. Era il periodo della dbx, la label per cui stampavo, del Mad Club, del Dancefloor Syndroma, dell’Insomnia, Jaiss, dei The West e degli Exogroove… feste fantastiche di cui arrivava voce dall’altra parte del mondo. A proposito di Tokyo voglio raccontarvi un aneddoto che ricordo con piacere: dopo aver suonato per tante ore all’after “Maniac Love”, mi vidi arrivare per due volte la busta col compenso, stavo pensando fosse un errore, invece si avvicinò Tommy Wada, allora label manager della Strictly Rhythm, (oggi resident al Womb) dicendomi: “Miki San è piaciuto talmente tanto quello che hai fatto, che ti ringraziano con busta doppia!”. Indubbiamente durante la propria carriera un Dj incontra figure importanti, promoter che in qualche modo ne influenzano il percorso artistico, ma il tutto parte sempre dalla musica, che rimane per me il miglior modo di fare marketing. Personalmente devo molto anche a Luc Bertagnol, che mi fece vivere il periodo del Rave Age di Parigi, nella storica location di Mozinor dove spesso ad inizi 90 veniva a sentirci anche Laurent Garnier, che cita quei party anche nel suo nuovo libro. Per le agenzie sono stato difficile da gestire, visto il mio background ed il mio approccio verso la musica, c’era difficoltà nel dare la giusta lettura, solo in tempi recenti per stima reciproca si è creata una sinergia con un manager e stiamo facendo ottime cose. Per un giovane è più difficile fare il mio percorso oggi ed emergere senza determinati strumenti, però non condivido l’idea di un Dj / label manager che venda e gestisca altri artisti, manovrando e determinando gli equilibri del mercato. Un freelance come me in questo standard ha valenza in club che vogliono alternare la proposta perché conoscono la qualità del dj-set e sono coraggiosi nelle scelte. Ho un rapporto diretto con chi mi segue, un sito in html senza troppi fiocchetti ( mhki.com ) dove non applico alcuna strategia se non quella di dare uno specchio reale delle cose che faccio. Certamente non è un modo usuale, ma ripeto a me interessa la musica perché è lei che parla alla fine dei conti. Ad esempio ultimamente mi è uscita una serata in un bel club perché sui Taxi di Firenze si è presa l’abitudine a sentire i miei Dj set; una sera uno di questi va a prelevare un artista australiano ed il suo manager che sentendomi mi hanno contattato. Sono cose che mi piacciono, mi entusiasmano, mentre non mi piace ad esempio chi ti chiama e si arroga il diritto di fare un prezzo al posto tuo.

Miki

Miki

Sun Generation record, la tua label è piena di giovani produttori con un approccio molto particolare alla musica, se andiamo ad ascoltare, si ha come la sensazione che non segua troppo l’hype del momento, nè le stesure e i suoni che caratterizzano le stagioni musicali. È possibile nel 2017 mantenere in piedi una struttura che guardi solo alla qualità oggettiva delle tracce, senza necessariamente strizzare l’occhio alle mode ed ai momenti musicali?

