sixty five + = sixty nine

Uno dei fondatori dei Kraftwerk, Ralf Hütter, è stato il protagonista di un’ interessantissima intervista da parte del giornale inglese “The Guardian”.

Non è propriamente un chiacchierone, Ralf Hütter, membro fondatore dei Kraftwerk. Tutt’altro: fa parte di quella schiera di personaggi pubblici che davanti ad un intervista diventano improvvisamente taciturni ed evasivi, non tanto per una questione di personaggio, quanto per un vero e proprio limite di personalità, o per puro tratto caratteriale.

Ci coglie un po alla sprovvista quindi vederlo esprimersi così duramente su alcuni concetti. Musica e social network su tutti.

Ma prendiamo una cosa per volta, partendo dalla più veniale. La mancanza di attrazione verso le reti sociali è un fatto particolare, se si pensa allo stile Kraftwerk. Dopotutto, il quartetto ha sempre sostenuto quell’ideale di tecnologia come possibile panacea di tutti i mali (più delicato è il discorso di “Radioactivity”), e in un certo senso non ci stupiamo se non sono felici di come sta andando in realtà la questione in toto. Si dissociano quindi da una cosa che Hütter stesso definisce come effimera e banale.

Effimera e banale non è però il resto dell’intervista, dove il musicista tedesco parla della sua musica, di come continua ad alimentare se stesso con la passione per la composizione, del suo rapporto con l’elettronica, non necessariamente intesa come musica ma proprio come mondo.

Particolarmente interessanti, inoltre, sono quei passaggi dove ripercorre la sua storia e le sue opere più importanti, analizzando quella che è l’eredita dei Kraftwerk come musicisti, nati in una Germania postbellica che aveva completamente tagliato i ponti con il proprio passato artistico musicale. Non mancano anche riferimenti alla propria multi-culturalità dovuta alle sue origini.

Hütter racconta:

“Vivevamo a Düsseldorf, nel Rhineland. Germania, sì, ma c’era una zona inglese. Era a quattro ore di macchina da Parigi, vicino al confine con l’Olanda e il Belgio. Per noi era normale andare a ballare nelle discoteche francesi, passare un weekend ad Amsterdam o asoltare qualche nuova band a Bruxelles. Una situazione molto pan-europea che ha poi influenzato le nostre produzioni e la nostra visione del mondo”

Una stimolante chiacchierata, quindi, che alleghiamo in forma completa e che ci rinnova ancora una volta la visione dei Kraftwerk umani, dietro i robot che vediamo nei live.

Per leggere l’intera intervista, vi rimandiamo alla fonte originale qui.