Samuel Kerridge si racconta in una breve intervista e ci lascia ascoltare in anteprima un brano del suo prossimo album in uscita su Blueprint Records.
La fine del 2025 vede il ritorno senza compromessi di Kerridge su Blueprint Records con il suo album di debutto per l’etichetta. “Memoir of Disintegration” (link here), oscilla tra un’elettronica opulenta e delicata e una follia divorante, anticonformista e intimidatorio come sempre.
Samuel Kerridge è una delle figure più radicali e riconoscibili dell’elettronica contemporanea, un produttore che da oltre dieci anni smonta e ricompone la forma techno con un’attitudine post-punk feroce e intransigente.
Cresciuto all’interno dell’universo Downwards, dove il suo approccio fatto di rumore, rotture ritmiche e un’ombra industriale ben marcata ha contribuito a ridefinire il suono dell’etichetta, Kerridge ha costruito una discografia stratificata: sette EP, cinque album e una serie di progetti collaterali che spaziano dalla collaborazione con Taylor Burch alla formazione UF con OAKE, fino al recente gruppo Death Disco.
Alla dimensione da produttore affianca quella di curatore, dal ciclo berlinese Contort agli anni alla guida di Berlin Atonal, e quella di performer, con set ibridi che destrutturano centinaia di tracce in tempo reale.
Insimma, Samuel Kerridge è veramente un artista unico nel suo genere, poiché riesce ad attraversare generi e contesti senza mai addomesticare il suo linguaggio, mantenendo intatta la vocazione a esplorare i territori più oscuri, fisici e sperimentali della musica elettronica.
In occasione dell’uscita del suo prossimo album su Blueprint Records, label capitanata dal Maestro James Ruskin, abbiamo fatto quattro chiacchiere proprio con Kerridge e naturalmente siamo riusciti a strappare una traccia da ascoltare in anteprima assoluta.
INTERVISTA
1. Il nuovo disco in uscita su Blueprint sembra segnare un’ulteriore evoluzione del tuo linguaggio sonoro. In che modo questo album riflette il tuo percorso personale degli ultimi anni?
Negli ultimi anni ho preso una decisione consapevole: separare i miei progetti. Prima tutto ciò che creavo finiva sotto lo stesso tetto, ora invece ho diversi alias (Death Disco, UF) attraverso cui esprimere tutto ciò che sento il bisogno di rendere pubblico.
L’ho fatto per due ragioni. La prima, un po’ ingenua, era l’idea che dopo il mio ultimo LP Kick To Kill la gente fosse confusa. Ma soprattutto, questa divisione ha avuto un impatto enorme sul mio processo creativo e sulla mia soddisfazione artistica. Mi permette di esplorare territori sonori differenti senza sentire l’obbligo di concentrare tutto ciò che ho da dire in un unico disco. Così non mi auto-impongo più la pressione di “spuntare tutte le caselle” in un colpo solo.
Questo approccio mi ha permesso di esplorare a fondo i ritmi e la palette sonora di Memoir of Disintegration senza dover tirare il pezzo successivo in un’altra direzione solo per saziare la mia voglia di chitarre.
È ovvio che esistano dei punti di contatto, musicali o attitudinali, ma creando questi compartimenti interni ho aperto molte più possibilità. Il suono continua a evolversi, e al tempo stesso è chiarissimo dove sto andando. Ho già un altro LP praticamente pronto e questo mi consente di portare molto materiale inedito nei live, rendendo lo show qualcosa in continua trasformazione ed espansione.
2. Guardando agli inizi, quando pubblicavi su Downwards e su etichette affini, la scena elettronica aveva un ritmo e un’estetica molto diversi. Cosa ti porti dietro da quel periodo, e cosa invece hai lasciato andare?
Ah! Gli anni d’oro! Che periodo per essere vivi! A parte il carico di bagagli emotivi trascinati fino ad oggi, sono ancora lo stesso artista, almeno nella visione, anche se con un taglio di capelli da crisi di mezza età. Dal punto di vista sonoro sono cambiato, certo, ma non perché rispondo a influenze esterne, è sempre stata una lotta interna, personale, per continuare a evolvermi.
Senza voler sembrare troppo pessimista, guardando indietro credo di aver lasciato andare un po’ di speranza. Avevamo le feste Contort, i club programmavano artisti sperimentali nelle serate principali, i dj set erano un terreno di grande contaminazione. Si respirava un’aria molto più libera, onesta, solidale, comunitaria.
