forty three − forty =

Ecco alcuni motivi per cui secondo noi Moog è un marchio che seguita ad innovare il mondo della musica elettronica, oggi forse ancor di più che nei fasti degli anni ’70.

Vedendo quanto è attiva l’azienda ultimamente, tra il fantastico e nuovissimo “Subsequent 37” (praticamente un Sub 37 potenziato con controllo CV) e lo sfiziosissimo Drummer From Another Mother (non in produzione, ma ottenibile tramite un apposito workshop della Moog) non possiamo fare a meno che rimanere ammirati dalla spinta propulsiva di un’azienda continuamente rivolta all’innovazione e sempre al passo coi tempi. Anzi, addirittura spesso in anticipo.

In queste righe ci piacerebbe mettere in evidenza i motivi per cui Moog è un brand che non solo è riuscito a scavarsi un ruolo di primo piano nel mondo dei sintetizzatori sin dall’inizio della storia di questo strumento, ma che se anche ora mantiene saldo il suo nome alle vette di questo ambito è proprio perchè continua ad innovare e a rinnovarsi.

E se oggi chiunque si toglie il cappello quanto sente pronunciare il nome Moog, lo si deve non solo alla inconfondibile qualità timbrica dei suoi strumenti, non solo all’amore che viene trasmesso in fase di manodopera allo strumento – che, costruito e assemblato a mano, è come se prendesse a vivere di vita propria e incamerasse una sorta di magia organica, che in un prodotto industriale è difficile scorgere – ma anche e soprattutto alla sua capacità di innovare e di trainare l’intero mercato del sintetizzatore al suo seguito. Cercare di spiegare il modo in cui si manifesta questa innovazione è proprio il tema di questo editoriale. Probabilmente riusciremo a delineare solo la punta dell’iceberg, perchè è assai difficile scoprire i segreti di un’arte semplicemente analizzando, anche perchè non tutto può essere spiegabile, ed è anche giusto così.

A parte tutto il background storico, iniziato proprio con i modulari Moog negli anni ’70 utilizzati da Keith Emerson e Richard Wright, e della cui importanza già si è parlato altrove (qui), proiettiamoci nel momento attuale e prendiamo come cardine del discorso uno strumento del catalogo Moog come il Mother 32. Perchè forse non ce ne stiamo accorgendo, ma sta succedendo qualcosa di importante nel mondo dei sintetizzatori (quindi nel workflow di decine di migliaia di musicisti) e riteniamo che un ruolo importante in questo momento evolutivo si debba a questo strumento in particolare.

Perchè proprio il Mother 32 tra i tanti capolavori della tecnica sfornati da Moog? I risvolti sono molteplici.

Innanzitutto, il Mother 32 è un semi-modulare. Di certo non il primo al mondo, perchè la stessa Moog ha avuto come cavallo di battaglia prima di lui il mitico Voyager XL, erede del MiniMoog e amatissimo “bestione” con una patch-bay molto versatile, in alto a sinistra sul suo pannello comandi. E chiaramente nemmeno il Voyager XL è il primo o tra i primi semi-modulari mai creati: a titolo di esempio il primo che viene in mente è il fantastico Korg MS-20 (o prima di lui l’MS-10), in produzione a cavallo tra i ’70 e gli ’80 e oggi di nuovo in produzione in una nuova versione mini e desktop.

Però, il Mother 32 si è rivelato in questo caso particolarmente influente. Perchè? Perchè è uscito in un momento particolare, un momento chiave della storia dei sintetizzatori e dell’evoluzione della musica elettronica. La rivoluzione che ha portato, la ha portata a braccetto con Dieter Doepfer. Se il formato Eurorack di Doepfer è la benzina, il Mother 32 è stato come un cerino acceso buttato in mezzo.

Doepfer ha inventato il formato Eurorack negli anni ’90: precisamente era il 1995 quando è stato svelata svelata al mondo la linea A-100, che ancora oggi regge benissimo il confronto con la valanga di moduli in circolazione, soprattutto per il rapporto qualità/prezzo e per l’enorme varietà di moduli Doepfer a disposizione: facendo un giro su Modulargrid, si può facilmente vedere come esiste un modulo Doepfer praticamente per più o meno qualsiasi funzione. Il modulare quindi esiste da decenni, ma aspettava di uscire dalla nicchia dei pochissimi.

