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“Artificial Intelligence” spegne trenta candeline ed, in occasione della ristampa su vinile (la prima in trent’anni da Warp Records), abbiamo voluto riflettere sul valore inestimabile che ha assunto nella scena elettronica.

“Artificial Intelligence”, 9 dicembre 2022. Dopo trent’anni, Warp Records ha deciso di ristampare in vinile un disco che porta con se innumerevoli riflessioni. Steve Rutter descrisse l’incontro per la nascita di Artificial Intelligence come “una stanza di musicisti introversi che non avevano idea di chi fossero e perchè fossero lì”. Mi piace descriverlo esattamente con le parole del membro dei B12.

Nella società degli anni ’80 scrollarsi di dosso le definizioni era un’impresa piuttosto complicata. L’immaginario collettivo creato dal fenomeno Detroit techno, e dall’avanzamento massimo della cultura hardcore, dell’esplosione della techno belga, specialmente con R&S, aveva costruito un ritratto limitante del pubblico dell’elettronica. Un impressionismo culturale raffigurava un quadro in cui si era forse perso il presupposto con cui la musica elettronica era nata: la libertà di essere se stessi, nella propria complessità. La trasgressione è un mezzo, non un fine. La socialità è un’attività, non un obbligo.

artificial intelligence

E quella stanza di introversi poteva essere facilmente confusa come un incontro tra Liberal Limousine, secondo una lettura superficiale. A tratti non così lontana dalla realtà, visto che la famosa Lista IDM nata dopo l’uscita del disco, contava molti  membri nerd che si gasavano su tecnicismi musicali e svariate forme di complessità ritmiche. Uno snobismo culturale, che dell’intelligence dance music, un po’ ha sempre fatto parte, senza mai esserne protagonista. Il manifesto del disco nel ’92 recitava così:

“Artificial Intelligence è per i lunghi viaggi, le notti tranquille e le albe sonnolente nei club. Ascolta con una mente aperta.”

Nessun accenno ad una distanza dal clubbing, nessuna dichiarazione di superiorità. Anche perchè Artificial Intelligence nasce dalle albe sonnolente, nei sottoscala adibiti ad After Party, nella solitudine dell’artista post club. Uomini che lasciavano il ritmo frenetico della notte appena trascorsa, per immaginare universi in cui la musica continuava al di fuori del caos. Artisti stanchi di assomigliarsi un po’ troppo che, lasciandosi dietro una costruzione fissa della traccia e nutrendo una nuova creatività artistica al di fuori del dancefloor, mettevano sul tavolo idee nuove, svincolate da metriche e appartenenze di genere.

Warp Records, in questa storia, non ha temuto di scommettere su un roster di artisti apparentemente distanti, ma accomunati dalla necessità di esprimersi dentro un registro nuovo. La musica elettronica poteva essere d’ascolto, poteva nutrire anche gli introversi. L’intelligenza artificiale, le infinite possibilità di sound che le macchine offrivano, una nuova integrazione tra strumenti tradizionali e digitali stavano alla base di una sfida artistica che oggi probabilmente non si è ancora esaurita totalmente.

Ed è in questa continua e ancora viva sperimentazione che la ristampa di “Artificial Intelligence” diventa un atto contemporaneo. La compilation merita ancora oggi un ascolto approfondito, uccidendo il limite temporale dell’anacronismo e riallacciandosi ai background di alcuni degli artisti presenti, che dopo questo disco, hanno trovato maggiori stimoli per esprimersi nella loro totalità.

Basti pensare ad Aphex Twin che, sotto l’acronimo The Dice Man, regala “Polygon Window”, una traccia che segna un passaggio musicale fondamentale, non solo per la carriera di Richard David James, ma per le basi del genere ambient techno, che saranno dettate qualche mese dopo sul celeberrimo “Selected Ambient Works 85 92”.

No, non è la migliore traccia di Aphex Twin ma è una caption perfetta di un’ingenuità artistica disorientante ed intrigante. I suoni ambientali di un Roland 303 che accolgono le casse pesanti e le oscillazioni tremolanti danno un tocco di umanità. Forse sta proprio lì il concetto di intelligenza artificiale: nell’avere un dominio tale sulla strumentazione da rendere il suono più materico ed artificiale del mondo, denso di un’emotività dadaista e immediata.