Non parlo di qualcosa di irrecuperabile: sono passati meno di dieci anni. E per fortuna ci sono ancora collettivi che tengono viva quella fiamma, andando controcorrente.
Alla fine, posso solo fare il mio. Il resto non dipende da me. E questa è l’unica filosofia che mi accompagna da quando ho messo piede sulla scena.
3. Molti artisti dicono che oggi c’è più pressione che mai per “funzionare” in un club. Come gestisci il rapporto tra sperimentazione sonora e contesto clubbing, soprattutto ora che le dinamiche sembrano così lontane dai tuoi esordi?
Tutto dipende dal motivo per cui fai musica. Io non ho mai sentito quella pressione, non ho mai compromesso il mio suono o ceduto al gusto della massa. Questo non cambierà. “I’m rotten to the core”, come dicono gli Alien Sex Fiend.
Non servono sacrifici quando si produce arte, e non ho realizzato questo disco pensando a un contesto specifico in cui dovesse funzionare. Quando ho iniziato, il mio suono non era considerato “da club”, ma la scena era molto più aperta e accogliente verso chi sperimentava, e questo mi ha permesso di girare il mondo più volte. Forse questo privilegio mi ha anche rafforzato la convinzione e da allora sono rimasto ben piantato sulle mie posizioni.
Il rovescio della medaglia è che ora mi sento a anni luce dalla situazione attuale della musica elettronica.
Detto ciò, ho presentato il nuovo live al Tresor a Berlino, suonando alcuni pezzi di Memoir Of Disintegration, e il risultato sembrava i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse sparati nel sound system. Altro che ambient-healing! Gente che saltava pogo in pista! Quindi sì, un contesto per la “discoteca locale” esiste ancora. Dipende solo da quanto il pubblico è disposto a giocarsela.
4. L’elettronica contemporanea vive una forte ibridazione con pop, hardcore e forme iper-digitali. Come percepisci questa mutazione? È un terreno fertile o un rumore di fondo che allontana dall’essenziale?
Nel bene o nel male mi sono costruito un mio bozzolo, quindi per me molte cose ormai sono solo rumore di fondo.
Sono favorevole alla bastardizzazione, e non ho niente contro le nuove generazioni che fanno le cose a modo loro. La questione è capire se stanno davvero aprendo nuovi spazi o semplicemente riciclando idee vecchie spacciandole per originali. Faccio ancora fatica a trovare molti artisti che emergono dal rumore generale, ma questo dipende anche dal fatto che siamo bombardati da informazioni.
Viviamo in un’epoca in cui la musica viene data per scontata, nessuno possiede più davvero l’arte, nemmeno la propria. L’AI è lì pronta a sostituire i tuoi pensieri. Continuo a sperare in un bel reset totale. Spegnete internet. Adesso.
5. Negli ultimi anni molti produttori si sono avvicinati a installazioni, sound art e formati non direttamente legati al club. Hai sentito la tentazione di portare la tua estetica in territori extra-musicali o interdisciplinari?
Assolutamente. Ho realizzato colonne sonore per produzioni teatrali e qualche installazione negli anni. Sono sempre aperto a esplorare discipline diverse e mettermi alla prova. Alla fine, torna tutto al concetto di evoluzione e di avanzamento artistico. La mia palette sonora funziona bene in questi contesti: tutto nasce dall’emozione, e abbinato a una componente visiva può diventare molto provocatorio.
In questo momento sto discutendo di una performance audiovisiva da presentare nel 2026 per accompagnare il nuovo album.
6. Ogni generazione rilegge la parola “underground” a modo suo. Che cosa significa per te oggi, dopo una carriera costruita in circuiti che hanno ridefinito l’estetica della dark techno e dell’industrial contemporaneo?
È una parola decisamente abusata, spesso brandita da persone che hanno poco di “underground”. Se hai bisogno di appiccicarti quell’etichetta, è probabile che non lo sei.
Per me significa tutto ciò di cui abbiamo parlato finora. Nessuna resa.
INTERVIEW
1. The new record coming out on Blueprint seems to mark a further evolution of your sonic language. In what way does this album reflect your personal journey over the past few years?
I’ve consciously made a decision over the past few years to separate my work. Where before everything I created would come under the same umbrella, now I have different projects (Death Disco, UF) to express everything I feel compelled to make public.
