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Terraforma Festival è tornato dal 9 al 12 giugno nella splendida location di Villa Arconati alle porte di Milano regalandoci ancora una volta un’esperienza coraggiosa ed unica nel suo genere.

Terraforma Festival sa benissimo chi è. Oggi non è proprio poca roba. Dopo l’edizione 2022 post Covid in cui il festival si era focalizzato sul ridonare un’esperienza musicale totalizzante con lo slogan più instagrammabile mai avuto “For Once, we Just Dance” , la convention milanese è ritornata a lavorare sul suo DNA multidisciplinare ed internazionale. Il parco di Villa Arconati a Bollate è divenuto ancora una volta teatro di una socialità spesso dimenticata, nutrita da affinità elettive e un confronto-scontro tra clubber annoiati dalla giungla urbana milanese.

E se l’anno scorso qualche piccolo problemino organizzativo c’era stato tra file interminabili, acqua potabile non disponibile ed un caldissimo ed afoso luglio milanese, Terraforma ha saputo imparare dagli errori e rimediare in maniera brillante. Dalla riduzione della capienza (scelta piuttosto coraggiosa di questi tempi) alla forte volontà di ricreare quel clima in cui la musica è assoluta protagonista ma non unica attrice. Terraforma lavora in direzione ostinata e contraria a quella di molti festival nostrani, elevando il clubbing ad una dimensione globalizzata senza snaturarla dei propri elementi fondativi.

La convention, che anche quest’anno ha attirato tantissime presenze straniere (inglesi in pole position) ha tradotto lo slogan “Il Pianeta come Festival” dentro un’ecosistema abitato da una comunità consapevole ed educata, in un viaggio tra sperimentazioni sonore e visioni contemporanee dal carattere sorprendentemente formativo.

Credit Photo Edoardo Comba

Quest’anno come vi avevamo precedentemente accennato qui, il branding del festival è stato affidato al fotografo Jim C. Need che ha raccontato attraverso le sue pellicole scattate tra i fanghi del vulcano El Totumo i Colombia, la mitologia popolare della Mud Parade di Rio De Janeiro e le immagini di festival indie del passato come Woodstock e Re Nudo, il popolo di Terraforma.

Questa ricerca visiva, che si lega alla radice etimologica del festival, rappresenta un atto di liberazione e purificazione che è stato assoluto collante di tutta l’edizione. La rappresentazione primitiva e immortalata dentro una routine arcaica si è tradotta in vibrazioni musicali altrettanto primitive.

Tra gli esempi che ci hanno assolutamente entusiasmato la performance della dj belga congolese Nkisi che nella giornata di domenica ha reinterpretato nella cornice suggestiva del Labyrinth Stage, curato da Bottega Veneta, una nuova interpretazione del suo show “Invisible Gesture”. La performance che vede nella gestualità un nuovo codice di rappresentazione dello spazio ha saputo unire le radici afro house alla cultura gabber, in un concentrato raffinato di trasversalità musicale che ci ha completamente rapito.

Un’altra performance che è riuscita a rappresentare in maniera sublime il legame tra la tradizione primitiva e la dance nostrana è stata quella del venerdì della tunisina Deena Abdelwahed. La sperimentazione arab electro ci ha particolarmente convinti per la forza con la quale si distacca da precedenti lavori sulla stessa scia, e riesce a nutrire di un linguaggio a tratti quasi urban il mondo orientale. Un disordine creativo che fotografa l’evoluzione di un sound, senza riproporre in maniera passiva la techno sdoganata alla Cera Khin o alla Nur Jaber, ma rivendica la propria cultura in maniera forte e decisa.

Credit Photo Riccardo Fantoni Montana

Grande plauso anche per Lamin Fofana che introduce una riflessione evidentemente necessaria sul senso di deriva della società odierna che investe soprattutto immigrati e persone di colore.

L’ elaborazione di un pensiero indipendente, che era iniziata nel 2016 proprio accanto a Need con “Brancusi Sculpting Beyonce” aveva portato la sua immagine a diventare manifesto del messaggio nella sua musica. Il percorso musicale che si sviluppa nel contrasto tra quello che lui definisce rumore nero con il circostante, enfatizzato dall’uso degli specchi, divulga un senso emotivo di forza che distrugge l’inadeguatezza sociale priva di fondamento che pervade gli ambienti che abitiamo, in una catarsi emotiva che ci ha regalato le lacrime. Nella sua esibizione forse risiede il senso stesso del clubbing o per lo meno quello che personalmente mi ha sempre affascinato: entrare in un club come essere umano e non come individuo con un ruolo sociale.

Terraforma lavora proprio su questo senso, costruendo un mondo alternativo alla pettinata nightlife milanese ed uccidendo, dentro un clima bucolico in cui l’idea diventa il mezzo più potente di autorappresentazione, il pregiudizio. Si accolgono culture apparentemente distanti, si ascoltano nuovi artisti, si approccia al mondo con un mindset sostenibile che non si pensava di poter accogliere fino a qualche giorno prima.

In questo contesto anche i luoghi diventano fondamentali per rappresentare l’evoluzione e la ricerca. La struttura temporanea geodetica, nata dalla collaborazione tra Domus Academy e Salotto Buono, ha ospitato i talk ed i panel di questa edizione. Tra questi da citare assolutamente il panel tenuto da Maglieria Vitelli intitolato “Circularity in Fabric Making” che partendo da un punto di vista aziendale, è riuscito a trasmettere agli ascoltatori l’importanza di una concezione circolare del processo aziendale (dall’industria manifatturiera a quella degli eventi), proiettando ancora una volta il pubblico del festival verso nuove consapevolezze.

Terraforma Credit Photo Edoardo Comba

Collaborazione è stata un’altra parola chiave della convention milanese.

Dalle rinnovate partnership con Bottega Veneta, Carhartt, Kway, Shape + ed Etica Funds alla volontà di avere sul palco collaborazioni tra artisti per dare vita a performance dai nuovi sapori. Se l’incontro tra Donato Dozzy e Marco Shuttle ha chiuso la giornata di domenica confermando il veterano del festival Dozzy come assoluto maestro capace di regalare il migliore closing possibile, meno entusiasmante è stato il b2b tra Low Jack e STILL, forse un po’ troppo statico rispetto alla voglia di emancipazione e libertà artistica del festival.

Interessante l’incontro tra Beatrice Dillon, ed il maestro del Bhangra Kuljit Bhamra, in questo matrimonio a sorpresa tra India e reggae che ha regalato spensieratezza e una dimensione veramente inedita. Anche Il B2B tra OKO DJ – artista francese residente ad Atene, fondatore di LYL Radio – e Nosedrip, fondatore dello stimato marchio belga Stroom si è rivelato un momento musicale di assoluto pregio con una Marine Tordjemann inebriata da una femminilità spirituale veramente travolgente, che personalmente mi aveva già convinto al Dekmantel 2022, ma che a Terraforma è riuscita ad evolvere ad un livello successivo.

La domenica del Terraforma si è chiusa sotto la pioggia, dentro un’atmosfera malinconica e sognante in cui i profili sono divenuti annebbiati e il rito collettivo della danza si è arricchito di nuovi significati. “Terraformare” significa trasformare un pianeta in modo che possa supportare la vita umana e a noi sembra che il festival milanese sia stato assolutamente in grado di supportare la comunità musicale del futuro che speriamo di avere.