Ti ringrazio per la domanda, mi dà modo di poter dire cose importanti a mio parere. Se oggi nel pop/mainstream si è creato un sistema per produrre denaro dalla musica tramite reality show e piattaforme preconfezionate, è altrettanto vero che stringendo l’attenzione sull’elettronica non siamo esenti da like e followers acquistati, auto downloads fuori etica, ed ogni tipo di iniziativa che svilisce il ruolo della musica. In tutto questo sono contento di di dire “eppur si muove Sun Generation!”. Alcune uscite fanno buoni numeri, l’etichetta comincia ad avere referenze tra le label d’avanguardia, c’è ancora molto margine di miglioramento anche se non è facile. Penso che chiunque si professi dj, la musica dovrebbe acquistarla, quanto meno chi si esibisce di fronte ad un pubblico. Alle persone che fanno uso “professionale” di file scaricati da youtube o altrove, dico solo che la musica va sentita ad alta qualità per trarne benefici, e che solo comprandola la si eleva al suo ruolo. Su Sun Generation seguo una politica basata sull’ascolto, se mi piace esce, altrimenti no. Mi interessa relativamente produrre il suono/genere del momento. Alcuni nostri produttori poi sono arrivati partendo da qui su label di primo piano, come ad esempio Sonartek o Chronophone. Rimane comunque difficile gestire una label, servirebbe maggiore attenzione da parte delle amministrazioni, non regole penalizzanti. Anche Il sistema ripartizione delle royalties non è funzionale a chi fa musica elettronica. Ci sono molti Borderò annullati tutte le settimane, un enorme volume di soldi indirizzato verso altri “lidi” che non c’entrano nulla con chi li genera. L’iniziativa del borderò online è buona per le band, ma ce lo vedete un Dj con la scaletta fatta a tavolino? Si può stabilire in precedenza cosa metterai alle 4 del mattino?! Oggi ci sarebbero i mezzi per ottimizzare tutto attraverso la tecnologia, nei posti dove c’è introito ed una fonte sonora secondo me la stessa dovrebbe essere collegata in rete ad un database con zero margine di errore sul riconoscimento del brano, avvalendosi dei codici ISRC d’immissione sul mercato, in questo modo i soldi arriverebbero in proporzione a chi ha prodotto la musica e non in proporzione a chi ha venduto di più durante la carriera. La musica elettronica dovrebbe creare flussi di denaro per chi la fa e non è purtroppo sempre così. Sun Generation sta diversificando, producendo attualmente anche colonne sonore, edizioni video, musica di ricerca sui 432Hz.

Miki

Cosa vedi intorno a te? Cosa ne pensi del movimento attuale?

Personalmente cerco di fare cose che diano soddisfazione e facciano star bene le persone. Lavoro in grandi club o nell’evento, perché il gusto del large crowd è sempre grande, però ho un debole per le situazioni più Underground perché è il mio habitat e purtroppo ne vedo sempre di meno. Non mi piace questa cosa, l’underground è la base di tutto. Il sottobosco oggi è raro, penso che i più giovani dovrebbero curarlo maggiormente, senza essere troppo copy/paste di modelli mainstream, e soprattutto, senza avere paura di fare passi all’apparenza rischiosi. Un flop fa bene, non è una tragedia, invece la cultura del web social+lies tende a non ammetterne, e questo è un atteggiamento che andrebbe sradicato. Sta contando sempre più il nome, la maggior parte delle volte sono guest stranieri. Per i giovani questo è un grande casino, andrebbe ritrovata la cultura del club pieno solo con i Dj resident. Sono sempre di più gli aspiranti Dj, e questo in un mercato non ben regolamentato porta una grande confusione. Quando sento un giovane Dj bravo mi emoziono, vorrei avere la bacchetta magica per moltiplicare i pochi club underground con una identità. I festival sono l’attuale frontiera della Techno, a mio parere il Sonar di Barcellona è quello meglio strutturato, da spazio sia all’Underground che al mainstream, cambiando per quei giorni l’identità di una città ad uso della musica. In Italia più di qualcuno ci sta provando, gli auguro ogni bene, perchè è di economia che c’è bisogno nel nostro paese, purchè ogni tanto si rischi e si esca dal sentiero “one way” che oggi annoia e non fa evolvere. Ibiza ha sempre il suo fascino sulla gente, vedo inoltre grandi margini anche intorno al genere Funky e Nu-disco. Ogni tanto mi piace fare serate diverse in contesti più piccoli, lo dico anche ai miei giovani colleghi, se se ne hanno le capacità musicali, fare una serata diversa ogni tanto, aiuta ad aprirsi ed a rinnovare i propri concetti primari sulla musica.

MikiMiki

Miki

A proposito di propri concetti primari sulla musica… saremmo curiosi di sapere cosa cerca e come si comporta Miki quando compra dischi o tracce. C’è qualche artista o label che ti colpisce particolarmente negli utlimi tempi?

