thirty seven − twenty seven =

Ogni tanto bisogna dedicare la giusta attenzione all’Italia, che ha molto da offrire non solo a livello gastronomico ma anche artistico. Oggi ci soffermiamo nel Lazio, in particolare nella città di Roma. Un’ottima occasione per conoscere meglio o scoprire un talento di casa. Giulio Maresca si racconta e, per me, è un vero piacere presentarvelo.

Giulio Maresca, rompiamo il ghiaccio senza troppi giri di parole. Introduciti come meglio credi.

Ho sempre avuto la passione per la musica fin da quando ero piccolo, ho cominciato a suonare la chitarra alle medie e nel periodo liceale stavo chiuso in sala prove con gli amici a suonare punk rock, in quegli anni ho cominciato anche ad ascoltare musica elettronica con più curiosità, dalla progressive all’hard core (prima di allora conoscevo solo Daft Punk e The Chemical Brothers); verso la fine del liceo ho ascoltato di tutto, house, trance, chill out e ho cominciato a frequentare lo storico negozio di dischi Remix dove andavo a sperperare (meglio dire investire) la mia paghetta 😉

Lì ho conosciuto alcuni personaggi della scena romana e mi sono incuriosito sulla figura del Dj, i miei amici mi hanno regalato un corso e contestualmente mentre muovevo i primissimi passi sui giradischi ho scoperto la musica techno, mi si è aperto un mondo…

Nel corso degli anni hai suonato accanto ad artisti di altissimo livello e ricevuto ottimi feedback da chiunque. Il tuo carattere è molto umile e riservato ma, dentro di te, sei consapevole di quanto stia crescendo il tuo profilo?

Eh eh ancora non lo so, ricevo ottimi feedback e questo mi rende felicissimo. È difficile autovalutarsi, bisogna fare una media tra la consapevolezza di sè e la valutazione delle persone. Ti posso dire che sono contento e consapevole del mio percorso e spero di non arrivare mai ad un punto in cui mi sento arrivato.

Parliamo del tuo soprannome: “Il Prof”. Molti credono che questo derivi solo dalla tua disinvoltura nel gestire la consolle. Ma non tutti sanno che, in realtà, sei -anche- docente di Ableton allo IED. Come gestisci questo ruolo, come ti poni, come ti vedono i tuoi studenti? è un dato di fatto che le tecnologie hanno favorito moltissimo l’approccio a questo mondo, molti lo vivono quasi come un gioco o un passatempo. Qual è la tua posizione rispetto a ciò, tu che quotidianamente ti confronti con i tuoi allievi? Vedi emergere di più la “passione” o il “divertimento”?

Lavoro come docente da diversi anni e mi piace moltissimo, il confronto con gli allievi è molto stimolante dal punto di vista sia umano che artistico e sono il primo ad imparare cose nuove. In classe sono preciso quando spiego un argomento ma lo faccio in maniera informale, a volte faccio battute così stupide che rasento la figura del pirla, il mio corso voglio che sia divertente e giocoso ma per giocare al meglio ci vuole serietà; comunque dovresti chiedere a loro come mi vedono, quello che ti posso dire è che ho stretto molti legami nel corso degli anni e questa è una cosa impagabile.

Oggi fare musica è diventato molto accessibile, qualsiasi persona con un computer, iPad o smartphone può farlo e questa è una cosa bellissima, fare musica equivale a divertirsi e non c’è niente di male se rimane un gioco o un passatempo, anzi; aprire un software e fare due beat e tre note però non vuol dire essere un musicista o producer, per farlo in maniera professionale ci vogliono studio, competenza e dedizione (e sacrificio!), ai miei allievi cerco sempre di trasmettere la passione per la musica e per la tecnica applicata ad essa, provo a stimolare la curiosità e a mettersi in gioco.

Ci tengo molto ad aggiungere che il mia passione per l’insegnamento e tutto quello che ho detto fin’ora deriva dalla passione che mi hanno trasmesso i miei docenti di fonia quando ero uno studente all’IITM, in particolare Silvio Relandini.

Alla fine dei tuoi dj set mantieni sempre il tuo aspetto divertito ma composto. Ma, dì la verità, qual è stata la performance che ti ha coinvolto di più e fatto scendere dallo stage davvero soddisfatto?

Ce ne sono moltissime per fortuna! Una in particolare è stata una delle mie prime serate all’ ex manicomio a Roma: set di chiusura, moltissima gente, consolle alta sopra la pista, emozione – paura – tensione a mille. Ho messo la musica che più mi piaceva e il pubblico ha risposto più che bene dandomi un’energia incredibile, una volta finito il set tremavo per l’adrenalina che è scesa, in parte, il giorno dopo; oltretutto quella sera ho conosciuto VSK che suonava prima di me ed è stata una piacevole sorpresa trovare qualcuno con gli stessi gusti musicali.

