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Abbiamo ricevuto in anteprima il nuovo EP degli Outpost Live, duo romano composto da Daniele Mariani e Stefano Aimola, che da un anno e mezzo a questa parte fanno parte del roster di Container Project e sono spesso accompagnati dal vivo dagli strepitosi visual dei Vjit³.

Questo nuovo EP degli Outpost Live, denominato “Outward”e composto da tre tracce, verrà rilasciato il 7 di luglio niente di meno che dalla Concrete, etichetta di peso che di certo non ha bisogno di presentazioni. In questi numerosi ascolti abbiamo voluto addentrarci nelle inconsuete elaborazioni di un progetto che viene dalla techno, si muove nell’ambiente techno ma si ritaglia la sua identità posizionandosi a tratti quasi borderline.

In questo “Outward”, come del resto anche in “Èntomi“, EP di debutto rilasciato a fine marzo per la bolognese ARIAM Records, è di grande eleganza il build-up dei brani, in cui è tipica l’entrata e l’uscita graduale di noise e drone che vengono da lontano e arrivano a posizionarsi davanti a noi, di prepotenza, per poi uscire nuovamente di scena.

A parte l’entrata del beat in “Black Sun”, è raro trovare suoni che si introducono bruscamente, improvvisamente e spezzare la tessitura con violenza. Questo elemento di gradualità favorisce l’immersione, la chiusura degli occhi, e quindi il viaggio. Inoltre, mentre in “Èntomi” la componente melodica era uniformemente camuffata e nascosta sotto strati di noise, quindi difficilmente estraibile, in “Outward” tale componente pare meno diluita ma anzi fortemente “polarizzata”, nel senso che nella traccia “Black Sun” rimane quasi completamente assente e il brano è interamemte costituito da beat e un accavallarsi organico di drone e noise, mentre “Outward” invece pare il brano forse in assoluto più melodico finora rilasciato da Outpost Live.

Chiude il cerchio il remix di Giulio Maresca della stessa “Outward”, che funge un po’ come ritorno a casa, dove arricchiti della sonorità incontrate in viaggio, elaboriamo le percezioni ricevute combinandole nuovamente con gli elementi più identitari del genere techno, ma soprattutto con lo stile e l’identità dell’autore del remix, come ad esempio una certa inclinazione verso l’uso della cassa distorta che spesso ravvisiamo anche in alcune sue selezioni del martedì di Container Radio, o più direttamente la selezione della traccia stessa da remixare, che probabilmente si sposa in maniera particolarmente congeniale con l’immaginario di Maresca, che così porta il suo carico da novanta a base di cassa dritta senza però snaturare la componente evocativa del pacchetto-EP, ma anzi valorizzando ed impreziosendo l’opera finale lasciando il tutto molto ben bilanciato. Otteniamo qualcosa che è più della somma delle due parti.

In attesa di vedere Outpost Live nuovamente dal vivo in occasione del Day Festival presso i Casali di Pallavicina il 9 e 10 luglio, ci siamo potuti interfacciare direttamente per porre loro qualche domanda, curiosi di sapere un po’ di retroscena su questo EP e su di loro come musicisti.

Innanzitutto c’è da farvi i complimenti per le tappe bruciate e i risultati raggiunti in così poco tempo di attività. Segno che gli Outpost Live hanno trovato subito un’intesa ed un metodo, collaudato e che col senno di poi sicuramente si è rivelato essere ben funzionante. Siete partiti dall’inizio con l’idea di costruire un Ep conciso, costituito da due sole buone tracce o queste due sono frutto di una selezione?

D: La maggior parte delle produzioni degli Outpost Live sono nate per sfogo, venendo entrambi da anni di studio e sperimentazione siamo riusciti a dare una forma più o meno definita a ciò che è Outpost Live adesso.

Partendo proprio da questi presupposti abbiamo deciso di dare vita ad un EP, ed è il frutto sia di un’idea ben definita, sia dal mood che si era creato tra di noi, che dalla voglia di una continua ricerca. In questo lasso di tempo, chiusi tra le nostre quattro mura, sono state prodotte svariate tracce.

