La storia di come è nata “Born Again” remix e l’eredità di Media Records raccontate da due protagonisti di questa intervista, così diversi eppure così affini: Gianfranco Bortolotti e Nesh Mayday

Se scandagliamo il panorama musicale degli ultimi trent’anni, pochi nomi hanno inciso tanto profondamente sul tessuto culturale e commerciale quanto quello di Gianfranco Bortolotti. Architetto di formazione, imprenditore per vocazione e indiscusso visionario del suono, Bortolotti non è stato solo un produttore discografico, ma il demiurgo di un’intera epopea musicale che, partendo dalla provincia italiana di Brescia, ha saputo conquistare le vette delle classifiche mondiali.

La sua vita è la cronaca di un’intuizione imprenditoriale geniale: intercettare il battito della notte e trasformarlo in un fenomeno di massa. Con la fondazione di Media Records nel 1987, Bortolotti ha creato una vera e propria fucina di talenti e hit, dando vita a un sound, l’Eurodance e la dance progressiva italiana, che sarebbe poi diventato la colonna sonora di un’intera generazione. Marchi come UMM (Underground Music Movement) e BXR sono diventati in pochissimo tempo un punto di riferimento per la scena, capaci di lanciare artisti del calibro di Gigi D’Agostino, Mauro Picotto e progetti iconici come Cappella e 49ers, vendendo milioni di dischi e ottenendo riconoscimenti multi-platino a livello internazionale.

Tre decenni più tardi, quella stessa eredità pulsa ancora, ma in forme nuove. UMM sta vivendo un ritorno che non guarda indietro, ma scava sempre più a fondo. Noi abbiamo messo al centro di questo nuovo movimento due figure che appartengono a generazioni, estetiche e culture diverse, ma che oggi si trovano sulla stessa traiettoria. 

Da una parte Gianfranco Bortolotti, mente visionaria, creatore di un impero dance negli anni ’90, uomo capace di intuire i movimenti culturali prima che lo facciano le piattaforme, e che oggi continua a ragionare con la stessa fame di allora. Dall’altra Edoardo Rampazzo, in arte Nesh Mayday, fondatore di etichette indipendenti come H23N Records, Kumité Rec., Mayday Records,  produttore e talento cresciuto nell’underground italiano, figlio dei free party e di una cultura che non ha paura di sporcarsi le mani e non solo.

Il remix di Born Again

Il pretesto per farli sedere insieme è l’uscita del remix tekno di “Born Again”, classico assoluto del catalogo UMM firmato Ricky L., ora riletto proprio da Nesh: un’operazione che non è un semplice ri-arrangiamento musicale, ma un segnale che il mondo UMM – e in particolare la sua anima più radicale, UMM Red – rimane un laboratorio attivo orientato verso la sperimentazione e la riscoperta della fisicità del dancefloor. In questo remix, uscito a giugno del 2024, sacralità e rave culture si sono incontrate, tra il rispetto verso un classico, dall’altra la spinta a portarlo oltre, dentro le sonorità taglienti della tekno tribe contemporanea.

UMM Red, oggi guidata da Tèchne, sta diventando lo spazio in cui l’etichetta spinge al massimo la propria componente sotterranea senza inseguire i trend, niente pop, niente compromessi, solo ritmo, ricerca e identità. Una nuova costellazione di artisti europei – da Mark Williams a Mechanik Freakz, da A.W.A. a Carlos Fernandez – sta contribuendo a definire una direzione che evita volutamente i numeri, i social, l’hype. È la musica a muovere tutto e proprio per questo, per Bortolotti e per Nesh, la questione non è solo stilistica ma culturale.

Il confronto 

Mettere a confronto Gianfranco Bortolotti di UMM, e Nesh Mayday non significa solo far dialogare due generazioni, ma raccontare un percorso che attraversa trent’anni di musica elettronica. Dal vinile allo streaming, dal club come cattedrale notturna allo studio come laboratorio creativo, UMM continua a muoversi nel tempo, ed è proprio su questa soglia – tra memoria e futuro – che abbiamo voluto incontrarli insieme.
Durante l’intervista, che parte apparentemente da temi lontani – l’appropriazione del dance da parte di estremismi politici, la deriva spettacolarizzata della club culture, l’impatto dell’AI sulla produzione musicale – emerge un dialogo generazionale sorprendentemente allineato.
Bortolotti parla di “musica senza anima”, di un’AI che fa paura solo se un giorno dovesse svilupparne una. Nesh risponde spiegando che produrre è un atto fisico, concreto, un lavorare sulla materia sonora che l’intelligenza artificiale rischia di svuotare di senso. Entrambi concordano su una cosa: senza umanità, senza conflitto, senza visione, l’elettronica diventa sterile.