Di set recenti sono molto contento di quello al Day Festival che si è svolto il 4 luglio a Roma dove ho spaziato parecchio a livello di sound mettendo dischi che non mettevo da tempo, un altro splendido ricordo la data a Wave in Transition a Napoli a maggio dopo il set di Fabrizio Lapiana, 130bpm in sù, cassa dritta e pedalare, super feedback dalla pista.

Quale degli artisti con cui hai diviso e condiviso la consolle ti ha emozionato maggiormente?

Ce ne sono tanti non saprei dirti 😉

Chi ti osserva in serata non può non notare, al di là dei dj set, la tua presenza costante dietro la consolle: Dj, producer, professore, tecnico del suono…Maresca il tuttofare. Ma tu in quali abiti ti senti più comodo?

Se rispondo bene alla domanda finalmente capirò cosa voglio fare da grande!

Ho sempre lavorato in campi differenti dell’ ambito musicale ma la consolle e la produzione sono il mio obiettivo principale.

Cambiamo argomento e abbandoniamo per un attimo il mondo del djing e dei clubs. A proposito di “Maresca il tuttofare”, se ti dico NEA Radio cosa rispondi? Parlaci della trasmissione – in onda il sabato alle 21- di cui sei produttore e conduttore insieme al tuo amico e collega Fabio Sestili.

Ti rispondo: “Buonasera e ben ritrovati sulle frequenze di Radio Popolare Roma 103.3Fm, questa è Nea!”

Il progetto Nea nasce dai ragazzi di Resiliens Recordings che ci hanno chiesto di collaborare con loro per un ciclo di eventi al Brancaleone che si chiamavano, appunto, NEA. C’è stata la possibilità di avere uno spazio in radio il sabato sera e insieme a Resiliens, Martux M e Fabio Sestili ci siamo messi a scrivere e ideare le prime puntate. A luglio si è conclusa la seconda stagione e personalmente sono molto contento, l’esperienza radiofonica è molto stimolante anche se difficile da coniugare con tutti gli impegni; anche nel programma cerchiamo di avere un tono molto informale e passiamo musica elettronica a 360° che più ci piace dando spazio anche a realtà discografiche locali, nazionali e internazionali con cui abbiamo un rapporto. Ci sono state molte soddisfazioni come avere in studio Guido Schneider (grazie a David Easy) o intervistare i Matmos al Sonar 2014; inoltre abbiamo stretto rapporti con alcuni dei nostri produttori preferiti come i Minilogue, senza contare il fatto che ci divertiamo moltissimo dietro ai microfoni!

Come nasce Ipologica Records? Maresca, fai un po’troppe cose. Come fai a gestire tutto senza trascurare nulla?

Mi dilungherei troppo nel raccontarti tutta la storia, ti posso dire che Ipologica più che un’etichetta è un progetto musicale che unisce persone. Nel corso del tempo il progetto si è evoluto e trasformato includendo anche altre persone con la stessa visione e passione come per esempio Stefano De Mattia.

Per quanto riguarda il fattore tempo non riesco sempre a gestire tutto al meglio, ultimamente mi sto dedicando maggiormente alle cose che reputo più importanti.

Torniamo alla consolle. L’ultima stagione ti ha visto resident del party capitolino Container Project, che ti ha dato modo di esprimerti con maggior continuità ed arrivare ad un pubblico che prima o non ti conosceva o non aveva notato la tua bravura. Il ruolo dei resident è tutt’altro che semplice, indipendentemente dalle guest, rappresentano l’identità di un party e definiscono il reale potenziale dei djs nostrani. Come ti sei sentito quando ti hanno proposto questa stretta collaborazione? Come hai vissuto questa stagione, quali soddisfazioni ti sei tolto e cosa hai lasciato in sospeso? Cosa pensi dei tuoi colleghi romani? Chi segui ed apprezzi di più?

Fai benissimo a dire che la figura del resident non è da sottovalutare, trovo che sia un ruolo molto delicato e comporti una certa responsabilità. Gli ospiti arrivano, suonano e se ne vanno come è giusto che sia, ma chi ritrovi poi ad ogni serata sono proprio i dj resident che conoscono il pubblico, il locale, l’impianto e tutte le dinamiche che ruotano intorno al progetto di cui fanno parte. In più sta a loro studiare il sound dell’ospite per cercare di creare un discorso sonoro coerente nel singolo party e dare identità musicale al progetto, in particolare il resident che suona in apertura ha una grandissima responsabilità, deve scaldare la pista e allo stesso tempo lasciare il giusto spazio all’ospite.