Compro molta musica digitale, e delle nuove uscite in vinile. Mi piace anche pescare nel mio archivio, i dischi sono ciclici, ritornano. Ho più di 30.000 vinili da cui ne esce fuori sempre qualcuno molto adatto per dj set attuali, senza cadere però nella saga “nostalgia”, faccio pochissimi “remember” per scelta. Nei club italiani non tutti curano il suono con i piatti in analogico, la nuova generazione è assuefatta al suono digitale ed ultra-dinamico anche se ultimamente il vinile sta lanciando i suoi segnali di frequenze a 180 gr. Mi piace mixare “switchando” tra diverse fonti, anche se preferisco sicuramente il Technics a lettori cd e chiavette, penso che il freddo non esiste, è solo assenza di calore, così come il buio è assenza di luce. Ricevo molti promo digitali, mi piace cercare tutto e non punto solo sulla qualità del suono. Se trovo una traccia che mi piace la prendo anche se suona male, credo che il bravo dj debba riuscire anche ad inserire tracce belle ma incise a “cazzo”. Molta gente mi dice che alcuni miei set di 20 anni fa suonano attuali oggi, e che io sia troppo avanti; ultimamente sto trovando del riconoscimento…finalmente aggiungo io, perché anticipare i tempi è spesso difficile per tanti motivi. In questo periodo invece devo dire che mi trovo particolarmente bene. È molto raro che utilizzi labels di punta del circuito Techno, cerco più che altro quello che mi fa convibrare su binari positivi. Provo a farti qualche nome “a getto” perché mi piace da sempre proporre cose nuove, c’è tanta bella musica: Kollektiv Turmstrasse, Guy Gerber “Secret Encounters”, un capolavoro dello scorso anno, Fango, Affkt, Delta Funktiones, Eduardo De La Calle, Robag Wruhme, Treze ,Dhillon, Dennes Deen, Etapp Kylee, Djuma Soundsystem, Westerby, Mr. G, Dubspeeka, Blancah, Bob Moses. Qualche nome Italiano: Sonartek, Luca Bacchetti, Giovanni Verrina, Mennie, Dam Paul, Leonardo Gonnelli, Fukoma & Lato B…ce ne sono tantissimi, cercate senza preclusioni, preconcetti o valutazioni non inerenti la musica, certo, fatta eccezione per Nina!

Miki Miki

Miki

Ci dai la tua definizione di Dj?

È quella persona che messa dietro una consolle, attraverso la musica crea una flusso di emozioni che fanno muovere la gente, dandogli momenti liberatori di stacco dalle problematiche sociali odierne, lontano da qualsiasi forma di propaganda. Non deve diventare un terapeuta, nè elevarsi ad altro ruolo se non il meraviglioso anello di congiunzione tra OFF e ON. Deve avere un centro di volontà interiore molto forte ed avere fantasia, conoscenza tecnica dei vari supporti, deve ascoltare giornalmente musica, e se è annoiato quando lavora deve fermarsi qualche tempo per ritrovare gli stimoli positivi. La musica è qualcosa di sacro, è l’essenza della creazione, il Dj ne ha rispetto profondo e gratitudine. Più la selezione di questa e la messa in atto è personale, e più è “Dj”, fermo restando che il pubblico ne riconosca le capacità principalmente attraverso il ballo.

Miki Miki

Questo è MIKI, uno che pur essendo padrone di tecnica e di conoscenza musicale, ha talmente tanto rispetto per la musica che la maneggia sempre con la massima delicatezza, mai svilendola per suoi usi. Riesce ogni volta a stupire l’ascoltatore, mostrando cosa vuol dire empatia con il pubblico, con la grandezza tipica di chi può dare del tu ai generi musicali che lo hanno portato fino a qui. Ascolatate questo Podcast creato in presa diretta dal vivo in un club pensando a Parkett, perché se non conoscete il personaggio riuscirete a percepire il talento che abbiamo cercato di far trasparire in questa intervista, quel talento che oggi non in molti possono vantare, e che troppe volte in questo ambiente viene messo in secondo piano dando più importanza ad elementi di contorno che snaturano la vera essenza del Dj.