Un sussurro di una controcultura che avrebbe gradualmente cambiato la scena britannica, capovolgendo regole e mostrandoci il lusso dell’abbattimento delle categorie, la celebrazione del perdersi dentro strade aggrovigliate seduti comodamente sulla propria poltrona di casa.

Aphex Twin

Nella cover del disco, un robot viene ritratto seduto sulla poltrona con a terra due dischi: “Autobahn”dei Kraftwerk e “Dark Side of The Moon” dei Pink Floyd.

Due dischi che rappresentano alcune delle fondamenta teoriche su cui si basa “Artificial Intelligence”. Il primo, dettando l’armonia tra rumore e suono, è fondamentale per la costruzione di un’estetica musicale che accompagnasse la musica elettronica. Il tema robotico, dell’intelligenza artificiale, diventa strettamente connesso anche a livello fisico al prodotto elettronico, poichè diventa soggetto principale nella narrazione di un futuro utopico in cui umano ed artificiale si confondono e fondono.

Cover Dark Side of The Moon Pink Floyd

“Dark Side Of the Moon”, oltre ad essere un esempio illustre di prima registrazione multipista, e quindi di un metodo di assemblaggio musicale padre di tutta l’elettronica, aveva incorporato i suoni ambientali, rendendoli necessari nell’indagine sonora del tema dell’alienazione dell’uomo. Tutte queste suggestioni vengono sintetizzate da Phil Wolstenholme, che azzarda un’illustrazione 3d (per quei tempi avanguardia pura) illustrando una scena di vita quotidiana. Quest’immagine si nutre di un’estetica pop. Quel robot è raffigurato in modo viziosamente umano, potrebbe essere un anonimo qualsiasi. Uno di noi, uno di loro.

Qui si evidenzia un altro fattore importantissimo nella riuscita del disco: la coralità del lavoro. Nessun uomo copertina, un’orchestra anonima di artisti che hanno declinato il loro concetto di musica d’ascolto in maniera del tutto personale. Warp uccide la direzione stilistica. Come?  Creandola.

Gli Autechre alzano il livello della compilation con un’indimenticabile “Crystel” in cui i ritmi serrati della drum machine e la loro espressione asettica ed atonale, incomincia a tracciare il futuro della loro discografia. “The Egg” posa lo sguardo su sonorità più ambient, a dimensioni ultraterrene dei synth. Eppure nel loro sound così indecifrabile per quel momento storico, son contenute svariate influenze musicali, una multiculturalità che forse non è stata sottolineata in maniera abbastanza evidente per favorire l’essenza umana a discapito della formazione artistica.

Un giovane Richie Hawtin, sotto lo pseudonimo di Up getta le basi della svolta minimal che sarebbe avvenuta qualche anno dopo con il progetto Plastikman. “Spiritual High” diventa il terreno per tradirsi, per smettere di essere il Richie Hawtin che all’epoca aveva già raggiunto il successo con un certo marchio di fabbrica, e di aprirsi ad un lavoro sperimentale, forse anonimo, ma fedele al Richie seduto sulla poltrona.

Vale lo stesso per Speedy J, che con “Fill 3” e “De Orbit” segna un punto chiave della sua carriera, aprendo il suo sound al di là dei confini dell’acid techno e guardando verso suoni più sperimentali, che sarebbero confluiti dentro la sua produzione minimal techno.

Ogni artista aveva un comune desiderio: il piacere di fare musica, al di là dei numeri, al di là del prestigio. “Artificial Intelligence” ha consacrato momenti di transizione senza volerlo, e ha costruito una serie in cui i generi musicali si sono creati, arricchiti, uniti e legati. Anticipando di gran lunga il concetto di fluidità musicale odierno.

Cosa ci rimane di “Artificial Intelligence”? Esattamente tutto questo. Una lezione d’avanguardia di pensiero più che di musica, la necessità di essere se stessi, la visione corale di un progetto, l’idea che la qualità musicale superi le epoche, i contesti e il desiderio di affermarsi.

Non lo so se è giusto definirla musica intelligente, non sta a me dirlo. Ciò che è certo è che l’intera operazione abbia mostrato una grande dose di saggezza, di ambizione e di uno spirito precursore. Oggi ascoltiamo questo album capendone la grandezza, forse non assaporandolo totalmente. Ma nella giungla discografica odierna, sederci su uan poltrona ed ascoltare “Telefone 359” di Musicology , quel groove così incisivo ci ricorda che l’intuizione che l’IDM un giorno l’avremo anche ballata era nell’aria.

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