Da lì, dopo diversi ascolti, abbiamo deciso di fare una scrematura e così è uscito fuori “Outward”. L’EP inoltre include un remix di Giulio Maresca, artista della quale nutriamo una grande stima sia a livello artistico che umano, che ci ha supportato sin dai primi progetti e che ci ha regalato un ottimo remix, che spezza le sonorità dell’EP.

Già il vostro nome, Outpost Live, rivela l’attitudine e l’ottima predisposizione alla dimensione live, e anzi si può dire che siate impostati proprio in modo da far intravedere solo una sottile linea tra approccio da studio e approccio dal vivo, che vanno a convergere fino a quasi coincidere. Com’è nato e si è sviluppato tutto questo?

S: Siamo partiti poco più di un anno fa. Avevo in mente “Outpost” da qualche tempo ed ero alla ricerca della persona giusta con la quale condividere il progetto. Avevo da poco iniziato a frequentare lo studio di Daniele dove andavo a preparare i DJ Set o semplicemente a sentire qualche disco. Una sera portai con me gli export delle prime tracce che stavo iniziando a stendere come “Outpost”, e Daniele mi fece sentire le sue produzioni.

Gli proposi subito il progetto “Outpost” e da lì partì tutto. Le produzioni furono semplicemente uno sfogo di quello che potevamo fare insieme, grezze ma ricche di potenziale. Aggiungemmo “Live” alla fine del nome per due motivazioni: la prima era quella di presentarci esclusivamente con live set; la seconda, più profonda, era proprio per dare un senso più dinamico al progetto, ma anche al nome stesso. Ovviamente il tutto disatteso perché alle volte proponiamo anche DJ Set.

C’è un elemento ricorrente produzioni degli Outpost Live su cui ci siamo soffermati particolarmente, notato già in “Èntomi” e sviluppato in “Outward” secondo nuove formule, e che pare proprio costituire il marchio di fabbrica degli Outpost Live, la loro firma stilistica, ed è il beat. Di sicuro non è l’unico elemento distintivo, ma salta subito all’occhio. Il precedente lavoro era caratterizzato da un BPM particolarmente lento, intorno ai 100.

In “Outward” gli Outpost Live vanno più veloci ma conservando quel tipo di passo: qua siamo più su velocità convenzionalmente techno, poco sotto i 130, che comunque si articolano su tempi che sono e rimangono sempre sincopati: mai la tipica cassa “four on the floor” che si trova in tutti i generi di musica elettronica da ballo. Questa ritmica e questa velocità è ciò che vi sorge spontaneo o volete di proposito proporre un’alternativa spezzando alcuni tabù della techno?

D: Si, sia in “Entomi” che in “Outward” quel particolare beat è sempre presente, e come giustamente dici funge da cuore del nostro tessuto sonoro, caratterizza sicuramente le nostre produzioni. Però rispetto al nostro primo EP le sonorità sono leggermente cambiate: “Entomi” è un EP “lento”, che ricrea determinati ambienti con una chiave scura, cercando di immergere l’ascoltatore in un flusso mentale e fisico con l’aggiunta di ritmiche spezzate.

In “Outward” il dark rimane, ma l’andare più veloci è arrivato abbastanza spontaneamente. Nulla è stato programmato a tavolino, ci siamo lasciati trascinare dal flow. Dopo svariate performance e dopo essere entrati a far parte nel roster di Container Project, il dancefloor ci ha portato automaticamente ad alzare i BPM ed a caratteristiche più legate alla techno.

Continueremo sicuramente ad esplorare e sperimentare il mondo infinito della musica, sperando di proporre sempre qualcosa di innovativo, funzionale, piacevole, e cerchi di trascinare le persone sempre più vicino alla cultura della musica elettronica e del clubbing.

S: Questa ritmica sorge spontanea proprio cercando di spezzare i tabù della techno. Personalmente l’ultima cosa che vorrei fare è proporre cose già sentite. E la cosiddetta “cassa dritta” non mi ispira più. Con questo non voglio dire che le produzioni che stanno uscendo non mi piacciono, anzi, ci sono molti producer che reputo fenomenali sia all’estero che in Italia ed in particolare a Roma, scena che conosco da vicino.