IndustrialStrange Crew

ENGLISH VERSION

 

When you listen to Miki you have the feeling of witnessing something out of all parameters, something impossible to put in a box. Perhaps this is because his 35 years plus behind the decks make of him a “time traveler”, somebody who, musically, could tell stories one has never heard before. His unique approach to music and the way he can ‘read’ environments make of him an absolute champion. To give you an idea in football terms, he would be the one player who, after the match, would get a standing ovation from the fans of both teams. Miki’s coherence and intellectual honesty regarding his work lead him on an artistic journey free from every preconception. Miki is uncompromising and has never been influenced by the conditions dictated by the trends of the ‘market’ and this is how he managed to walk his way taking care and preserving what really is important to him: the music and his unique way to interpret it. If you have never been lucky enough to witness one of his performances it would be difficult to put into words what actually happens. It’s as if he would take you by hand to accompany you on a musical voyage, striking the cords of your mind and soul in a way that is gentle yet reckless. Miki is capable of doing this with the same ease one can appreciate during his DJ sets when he blends to perfection the multiple shades of electronic music.

Born in Ferrara but Florentine by adoption, Miki secures his first club residency in 1980, in the past 37 years he has ‘flown’ through genres and generations ‘riding’ from Afro to Funky to New Wave, House and Acid to Techno which has revealed to be the most explorable dimension of electronic music. Considered, alongside Francesco Farfa and Roby J., the initiator of the Tuscan Techno movement which has influenced the entire Italian peninsula for over a decade, he has always refused to be catalogued, always choosing to tread the experimental and less obvious path yet still guided by his honesty that we previously mentioned. This is why, regardless of his impressive background and talent, you’ll never see his name mentioned amongst the big names of the contemporary Techno bandwagon. Miki gives to the word “underground” a massive importance as he will explain in more details during the interview to follow.

Miki

Hi Miki, thank you for giving us this opportunity. We know that you don’t particularly like to talk about the past but please, let us have a little exception to the rule: You are one of the originators of the important 90’s movement, you have been for a decade a headliner with bookings pretty much everywhere and during the peak of such movement you made the decision to abandoned the beaten track to start your own experimental journey, could you tell us why?

I have to say thank you to you!
As Pablo Picasso once said, fame is dangerous. “This is when one starts copying himself, and to copy oneself is more dangerous than to copy others, it makes one become sterile”. When you reach the top, you end up dealing with contrived patterns, and I, no doubt, have been there or thereabout. After a gig I didn’t find particularly satisfying at Amnesia in Ibiza, I decided that it was finally time to evolve. There is nothing worst for a DJ to become static and to feel accomplished. The Techno/Progressive movement born through us in the early 90’s, during the famous Midnight Midday parties at Club Imperiale, I have always intended Progressive as a way to push forward a DJ set with long and progressive emotional up and downs, mixing different genres in a way that was consequential and logic. My DJ sets were made of Techno, House, Ambient, Electronic with a little Trance and a reminiscence of Afro-Funk-Fusion from the first hour of New Wave. I enjoyed to mix tracks through long transitions because the final result was the creation of new compositions which stimulated the birth of new horizons in terms of record productions. This trend had revealed to be very popular amongst listeners and players, some of the latter, in order to establish themselves, condensed all of the different elements into one production. This had created a massive following but, at the same time, had taken away the concept from the original idea making the term Progressive rather inflated. I like to follow my dreams, I can’t be untrue to the music or myself and this is why I decided to find a different way. The people who continued down that road had, eventually, the need to reinvent themselves, in my case, I have been evolving constantly in the attempt to find the synergy with the new generations of clubbers but never betraying what I consider to be a mission.

Miki

Chronologically you belong to the second generation of DJs, the one immediately after the great masters of the end of the 70’s such as Baldelli and Mozart. Your first club residency goes back to 1980. Could you tell us how DJs used to work during those times and how your artistic journey has developed?