Noi di Parkett quando abbiamo raggiunto la warehouse di Nesh Mayday a Roncadelle, in provincia di Brescia, la stessa terra che ha visto nascere Media Records e che rappresenta tuttora il luogo d’appartenenza di Gianfranco, sapevamo che sarebbe stata un’intervista molto interessante.

Media Records è stata una delle etichette più iconiche d’Europa: qual è stato il vero segreto del suo successo?

Gianfranco

Avevamo Media Records come punto di riferimento, circondata da altre label, ognuna specializzata in un genere musicale. Operando in questo modo, abbiamo “aperto” la mente del pubblico, abbiamo “acchiappato” più pubblico possibile. Abbiamo però portato sempre avanti artisti con una loro identità, underground, mainstream o ibrida che fosse.
E’ sempre stato il punto chiave della mia strategia di espansione. Non so dire quanto sia stata una scelta consapevole o inconscia… forse entrambe. Fin dall’inizio pensavo: «avere due studi è meglio che uno», «avere tre è meglio che due».

Quando ho avuto il mio primo successo — parlo di un numero uno nella chart americana — ho avuto a disposizione soldi, soldi che non avevo mai visto in vita mia. Ero uno studente: tutto ciò che guadagnavo lo investivo in altri studi di registrazione, pensando di moltiplicare il guadagno per due, per tre, per quattro… e così via. Ho scelto di partire da zero, moltiplicando i punti di produzione. 

L’ho però fatto senza mai perdere di vista i producer, lasciando spazio alla loro creatività spontanea. L’energia che si veniva a creare all’interno degli studi si distribuiva in quella che noi chiamavamo la global-house: un terremoto di idee. L’energia si diffondeva nei diversi studi di registrazione. 

Il mio talento era scegliere i musicisti con più… talento. Anzi, non li sceglievo davvero. Mi accorgevo quando qualcuno riusciva a creare brani con accordi più immediati, quando qualcuno di loro aveva un modo più diretto di creare musica. La dance non è musica classica, ha bisogno di immediatezza.

Sceglievo quindi tra i diversi sound quello mi convinceva di più e via via siamo arrivati a creare quella trance-house che poi hanno chiamato Eurobeat, poi Eurodance, eccetera.

Li lasciavo liberi di fare, i miei collaboratori. È chiaro che avendo una struttura — studi, tecnici, studi di registrazione — davo indicazioni generali, ma non pressavo e per poi concludere insieme a loro la produzione dei brani.

Ci sono stati momenti difficili? 

La parte più dolorosa della mia carriera è arrivata nel momento in cui ho ceduto i master ed i cataloghi, tenendo però la proprietà dei marchi. Avevo un accordo con Warner, che mi impediva di lavorare per qualche anno e proprio in quel momento sono esplosi i social.

Purtroppo, molti di coloro che avevano avuto da me uno spazio, una possibilità, invece di riconoscere la mia abilità nel valorizzare il loro carattere… hanno sfruttato i social per raccontare altro.

Quando mi sono ritirato, non l’ho fatto per scappare o speculare. Ma molti, invece di apprezzare ciò che avevano preso dalla nostra struttura, la libertà e la direzione che gli avevo dato, hanno raccontato altro, che sfruttavamo le loro idee. Nell’immaginario collettivo  c’è l’idea che senza di me avrebbero fatto ancora meglio. Non credo sia andata così.

Va poi ricordato che eravamo indipendenti, non c’era nessuno dietro di noi a dirci cosa fare.

Com’è stato gestire questa varietà di stili musicali, persone e società? A chi vi siete ispirati?

QAll’epoca, in America esisteva già un manager, più che una label, che gestiva DJ e li mandava in giro per l’Europa… ma i DJ non erano mai al centro del processo creativo della musica vero e proprio. Non erano davvero considerati, cosa che invece oggi succede.

Non esisteva, allora, una struttura che creasse musica e lanciasse nuovi talenti musicali nella dance trasformandoli in star. Siamo stati primi, con Media Records, a trasformare i DJ in Top DJ. Decenni dopo, la mia visione si è concretizzata per breve periodo con Spinnin’ Records, che ha lanciato Martin Garrix… ma che poi nel 2017 Spinnin’ è stata acquisita da Warner Music.