Ma la sperimentazione mi affascina. L’addentrarsi in territori parzialmente esplorati mi diverte e alimenta la fantasia. Allo stesso tempo credo anche che nei nostri confini è ancora difficile proporre questo genere di techno o di musica, costringendoci ad adattare le nostre performance, ma qui stiamo parlando di un EP. Mi piace separare la performance dalla produzione improntata alla release, molto più libera e aperta, ad ampio respiro. Infatti generalmente le tracce che suoniamo nei live sono un po’ diverse dall’idea iniziale. La velocità, i BPM, credo siano una conseguenza.

Inevitabile soffermarsi sul titolo: “Outward”. E’ facile immaginare che “Outward” risponda ad una tensione verso il mondo da scoprire, proprio in questo anno e mezzo di ascesa in cui siete partiti dalle quattro mura del vostro studio e state iniziando ad arrivare davvero lontano.

“Outward”, quindi, verso dove? E’ un titolo che preannuncia un percorso verso il mondo esterno, un’uscita allo scoperto, un’affermazione sulla scena musicale attuale con la vostra proposta. Outpost Live hanno già in mente le prossime destinazioni del vostro progetto, stazioni per le quali transitare, i prossimi gradini sui quali salire?

Outward verso tutto ciò che è nuovo, che è difficile da percorrere. Come dicevamo prima, è proprio la sperimentazione che ci spinge verso l’esterno. Dal nostro “avamposto” abbiamo la possibilità di osservare tutto quello che ci circonda e scegliere la strada che vogliamo. Spesso il tutto nasce spontaneo da una distorsione estrema, dai delay che si sovrappongono nascono idee nuove.

Quindi non siamo solo noi che proponiamo ma è la musica stessa che ci propone qualcosa. Sarebbe stupido non ammettere che sarebbe bello vivere della musica che facciamo, anche se non siamo alla ricerca del successo, come non lo eravamo quando abbiamo iniziato con solo la passione che ci spingeva. Però tutto quello che viene è ben accetto.

Non sappiamo come si svilupperà il progetto anche se abbiamo ben chiaro la strada da seguire, poi entra in gioco la scaramanzia e quindi non diciamo niente. Concrete è un’etichetta che seguiamo entrambi da tempo e abbiamo avuto la fortuna di poter uscire con un EP proprio con loro, e di questo siamo davvero contenti. Speriamo che sia solo l’inizio per altre collaborazioni insieme.

Come vedete il futuro della techno romana e della club culture romana? Al di là della politica, ci sono i presupposti per una rinascita o comunque per una generazione a venire che si contenda con altre capitali europee una sorta di pole position? oppure saremo sempre costretti a inseguire, emigrare in cerca di fortuna, o alla peggio, lasciare che il declino di questa città la porti a spegnersi completamente?

Negli ultimi anni sembra che Roma stia vivendo una piccola rinascita, diverse realtà e organizzazioni stanno proponendo ottima musica con artisti internazionali e non. Sicuramente i problemi in questa città sono tantissimi e di certo le istituzioni non aiutano, ma fortunatamente molte persone si stanno mobilitando con le proprie forze e mezzi per far sì che la scena cresca.

Molti artisti ed etichette romane si stanno proponendo a gran voce sulla scena europea ed internazionale, e molti altri sono già affermati da tempo, le potenzialità di sicuro non mancano e c’è sempre più trasformazione.

Speriamo e soprattutto crediamo che a breve Roma avrà un ruolo principale tra le capitali europee. è veramente una sfida difficile sotto diversi punti ma bisogna stringere un altro po’ i denti e continuare con la voglia e la passione, far capire che questa è una vera e propria cultura che va avanti da anni e sembra destinata a non finire, senza dimenticare anche il ruolo fondamentale che ha avuto Roma negli anni novanta, con moltissimi dj producer che sono stati dei veri e propri pionieri.

Siamo ottimisti sul fatto che la scena techno e la club culture romana avranno un futuro molto florido, come è stato in passato.

Paolo Castelluccio