E la vera esplosione del modulare è roba di questi anni. Ci sono voluti quasi due decenni prima che la febbre dilagasse, e il virus che più di altri ha contribuito a spargere l’epidemia, secondo noi, è proprio il Mother 32 della Moog.

Era il 2015 quando il Mother 32 è uscito. Non vogliamo dilungarci sulle sue caratteristiche perchè questa non è una recensione, quindi lasceremo sottintesa la poesia della sua architettura, del suo celebre filtro Transistor-Ladder, della ricchezza armonica nel suo oscillatore e quant’altro. Probabilmente non è nemmeno il migliore sintetizzatore Moog mai creato, ma è sicuramente molto importante, proprio per le implicazioni di cui stiamo per parlare.

Quello che lo ha reso un vero game-changer è un poker di caratteristiche che, messe insieme, gli hanno fatto letteralmente fare il botto: uno strumento che anche senza collegare cavi patch può offrire molto, grazie anche al sequencer interno e al timbro che anche con pochi interventi può essere ascoltato per anni senza stancare; la patch-bay a trentadue punti dove praticamente abbiamo tutte le utilities e le possibilità creative che servono in un sistema completo, seppur in sintesi (due uscite LFO, l’uscita filtro, i comandi per controllare il sequencer con i CV, un mixer, un multiple, la possibilità di FM lineare, keyboard tracking e molto altro); infine e soprattutto il formato eurorack di questo strumento, che viene venduto in un elegante case proprietario, ma che può essere da esso separato per l’integrazione in sistemi modulari Eurorack. Quarta caratteristica: il prezzo.

E quindi cosa succede: costa relativamente poco per essere un Moog e per fare quello che fa, quindi lo si può acquistare con impegno minore rispetto ad altri strumenti di fascia alta (anche perchè ci si può ciecamente fidare quando si acquista Moog: potere del nome!), e finisce che ti trascina nel paradiso – o nell’inferno, a seconda di come si interpretano le conseguenze – del mondo modulare.

E’ quindi un ottimo gateway per passare dall’uso dei sintetizzatori “normali”, cioè i vari tabletop o a tastiera, alla “dark side” del modulare.

Riteniamo che non è affatto un caso se proprio negli ultimi anni il modulare è dilagato in particolar modo, se sui forum di ogni genere le persone postano foto di sistemi Eurorack esagerati, molto spesso con la didascalia “l’anno scorso avevo solo un Mother 32, ora la situazione è questa”. Non è nemmeno un caso se l’agile formato semi-modulare piccolo, senza tastiera e compatibile con Eurorack è stato fiutato da una quantità di altri brand che hanno elaborato la loro versione: dai vari Dreadbox al recentissimo Ants, passando per synth voice complete concepite direttamente per Eurorack con un tempismo inequivocabile, come il Pittsburgh Lifeforms o l’Intellijel Atlantis, arrivando anche a un concept del tutto unico come l’ibrido e divertentissimo Make Noise 0-Coast (che concilia in un unico progetto elementi di sintesi West Coast ed East Coast).

Sia chiaro, mai ci sogneremmo di dire che costoro hanno copiato o che non siano stati capaci di tirare fuori un’idea autentica, perchè i sintetizzatori appena citati sono a dir poco favolosi anche loro, con personalità e con uno stile unico, che non assomiglia nemmeno lontanamente al Mother 32 – basta guardare le loro specifiche per convincersene. E torniamo a ripetere che il Mother 32 non è il primo, ma in un modo o nell’altro pare sia stato lui a “dare il la”, ispirando una moltitudine di abili costruttori. Proprio il formato, probabilmente, più di altri fattori, è stata l’intuizione vincente.