Although my first residency came to be in 1980, I had already earned money as a DJ playing in 1979 on Sunday afternoons, 15.000 Italian Liras, this is about a whole 5 Pound you know. I took part and won a contest to become the resident DJ at the Pink Panther in Ferrara. Even though I got my first relevant residency in 1980, I had already done the legwork for a few years before. My Sunday afternoons were built around Afro and Electronic music, I was ‘Kraftwerk dependant’ and my reference point was Livio Marzetti whom I loved. Livio was the DJ at Arlecchino club in Ferrara, he was a shy genius to whom I owe a great deal. My musical choices have always been dictated by my taste in music, by the will to experiment which often put me ahead of my times and trusting the receptive power of the crowds in front of me. Between 1982 and 1986 I orientated towards the English New Wave, I would start my gigs with English dance music to end playing stuff by Bauhaus, The Sound, Echo & the Bunnyman, Joy Division, The Durutti Column and so on. There weren’t many people playing this stuff in Italian clubs at the time. In 1986 I went to work at La Mela club where I had even more freedom to play the music I liked. The owners also organised Jazz gigs, they were very open. My first financially important contract however, came about in 1987 from a gigantic club near Ferrara named “OK Village”. The offer was one of those one couldn’t refuse. The club was beautiful, it was a reproduction of the 5th Avenue in New York and often it was used as a set to shoot commercials and music videos. During that time I used to sing and play live too with a band called “Photogram” funded alongside some brotherly friends, one of which was the musician Andrea Melly, who afterwords has featured on many of my cult records. We would propose a psychedelic style, a little like ‘Talking Heads’ but with influences from House and Electronic music. We would also write the lyrics in perfect Anglo Padano’s Style. During that time I was invited to Bahia on Isola D’Elba where I could play my way for a couple of hours, just consider that then, DJs would still speak through the microphone during their sets and were forced to play an array of different genres. In that club I started a real revolution and it is from then that I started writing on my mix-tapes: Miki “The Sound of Tirreno” with the logo of the dolphin jumping out of the sea. This image appeared on a production in 1992 and this is why Miki ‘the dolphin’ has become my current producer name. The following year I was offered a residency at Club 64 where one could enjoy the first setts of New Beat, Techno and House throughout the night. In 1989, many club owners didn’t grasp the great revolution that was about to happen, by luck or stubbornness, in November of the same year, Robertino Pannocchia came up with the idea of the Midnight Midday parties at Club Imperiale in Tirrenia. To begin with, it attracted a crowd of 40/50 people, not many to be honest but at least we were free to experiment and this was the beginning of the era we all know. It all went well eventually even though the history has been deflected towards a more commercial interpretation but those there know what the true story is.

Miki

You have 35 years plus experience, during your long career you have made many “difficult” choices which have contributed in building up your credibility as an independent artist leaving your passion intact at the same time. One of such choices is undoubtedly not to sign up with any booking agency which enables you to take care directly of your relationship with your fans. How do you feel about those professional figures without which nothing seems to be able to happen?

Everyone takes on their personal journey, I decided to leave booking agencies in the year 2000 after just 3 years of being signed up. The vast majority of my best work, which I did before then, happened thanks to music alone anyway. I have managed to secure international bookings by myself or through my friends Farfa and Roby J. with whom I started the Tuscan movement. I am stressing the importance of international gigs because at the time it wasn’t easy to gig abroad as the clubs’ lineups were made by resident DJs alone. For example, in Tokyo, I went through the popularity of my mix-tapes and thanks to a friend that used to book me often to play in Switzerland. His house was attended by American DJs, contacts and good looking women. It was the period of DBX the label to which I was signed, the Mad Club, Dancefloor Syndroma, Jaiss club, The West, and of the Exogroove…incredible parties which had become known to the rest of the world. Talking about Tokyo I would like to share an anecdote which I always remember with a certain pleasure. After having played for many hours during an after hours party at ‘Maniac Love’, I was given the envelope with my cache twice. At first I thought it was a mistake but then Tommy Wada, who was at the time the label manager for Strictly Rhythm and now is the DJ resident at Womb, came to me saying “Miki San I have enjoyed your set so much that I wanted to thank you with a double cache!”. Undoubtedly
during his career a DJ meets important figures, promoters who, one way or another, influence his artistic journey but everything comes from the music which remains, in my opinion, the best marketing tool. Personally I also owe a lot to Luc Bertagnol, who gave me the opportunity to experience the Paris Rave Age of the early 90’s in the legendary location that was Mozinor, where often, Laurent Garnier would come to listen to us and which he also mentions in his new book. It was difficult for agencies to manage me and this is due to my background and approach to music. The difficult part was to give my music the right interpretation. Only recently, thanks to mutual respect I have established a synergy with a manager and together we are doing excellent work. For a young DJ it would be more difficult to start a journey like mine nowadays and being recognised without specific tools however I don’t agree with the idea of DJ/Label Manager who sells and manages other artists, manoeuvring and dictating the equilibrium of the market. A freelance DJ such as myself is only relevant in clubs where there is the will to offer something different knowing the quality of the DJ set and where the promoters aren’t afraid to make ‘risky’ choices. I have a direct connections with my fans, a website without frills (mhki.com) where I don’t apply any strategy if not the one to give a true reflection of what I do. Surely this isn’t the usual way but as I said before, I let my music speak for itself. For example, recently, I got booked because there is a trend where the taxies of Florence play my mix-tapes while driving customers around so an Australian artist and his manager who had been picked up by one of those heard my music and contacted me immediately. These are the situations I like and not when somebody calls you giving themselves the right to decide a price tag on your behalf.