Con Media Records, non avevamo ancora il controllo totale su ogni cosa, ovvero non gestivamo gli artisti per quel che riguarda concerti, serate e sponsor. Abbiamo comunque innovato davvero un business che allora era orientato soltanto alla musica e ai dischi, non alla figura del DJ come performer centrale… quest’ultima innovazione è merito nostro.

Sia chiaro, tutto partiva dalla musica. Ad esempio, creai l’etichetta Heartbeat, con un sound un po’ crudo, un po’ hardbass, con molta energia. Poi avrei fatto la stessa operazione con BXR, sempre lanciando DJ per farli diventare delle vere rockstar. 

E poi cosa è successo?

Gianfranco

Purtroppo, o per fortuna, dipende da come la si guarda, ho venduto proprio quando il settore musicale è esploso, in un periodo di crisi o cambiamento epocale. Anche in questo caso, dipende da come la si guarda. 

Ho venduto per tutelare tutti, in particolare il mio socio Diego Leoni. Media Records era troppo piccola per reggere da sola e troppo grande per essere comprata come struttura operativa. 

Avevamo creato 17 società in totale e abbiamo iniziato a chiuderle nel 2007, per concludere il processo dopo circa dieci anni. Il processo di smantellamento della struttura internazionale ha richiesto molto tempo. C’erano molte persone da accompagnare nel loro percorso. L’aspetto umano per noi è sempre stato fondamentale. 

I ragazzi che erano con noi abbiamo cercato di metterli nella condizione di riposizionarsi, non li abbiamo messi alla porta. E alcuni dei miei più stretti collaboratori, alcuni anche soci a livello azionario, oggi sono dirigenti di primo livello, nelle major o altrove.

Oggi sono “atterrato” su un giovane artista che vive la musica tekno, NESH MAYDAY. In sostanza sto ripetendo il modello, perché l’idea è esattamente quella: ripetere ciò che ha funzionato, adattandolo ai tempi.

Avere una persona che vive davvero la techno, che se l’è costruita da sé, che si è fatto la sua strada… per me è molto importante. Perché posso dire agli addetti ai lavori: “Non vi sto portando l’ennesimo ‘scappato di casa ‘che vuole fare il DJ techno. Vi sto portando un produttore techno, uno che non ha bisogno di me per crescere e migliorarsi”.

Per accompagnare il suo percorso, per renderlo più veloce, posso invece creare intorno a lui un team, una squadra di artisti che cresceranno insieme a lui e magari un giorno lo supereranno. E’ quel che ho fatto con Gigi D’Agostino e la label BXR.

Applicando questo modello, abbiamo creato una corrente musicale credibile, internazionale e, allo stesso tempo, popolare. Popolare, non banale.

Underground o commerciale quindi?

Gianfranco

Il mio obiettivo non è mai stato fare “musica commerciale” per forza. Ho sempre cercato di migliorare i miei prodotti, di portarli a nuove generazioni, di dare loro qualità e sostanza. E posso dire con orgoglio che ci sono riuscito: i miei prodotti hanno raggiunto orecchie italiane e non solo, senza tradire l’underground del genere.

Quando faccio il produttore, faccio quello che sento e spesso creo musica davvero underground. Anzi, l’underground è il cuore del mio lavoro perché essere underground vuol dire essere innovativi. Il successo, oggi come ieri, nasce poi dalla squadra che hai intorno: ufficio stampa, produzione, ingegneri del suono e distribuzione.

Anni fa contavano, ovviamente, i negozi di dischi. Eravamo così forti, dal punto di vista commerciale, che riuscivamo sempre a dare visibilità ai nostri prodotti nei negozi: le nostre insegne luminose, il merchandising, i giubbini… Avevamo un approccio ‘completo’. Se mi guardo indietro, mi accorgo che questo sistema ha funzionato perché rispettava creatività e pianificazione.

Dagli studi di registrazione ad un HUB, come hai reso possibile tutto questo?

Gianfranco Bortolotti

Tutti coloro che partecipavano a questo progetto – non solo gli ingegneri, i produttori e gli artisti, ma anche i giornalisti che si occupavano della comunicazione – hanno vissuto un percorso formativo intenso. Molti dei giornalisti più importanti d’Italia nel settore musicale di oggi, hanno lavorato con noi per 5 o 10 anni. Non si sono limitati a imparare il mestiere, hanno fatto un vero e proprio passaggio di esperienza, superando i limiti dei giornali tradizionali, entrando in contatto con la musica, la produzione e la scena underground. Hanno imparato a crescere, a capire, a fare rete. Non erano ‘esterni’, facevano parte del progetto.