That decision was made for two reasons, firstly for others, under the illusion folk were a little confused after my last LP ‘Kick To Kill’, but more importantly I’ve felt it hugely beneficial to my own creative process and artistic fulfilment. It allows me to expand and explore different sonic realms without feeling like I have to represent everything I have to say all on one record. So there’s less pressure I put on myself to tick all my own boxes in one hit.
Fundamentally this process allowed me to really explore all the rhythms and sonic palette of ‘Memoir of Disintegration’ without feeling the need to pull the next track in another direction to satisfy my thirst for a guitar.
For sure there’s crossovers at points, whether musically or in attitude, but by creating these divisions within myself it has opened up greater possibilities. The sound is constantly evolving, yet it’s super clear where I’m heading, I’ve got another LPs worth of material ready to go, and it allows me to bring a lot of unreleased material into my Live performance, so the new show is something that’s constantly in a state of evolution and progression.
2. Looking back at when you began releasing on Downwards and other kindred labels, the electronic scene had a very different pace and aesthetic. What do you feel you’ve carried with you from that period, and what have you left behind?
Ah! The glory years! What a time to be alive! Apart from the shit load of emotional baggage carried forward I’m still the same artist, in vision anyway, but with a mid life crisis hair cut. Sonically my work has changed over time, that’s never been reactionary to external influences, it’s always been an internal personal struggle to keep moving forward as an artist.
Without sounding too pessimistic, looking back I’ve left some hope behind, we had the contort parties, clubs had experimental artists in their main programming, there was a great crossover between artists in a club night, it felt a lot more free to be honest, supportive and community based.
This isn’t me clawing at something that’s out of reach, it was less than a decade ago, and there are some great collectives out there keeping up the spirit, going against the grain.
Ultimately I can only do my thing, the rest is out of my control and that’s the same mantra that has stuck with me since hitting the scene.
3. Many artists say that today there is more pressure than ever to “work” in a club context. How do you navigate the relationship between sonic experimentation and the club environment, especially now that dynamics feel so distant from when you started?
That boils down to why you’re making music in the first place. I’ve never felt that pressure, and never compromised my sound, nor succumbed to the masses. That will not change. I’m rotten to the core goes Alien Sex Fiend.
Sacrifices don’t need to be made when producing art and I didn’t make this new record with any intention to fit into any context.
When I first started out my sound wasn’t deemed “club” but the scene was a lot more open and accessible for artists experimenting, which allowed me to travel all over the world a few times over. Maybe that luxury also solidified my outlook and I’ve dug my heels in ever since.
The flip side to that is I now feel light years away from the current state of the electronic music scene.
That being said, I showcased my new Live set at Tresor in Berlin recently, performing some tracks from ‘Memoir Of Disintegration’ and it sounded like the Four Horsemen of the Apocalypse running through their sound system, this is not ambient healing!
Full pogo on the dance floor! So there is some context for your local discotheque. Just depends how game everyone is.
4. Contemporary electronic music is going through a strong hybridization with pop, hardcore and hyper-digital forms. How do you perceive this mutation? Is it fertile ground or background noise that pulls away from what’s essential?
Whether good or bad, I’ve cocooned myself into my own world, so a lot of stuff is background noise to me these days.
I’m all for Bastardisation, and I’ve got nothing against new generations doing things in their own way. It’s just whether things are actually opening up new ground or rehashing old ideas and labelling it as their own.
I still struggle to really find many artists cutting through the noise right now, but that’s also because we are bombarded with so much information.
We live in a time where music is taken for granted, nobody really owns any art anymore, even your own, AI is here to replace your thoughts. I’m still hoping for a hard reset soon. Turn the internet off, Now!
5. In recent years many producers have shifted their work toward installations, sound art and formats not strictly connected to club culture. Have you ever felt the urge to bring your aesthetic into extra-musical or interdisciplinary territories?
For sure! I have done a couple of soundtracks for theatre productions, and some installations over the years. I’m always open to explore different disciplines and test myself, it goes back to pushing forward as an artist and evolution.
My sonic palette crosses over well into this context, everything I make is built on emotion, so combined with a visual concept it provokes. I’m currently discussing an AV performance to go showcase in 2026 to accompany this new album.
6. Each generation reinterprets the word “underground” in its own way. What does it mean to you today, after a career built within circuits that have reshaped the aesthetics of dark techno and contemporary industrial?
It’s a word that is definitely overused, and usually hijacked by the least underground people around us. If you have to label yourself with that title we’ll assume you are not. For me, it stands for everything we’ve spoken about in this interview. No surrender!!