Miki Miki

Your label Sun Generation Records, promotes a number of young producers with a different approach to music. When listening, one has the feeling that the latest hype, sounds and arrangements aren’t been followed. Is it possible in 2017 to maintain on its feet a structure that only concentrates on the objective quality of the tracks without flirting necessarily with trends and music cycles?

Thanks for asking me this question, it gives me a chance, in my opinion, to talk about important matters. If today in pop/mainstream we have witnessed the birth of a system to generate money in the music business through the means of reality shows, it is also true that if we focus our attention to Electronic music, we can see the importance of ‘likes’, bought followers, unethical auto downloads and every different way to diminish the role covered by music. In all of this, I am happy to say: “..and yet it moves Sun Generation!”. Some of the release do well, the label is beginning to establish itself amongst the avant garde labels, there is still a lot of room for improvement even though it’s not easy. I believe that all whom call themselves a DJ should buy music, at least the ones who perform in front of an audience. To the people who use ‘professionally’ low resolution files downloaded from Youtube I say that music should be heard at the best of its quality and that it should be bought to keep maintaining its role. On Sun Generation I have adopted the policy based on the listening experience, if I like it gets released, if not it doesn’t. I am relatively interested in the sounds/genres of the day. Some of our producers have been signed by big labels starting from here, for example Sonartek and Chronophone. It is still difficult to run a label, we could do with a little more attention from the administrations rather than being penalised by their rules. Also the way in which the royalties are distributed doesn’t work for producers of electronic music. There are a large number of clubs’ playlists voided every week and those uncollected royalties are hijacked and end up in ‘places’ which have nothing to do with the people who actually produced the music.
The idea of the online gig playlist is not bad and works well for bands but can you imagine it working with DJs that should write a playlist before starting their set in a club? How do DJs know in advance what they will be playing at 4am? Today we would have the tools to optimise the whole thing through technology. In places where a large revenue is generated through music, there should be a connection to an online database that leaves no margin for error in recognising the track being played by using the ISRC codes. This way, the money would be received by the artist who produces the music rather than to those who have sold the most records during their career. Electronic music should generate money for them who produce it but unfortunately this isn’t always the case. Sun Generation is diversifying by producing sound tracks, video editing and research music over the 432Hz.

Miki
What do you see around you? How do you feel about the current movement?

Personally, my aim is to produce music that brings satisfaction and that makes people feel good. I work in big clubs and I attend events because the feel of large crowds is always massive however I have a soft spot for underground situations because that is my natural habitat but unfortunately there is less and less of that. I don’t like this, the underground is where everything begins. The ‘under bush’ today is a rarity, I believe that the younger generations should take better care of it without ‘copying and pasting’ existing mainstream models too much and, most of all, they should take allegedly risky steps without fear. A flop can be a good thing and it’s not necessarily the end of the world however, the culture of the web’s social+lies do not accepts it and this is an attitude that should be eradicated. The ‘names’ are becoming increasingly more important and often the guests are from abroad. For the young generations this is a big problem, we should work towards rebuilding the culture of bursting clubs just out of a line up of resident DJs. The aspiring DJs are growing in numbers, this element, in an environment without a proper structure, makes things very chaotic. When I listen to a good young DJ, I get emotional, I always wish I had a magic wand to multiply the small amount of underground clubs with an identity. Festivals are the current final frontier for Techno. In my opinion, Sonar in Barcelona is the one that gets employed in the best way, it offers a selection of underground music alongside mainstream artists, changing for a few days only the identity of a whole city through the means of music. In italy, more than one promoter is trying to do the same, I genuinely wish them the best because our country is in serious need of revenue as long as some risks are taken now and again. The ‘one way’ system taken today becomes tedious and stops evolution. Ibiza is always Ibiza for a lot of people, I can also see a lot of room for improvement around the genres Funky and Nu-Disco. Now and again I enjoy playing gigs in different smaller environments, I always tell my younger colleagues that if one has the capability to play different genres, one should do so, as it helps broadening horizons and it helps to review the basic personal conception of music.
MikiMiki Miki