E molti si sono ispirati al nostro modello. Ad esempio, il mio amico Massimo Gabutti a Torino con la sua Bliss Corporation, con cui ha lanciato gli Eiffel 65 e Gabry Ponte. Spesso ha ammesso di essersi ispirato a Media Records, come del resto io mi sono ispirato al modo di lavorare di Stock, Aitken & Waterman (leggendari produttori britannici attivi negli anni ’80, NDR). Siamo stati una sorta di “fattoria”, un hub naturale, uno spazio vuoto che serviva per generare idee e coltivare talenti. Quando dico “vuoto”, intendo proprio uno spazio in cui gli artisti avevano la libertà di creare senza imposizioni, in cui tutto poteva nascere.


Adesso veniamo a voi due, come siete arrivati a lavorare insieme e perché proprio “BURN AGAIN”?

Nesh Mayday
Ci siamo conosciuti grazie alla musica, tramite Rap Tekken (format e di una sfida freestyle che spinge gli artisti rap emergenti a confrontarsi a colpi di 24 barre, con un’estetica che richiama il mondo dei videogiochi, in particolare la saga di “Tekken”), un luogo più legato al trap e alla produzione. È stato un altro produttore a metterci in contatto perché c’erano delle idee in ballo con Gianfranco, non solo nell’elettronica, ma anche in altri generi musicali.

Poi, dato che veniamo dallo stesso quartiere e avevamo programmi simili per la musica elettronica, abbiamo deciso subito di collaborare. L’idea era lavorare insieme a una traccia, esplorare le nostre idee e sviluppare qualcosa di concreto.

 
 
 
 
 
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Una volta che eravamo già lì in confidenza, proprio è nata così.  Quando lui l’ha visto che avevo fatto un unofficial remix di Burn Again, mi ha detto: “Ma lo sai che l’ho rilasciata io quella canzone lì?” Io ero incredulo. Gli ho detto: “Guarda, ho il remix che è più che pronto. L’ho già anche provato in giro a suonare live e il pezzo comunque piaceva”. In un attimo era già pubblicata. 

E tra l’altro, giusto la settimana scorsa gli ho chiesto se posso stamparla nel mio disco indipendente che faccio all’edizione numero 3. Sono mega contento di questa cosa.

Gianfranco Bortolotti
E’ proprio così. Ho sempre lavorato con i ragazzi emergenti, mai con quelli consolidati, anche negli anni ’90. Già allora, non riuscivi a cambiare una virgola di ciò che proponevano gli artisti già affermati, perché erano troppo sicuri di sé. Con i giovani, invece, si poteva e si può fare davvero la differenza.

Il remix di Nesh mi è piaciuto subito perché è una produzione finita, fatta da un vero professionista di questo mestiere. Anzi, la produzione degli anni ’90 mi soddisfaceva solo in parte. Con la versione di Nesh c’erano quindi tutti gli elementi perché dicessi: “Sì, stampalo, vai, procedi”.  E così ho fatto. 

Nesh
Esattamente. Diciamo che abbiamo virato principalmente — sarà per gusto personale — più su un aspetto elettronico. Infatti ad oggi abbiamo collaborato più sulla techno. Sulla trap abbiamo cominciato a instaurare un paio di questioni. 

Gianfranco
Io lo considero ancora in ballo Rap Tekken, non è che lo ignoro.
Io frequento un po’ i grandi manager di Roma: quelli che hanno in mano televisioni, radio, produzioni, eccetera. Quindi non escludo una collaborazione. In questo momento, come Rap Tekken, ce ne sono già due o tre molto grossi che funzionano. Non siamo all’inizio di questo percorso con il format trap.

Un richiamo techno potente, mi verrebbe da dire. Dalla Love Parade alle Street Parade in Italia, domandona: TECHNO è POLITICA?

Nesh
Il richiamo techno per Gianfranco c’è, e l’ha fatta vedere subito anche nei confronti di una techno che è totalmente diversa da quella che si propone oggi. Quando gli abbiamo detto: “Siamo alla Street a Brescia”, lui ha preso ed è venuto. È bello.

Gianfranco
Certo, mi piacciono queste cose.  Sono stato tra i primi in Italia, credo, ad andare alla Love Parade di Berlino. Ai tempi di BXR avevamo artisti sulla metà dei camion che sfilavano tra le strade della città.

Nesh
Siamo cugini comunque alla fine, perché la Street Parade riporta tutti alle origini. È assurdo, perché per noi il movimento della street, al di là del fatto che nel nostro ambito è anche un movimento molto politico, però nel momento in cui facciamo musica e spesso nelle street ci ritroviamo con altri carri che fanno altra musica… è bello, perché c’è un’unione musicale che fa bene.

