fifty + = sixty

Lucy, aka Luca Mortellaro, è il primo protagonista della serie di cortometraggi “Faces of Berlin”, realizzati dalla videomaker Iana Gorokhova.

Una cosa che spesso dimentichiamo quando parliamo dei dj, è ricordarci quanto siano in primis esseri umani. Quanto la musica che producono sia frutto della loro esperienza di vita, piuttosto che dell’ultimo mixer comprato.

La tecnica musicale è essenziale, sia ben chiaro. Ma la differenza la fa sempre la visione. Il modo di esprimere se stessi attraverso i suoni. La creatività di un’artista richiede coraggio, lo diceva anche Matisse. E a volte il coraggio di un musicista è anche quello di raccontarsi con le proprie parole.

La serie di documentari “Faces of Berlin” realizzata dalla videomaker Iana Gorohkova , parte dal presupposto di indagare la scena elettronica berlinese attraverso l’identificazione della persona, prima che dell’artista.

Lo fa, indagando le origini e confrontando la realtà berlinese e il suo scorrere, con il resto del mondo. Scegliendo, per il primo episodio, un personaggio chiave per la scena techno berlinese.

Lo fa attraverso Lucy, aka Luca Mortellaro

Lucy, nome d’arte del palermitano Luca Mortellaro e fondatore della label Stroboscopics Artefacts , è uno di quei dj per cui il carattere è stato fondamentale. Perchè oltre ad essere un ricercato performer e un mecenate per molti dj, Lucy è un innovatore.

La distanza tra musica da pista e sperimentale è stato per lui, sin dall’inizio della sua carriera, un ambito su cui sviluppare e fondare il proprio percorso musicale da quando il palermitano ha scelto di vivere a Berlino.

Il cortometraggio parte proprio dalle immagini della Berlino di oggi, una città in continua evoluzione. Un’evoluzione che viene raccontata dallo stesso Lucy, che si sofferma su temi come la scena musicale, i suoi anni a Berlino e i fenomeni di gentrificazione che hanno interessato la capitale tedesca.

A metà documentario, lo scenario cambia e viene raccontato un Lucy molto più personale. Anzi potremo dire che a parlare non è più Lucy, ma Luca che racconta il progetto che ha in mente nella sua terra d’origine: Casa Balat.

Casa Balat diventa il luogo dove Luca può esprimere al 100 % la sua idea artistica, ma non solo un’idea di collettività unita dall’amore per la musica. Un modo per uscire dalla personale comfort zone e ritornare alle proprie radici.

Il cortometraggio di Iana Gorokhova mette quindi in luce quanto Lucy sia fortemente influenzato nello sviluppo artistico dal suo forte rapporto con le origini, e allo stesso tempo, quanto le nuove consapevolezze lo portino ad una visione differente.

Un ritratto insolito, ma denso di significato.