Non solo, in questi ultimi anni molte nuove marche sono nate e alcune pre-esistenti si sono buttate sull’Eurorack (ma stanno tornando anche i formati 5U o addruttura alcuni del tutto nuovi come il Polytik), come la Waldorf, o anche Oberheim che al NAMM 2017 ha presentato la sua interpretazione del semimodulare con il SEM-X, o anche Roland con la sua serie 500 o il System 1m.

Quest’ultimo è uscito nel 2014, poco prima del Mother 32, ma riteniamo non abbia avuto l’effetto gateway che ha avuto il Moog. Non crediamo sia colpa del prezzo, perchè più o meno i due si equivalgono. Chissà, forse sarà per motivi di dimensione, o più semplicemente per motivi timbrici o altro. Il System 1m è un signor synth, estremamente versatile e con un’abbondanza pazzesca di funzionalità, eppure non lo si vede altrettanto spesso nei sistemi Eurorack in giro per la rete. Forse perchè da solo occupa una fila intera di un rack da 84 hp, o perchè essendo già “troppo sufficiente e anche di più” non stuzzisca lo spirito modulare del mettere insieme moduli e idee diverse procedendo per singole unità fondamentali.

Forse un punto di forza del Mother 32 è proprio il suo essere, dicamo, molto friendly nei confronti del restodel mondo Eurorack, ma di per sè in un certo senso non completamente autosufficiente. Chiariamo questo punto: di per sè può funzionare da solo anche senza moduli accessori ed è già molto molto potente. Ma è inevitabile che dopo poco prenda la voglia di espandere le possibilità, perchè uno da solo piace molto ma è anche abbastanza facile che non basti per scavare a fondo, creativamente parlando, anche perchè di per sè fa parte della tipica scuola Moog, maestra nei monofonici a singolo oscillatore. E allora o se ne prende un altro uguale, o anche altri due per creare una bestia a due o tre oscillatori Moog indipendenti, o si iniziano a cercare moduli di altre marche per dare un plot-twist che esca dal framework Moog e vada a totalizzarsi nel mondo assoluto del suono elettronico. E forse proprio questo limite intrinseco è ciò che fa fare il passaggio, fa sposare la causa del modulare senza possibilità di ritorno.

moog

E’ anche vero che oggi, a differenza degli anni ’70 e ’80, i sintetizzatori modulari costano estremamente di meno. E per questo dobbiamo nuovamente tornare da Dieter Doepfer e ringraziarlo. Prima, un sistema come quello di Keith Emerson era l’impegno di una vita, un acquisto che si fa una volta sola, con una quantità di zeri nel prezzo da pensarci non due, ma duecento volte prima di verificare se ce lo si poteva permettere. Oggi esistono sì moduli Eurorack anche estremamente costosi, ma pur sempre in qualche modo proporzionati allo stile di vita occidentale odierno, alcuni anche piuttosto economici proprio come i Doepfer. Per cui a parte un piccolo sforzo iniziale per trovare un case adeguato e una prima massa critica di moduli da utilizzare insieme, proseguire non è impegnativo. Anzi, un modulo tira l’altro e l’economia del sintetizzatori prende quota.

Quindi, noi vediamo in questo 2017 una Moog pluripremiata (ma anche nel 2016) che prosegue la sua spinta di innovazione anche senza il suo patron Bob Moog, che è capace come piccola-grande azienda del North Carolina a fornire prodotti praticamente d’artigianato che commuovono il mondo, che ci trascina a scoprire le possibilità elettroniche di oggi attraverso la connessione con tutto ciò che il mercato offre, piuttosto che arroccarsi nell’antiquato e austero isolazionismo di chi ha un nome nobile e veterano e detesta le nuove generazioni, soprattutto quando c’è la consapevolezza che il mondo ti considera guru e si fa ispirare dalle tue idee.

Troviamo che l’attitudine del Mother 32 a cercare di andare mano nella mano con altri moduli e strumenti sia significativa e potente anche al di fuori del semplice ambito tecnico. Troviamo che la rivoluzione sia proprio in questo: in un qualche modo spinge all’apertura, alla sperimentazione, all’interazione, e ci sono profonde implicazioni anche a livello umano, per chi vuole vederle. Per chi sa interpretare anche metaforicamente.