Gianfranco
Hai toccato un argomento che mi incuriosisce moltissimo, anche per una questione di età: la politica. Voglio solo che la gente balli. Voglio il club come luogo neutro, libero, come era una volta. Altrimenti la musica perde la sua funzione.
Invecchiando si comincia a fare delle riflessioni, pensieri che magari a vent’anni o trent’anni non si fanno. Per questo, ripeto, mi dà un po’ fastidio che sia la techno sia politicizzata. 

Nesh
Noi, nel nostro movimento, chiaramente portiamo alla luce anche un movimento politico. Free party, free people, dove chiunque può andarci e deve poterci andare. Il mondo è per il buon senso, la libertà, e il fatto che comunque ci sappiamo autogestire, che non abbiamo bisogno di regole imposte, ma guidati dal buon senso delle persone che ti aiutano e ti fanno capire che non devi fare certe cose, perché rovini la serata a chiunque. E in certi club vediamo la stessa cosa: all’interno del club fai quello che vuoi, rispetti l’ambiente; quello che succede lì rimane lì, viene autogestito.

Per quanto mi riguarda — se io sono quello che sono oggi, è grazie ai free party. Se io posso andare all’estero a d esibirmi, è perché io e i miei soci prendevamo le casse, andavamo in posti abbandonati, dove nessuno ci diceva niente, e facevamo la festa, dando vita a fabbriche dismesse o terreni inutilizzati.

Però non stavamo facendo solo musica, quindi dobbiamo essere sinceri con noi stessi, se avessi voluto fare solo musica, mi affittavo un club, pagavo tutte le cose come una persona normale e facevo solo ed esclusivamente quello.

Nella mia esperienza personale ho un background che è anche politico, voglio far capire che fare musica in certi posti è libertà, e dovrebbe essere accessibile a chiunque e mi piace essere associato ancora adesso al movimento della street, al poter montare ancora.

Ma nei club che mi chiamano all’estero io vado, perché sto portando solo il mio prodotto in quanto musica, la mia arte.

Nesh Mayday at Tek’n’Bass

Ultima domanda, come vedete la produzione con l’introduzione dell’AI?

Gianfranco

E’ una situazione preoccupante, senz’altro. Abbiamo già ricevuto prodotti creati così, senza anima. Per ora, non fanno paura, ma l’AI del prossimo futuro dovrebbe aumentare propria competenza e soprattutto avere “l’anima”. Il giorno in cui avrà un’anima, avrà anche una coscienza. Molti sono preoccupati, altri invece sfruttano la cosa a loro favore. Il dibattito è aperto.

Nesh

Tra l’altro è uno di quei discorsi all’ordine del giorno: c’è molta gente preoccupata; altri invece sfruttano la cosa a loro favore. Io non sono tanto favorevole. Però in realtà penso che sia una cosa molto naturale.

Ne parlavo prima con Insane Teknology, a me piace produrre. Cioè, se mi togli proprio il bello di stare lì a crearmi il suono, e mi fai fare solo il direttore d’orchestra… non sto più facendo il produttore.

Se devo avere qualcuno che mi dà un consiglio su un dettaglio di scrittura, ok: è una cosa. Resta il fatto che comunque voglio un parere umano, di una persona che mi dice “No, io farei questo, toglierei quello.”

Ma la creazione proprio del suono… quella no.

Il filo rosso della musica elettronica

L’incontro con Gianfranco Bortolotti e Nesh Mayday ci lascia la sensazione netta di aver sfiorato due epoche della musica elettronica che, invece di scontrarsi, dialogano. Da una parte la visione industriale e pionieristica che ha costruito un’intera filiera musicale; dall’altra l’energia di una nuova generazione che difende le proprie radici underground mentre guarda ai club e alle dinamiche globali. Ciò che ne emerge è che la musica per entrambi è una forza che crea comunità, che ridefinisce le possibilità e che continua a cercare spazi di libertà, anche quando il mercato cambia pelle.

Se c’è una convinzione che entrambi condividono, è che l’evoluzione non può essere fermata ma può solo che essere guidata.

Siamo convinti che questa intervista non racconta soltanto la nascita di un remix o l’ennesima rinascita di un marchio storico. E se il segreto della nuova UMM fosse proprio qui, non imitare il passato, ma ricostruire il futuro con la stessa irriducibile fame che ha sempre mosso i suoi protagonisti?

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