Talking of the basic personal conception of music….we would like to know how Miki behaves when it comes to buying records or tracks. Is there an artist or label that strikes a particular chord with you today?

I buy a lot of digital music and new release on Vinyl. I also enjoy ‘digging’ in my personal archive, records are cyclical, they will come back eventually. I have over 30.000 vinyl records and there are always some that would fit well in my current sets but I am always being mindful not to fall into nostalgia, I play very few “remember” records by choice. In Italian clubs not everyone takes care of the sound through analogue decks, the new generation is addicted to digital and ultra dynamic sound even though recently vinyl is leaving its frequency mark at 180 Gr. I enjoy to mix by switching between different sources even though I prefer a Technics to any cd player or USB stick, I don’t believe in the concept of ‘cold’ as it is only the absence of warmth just like the darkness is only the absence of light. I receive a large number of digital promos, I like to search for everything and I don’t just focus on sound quality. If I find a track I like, I will play it even though it doesn’t sound good, I believe that a DJ should also play good tracks which sound like ‘shit’. A lot of people tell me that my sets from 20 years ago still sound fresh and relevant today and that I am too ahead of my time; lately I’m finding recognition… finally I would add, it isn’t always easy to be a pioneer and for many reasons. Right now, I have to say, I am doing quite well. It’s very rare for me to use big Techno labels, I am always searching for the ones that are able to strike my chords. I will try to give you instinctively some names because I have always liked to offer new things, there is a lot of good music around: Kollektiv Turmstrasse, Guy Gerber “Secret Encounters” a masterpiece released last year, Fango, Affkt, Delta Funktiones, Eduardo De La Calle, Robag Wruhme, Treze, Dhillon, Dennes Deen, Etapp Kylee, Djuma Soundsystem, Westerby, Mr. G., Dubspeeka, Blancah, Bob Moses. Some Italian names: Sonartek, Luca Bacchetti, Giovanni Verrina, Mennie, Dam Paul, Leonardo Gonnelli, Funkoma & Lato B… there are so many, search without limits, preconceptions or evaluations which aren’t inherent to music, obviously, making an exception for Nina 🙂 !

Miki Miki Miki

Could you give us your definition of DJ?

A Dj is the one who, once behind decks, through music generates a flux of emotions that gets people to move giving them moments of total freedom and detachment from the everyday social issues and away from any form of propaganda. A DJ shouldn’t become a therapist or elevate himself to any role other than the marvellous link between ‘OFF and ON’. A DJ needs a strong interior will power and to be imaginative, being aware of the technique requested by different sources, he needs to listen to music every day and if bored needs to stop for some time until he finds positive stimulus again. The music is something sacred , it’s the essence of creation, the DJ respects it and is grateful for it. The more the actualizations of the above mentioned point is personal, the better the DJ, not forgetting that there is the need for recognition from the audience through dance.

Miki Miki Miki

This is Miki, someone who even though has mastered the technique and the knowledge of music, respects music itself so much that he always manages it with great delicacy, never flashing it for personal gain. He always manages to surprise the listener, showing what it means to have empathy with the crowds, with the greatness that is typical of someone that can liaise with different music genres at a confidential level. Listen to this podcast recorded live from a club thinking of Parkett, because if you don’t know the character you’ll be able to perceive the talent that we have tried to show through this interview. The talent which not many people can boast of today and that takes a background place in an environment where the surroundings become more important therefore perverting the true DJ’s essence.

IndustrialStrange Crew