La collaborazione con Container è avvenuta in maniera molto naturale ed è cominciata conoscendoci prima di tutto a livello umano condividendo riflessioni, idee ed esperienze. Dopo qualche serata come “ospite” la mia posizione all’interno di Container si è definita ufficialmente ma già da prima eravamo in sintonia. Sono onorato di essere resident insieme a Pneich e Tomz.DB in un’organizzazione che ha molto rispetto per questo ruolo.

Per quanto riguarda le soddisfazioni devo dire che sono molte: ho suonato con molti artisti internazionali e soprattutto con molti romani che già conoscevo e altri che ho conosciuto grazie a Container; a Roma ci sono tanti validissimi artisti che si sbattono per amore della musica con sacrificio e che non sempre riescono ad avere la giusta considerazione dal pubblico. Non dico che tutto il pubblico segue solo i nomi stranieri importanti (a volte validi un quarto dei nostri) ma cazzo supportiamo i dj locali prima che se ne vadano a Berlino!

Così mi metti in difficoltà se me ne dimentico qualcuno poi si offende! 🙂 Comunque i primi che mi vengono in mente sono Fabio Sestili, Vsk, Cvo, Vilix, Ayarcana, Fabio Scalabroni, Fabrizio Lapiana, Nvda, Rocco Cavalera, Lorentz, Stefano Rocchi, Luigi Tozzi, Silvia Trix e tanti altri; fra le etichette Resiliens, Crs, Attic, Little Hill, Monolith (cuore romano ma residente a Berlino), Bad Panda Records e molte altre.

Quali sono stati i tuoi mentori, da chi hai preso ispirazione e chi ti ha illuminato a livello artistico?

Sono molto legato alla scena techno napoletana fino al 2002 circa, artisti come Gaetano Parisio e il “vecchio” Marco Carola sono i primi che ho scoperto avvicinandomi alla techno. Metto tutt’ora dischi di etichette come Zenit, Design Music, Rilis, Conform etc. Anche il sound di Detroit mi ha sempre ispirato molto, inevitabile citare Jeff Mills e UR.

Persone che conosco che mi hanno influenzato sono sicuramente Andrea Lisi con cui ho cominciato ad affacciarmi al mondo del club prima con Blueroom e poi con Glucose, ha una vastissima conoscenza musicale in particolar modo nel genere techno e mi ha insegnato molto; un’ altra figura chiave è Stefano De Mattia, la sua esperienza e la sua visione sulla musica e sulla figura del dj mi ha cambiato parecchio. Ne approfitto per ringraziarli di cuore!

Quali sono i dischi a cui sei più affezionato e che porti sempre con te in valigia?

Come dicevo prima non mancano mai in valigia alcuni dischi della scena napoletana. Tracce sempre presenti direi “Open Source” di Marco Carola dall’album Open System (Zenit 8 LP 2001); quest’anno ho portato sempre con me “Detroit Memories” di Samaan su Fullbar. Un altro disco che non manca mai (anche perchè lo uso per il soundcheck) è “Rainbow Delta” di Len Faki su Ostgut Ton. Ultimamente ho rimesso dopo molto tempo “Pontapè” di Renato Cohen su Intec, l’ho messo per anni e ultimamente facendo set un pò più “scuri” lo avevo abbandonato, rimetterlo a distanza di tempo mi ha fatto bene.

Ad oggi, ti ritieni soddisfatto della tua carriera? Dando uno sguardo al passato non troppo remoto, prendiamo gli ultimi tre anni, cosa è cambiato e come ti senti cambiato? Come si è arricchito il bagaglio di esperienza che porti con te e cosa manca da mettere in valigia?

Mi ritengo molto soddisfatto, tutte le esperienze che ho fatto mi sono servite nel bene e nel male, ad oggi mi sento più consapevole di molte cose e non ho la smania di arrivare da qualche parte in fretta e furia. Voglio fare passi anche piccoli ma solidi, il settore musicale è difficile e la passione amplifica le emozioni anche quando sono negative, un percorso duro ma ne vale la pena al 120%.

Sono sicuro che mancherà sempre qualcosa e sarà lì che la sfida continua.

Sentiremo mai un live di Giulio Maresca?

Ci sto lavorando e sto lavorando anche a un progetto live techno con un artista romano e carissimo amico, per ora facciamo lunghe jam session improvvisate, quando saremo pronti per proporlo al pubblico sarai la prima a saperlo 😉

Fine del terzo grado, hai qualcosa da aggiungere?

Ringrazio moltissimo te e Parkett per l’intervista e i lettori per la loro attenzione e pazienza, ci vediamo sotto cassa.

Grazie a te Giulio, continua così che ci rendi orgogliosi della scena nostrana.

 

Marta Fantini