Ad un anno dalla sua nascita, SLATE non è più solo un collettivo: è diventato un luogo, un linguaggio, una comunità.
Nato nella periferia di Milano e cresciuto lontano dalle logiche più scontate del clubbing, SLATE si è imposto fin da subito come uno spazio sicuro e inclusivo, dove musica elettronica, arti visive e relazioni umane convivono sullo stesso piano. Un progetto che rifiuta l’idea dell’evento come semplice consumo e che mette al centro l’esperienza collettiva, la collaborazione e la ricerca.
In occasione del loro primo anniversario abbiamo incontrato gli organizzatori di SLATE per farci raccontare cosa significa costruire oggi una scena parallela, quali valori guidano le loro scelte artistiche e perché, in un panorama sempre più frammentato, creare connessioni autentiche è diventato un atto politico oltre che culturale.
Ciao ragazzi benvenuti su Parkett! Raccontateci cos’è SLATE e da quale idea nasce?
LUCA ARMANDO: Allora, è difficile spiegarlo in poche parole. SLATE nasce come collettivo techno, ma fin dall’inizio l’idea è stata quella di andare oltre il genere musicale. L’obiettivo è costruire un movimento culturale inclusivo, capace di abbracciare tutto ciò che ruota attorno a questa scena. Un luogo di incontro per persone che credono nelle connessioni umane, che cercano uno spazio sicuro in cui potersi esprimere liberamente. Un mondo a sé, in cui musica e arte si intrecciano per dare vita a un’esperienza unica, diversa da ciò a cui siamo abituati. Il nome stesso, SLATE, rappresenta appieno il progetto.
Il nome SLATE ha un significato preciso: ce lo spieghi e cosa rappresenta per voi?
LUCA ARMANDO: SLATE, in italiano, significa ardesia, una roccia metamorfica naturale, molto compatta e resistente. Nella costruzione delle case viene utilizzata nelle coperture dei tetti perché è molto resistente alle intemperie ed è un materiale che può durare oltre i 100 anni. Si collegava perfettamente al nostro obiettivo di costruire uno spazio sicuro e inclusivo, dove chi decide di farne parte possa sentirsi protetto, accolto, crescere, essere nutrito… insomma, come in una casa, in una famiglia.
Perché hai scelto NAMA come location di riferimento per SLATE?
LUCA ARMANDO: Prima di tutto, per le persone. Chi lavora nel progetto NAMA investe energie reali (fisiche ed economiche) con l’obiettivo di creare qualcosa di autentico, e questo si percepisce chiaramente. È una qualità rara, soprattutto in una città come Milano, dove spesso il business prevale su altri valori che ritengo primari e fondamentali. La mia è un’affermazione non giudicante, ma ci tengo a evidenziare che la visione di un progetto è personale e, a seconda degli obiettivi, lo è anche l’approccio nello sviluppo dello stesso. Non c’è un’unica strada, ma semplicemente la tua: sta poi alle persone decidere liberamente se farne parte o meno.
Negli anni ho imparato che è essenziale condividere una visione con chi vive il club e lo costruisce ogni giorno. Quando questo accade, le possibilità di crescita sono molteplici, reciproche ed il processo diventa naturale.
Anche la location stessa ha avuto un ruolo chiave: un anfiteatro immerso in un parco, unica nel suo genere. Le diverse sale ci hanno permesso di sviluppare uno dei pilastri fondamentali di SLATE, ovvero la collaborazione. Abbiamo coinvolto collettivi locali ed europei affini alla nostra visione, rendendoli parte attiva nella produzione degli eventi. Questo ha dato vita a una proposta sonora variegata e, soprattutto, a un dialogo tra community diverse. La contaminazione spesso spaventa, ma all’interno di SLATE e di NAMA, diventa possibile e necessaria.
Siamo estremamente grati per le persone che abbiamo incontrato, per l’opportunità che ci è stata concessa e per il lavoro fatto insieme in questo primo anno… finché questo spazio esisterà (e loro continueranno a credere nel progetto), SLATE non sposterà mai la sua residenza: continuerà a collaborare e contribuire allo sviluppo dello spazio stesso. Questo non significa che non possano esserci date in extra venue (ops, piccolo spoiler), ma che la nostra casa sarà solo una: il NAMA.
La collaborazione è uno dei pilastri di SLATE: cosa cerchi prima di tutto in un collettivo o in un artista con cui decidete di lavorare?
CAROLINA: Visione e valori condivisi sono la base di ogni nostra collaborazione. Che si tratti di realtà simili alla nostra o di mondi musicali opposti, ciò che conta è l’obiettivo comune: creare un’atmosfera positiva e connettere realtà diverse. Collaborare ci aiuta a legarci ad altri lati della community in modo professionale, dando vita a rapporti duraturi, momenti ed esperienze che porteremo sempre con noi.
LUCA ARMANDO: Collegandomi a quanto detto da Carolina, la domanda che dobbiamo porci ogni volta che incontriamo un progetto o un artista è la seguente: “Perché lo sta facendo?”. È una domanda che non si pone mai direttamente, a certe cose bisogna arrivarci con il dialogo, bisogna sentirle. Si deve innescare quel momento magico in cui, scoprendosi, ti sintonizzi in modo naturale. È difficile da spiegare a parole: lo senti, e basta.
Ripensando a tutte le collaborazioni fatte quest’anno, sono davvero contento e soddisfatto. Ce ne sono state due in particolare che mi hanno fatto sorridere molto e che vorrei citare perché, a differenza di tutte le altre dove c’era qualche tipo di rapporto già in partenza (lavorativo, stima, amicizia), qui è stato diverso: non c’era una vera e propria conoscenza, se non per pura nomea. Si tratta del collettivo londinese Elata e di Balleremo.
Nel primo caso abbiamo dovuto cercare di fondere due collettivi techno nello stesso evento, costruendo una proposta musicale varia in entrambe le sale nel rispetto del concept di SLATE e facendo conoscere anche i talenti locali di Londra al nostro pubblico. Con Balleremo c’è stata la fusione di due community totalmente diverse, cultori di generi musicali opposti, lì, sotto lo stesso tetto. È stato pazzesco. Li ho voluti citare entrambi proprio perché non c’era alcun tipo di rapporto e non era scontato che tutto andasse per il meglio.

Com’è stato questo primo anno di attività per SLATE?
LUCA ARMANDO: Intenso ma estremamente positivo. Tutte le persone che contribuiscono allo sviluppo di SLATE sono davvero appassionate e credono nei valori che stiamo cercando di riportare alla luce. Questo progetto, senza tutti loro, non sarebbe lo stesso. E non parlo solo della crew o dello staff di NAMA, ma di tutta la community che si è creata attorno al progetto e di tutti i supporter che ci hanno accompagnato in questo primo anno.
La crescita che abbiamo vissuto, sia a livello personale che professionale, è motivo di grande orgoglio. Abbiamo collaborato con otto collettivi locali e uno europeo, ospitato uno showcase di una label e sviluppato un’attenzione particolare verso i talenti emergenti, locali ed europei, attraverso la serie di podcast New Faces.
RICKY: Ci ha permesso di conoscere tante persone e realtà diverse, ma è stato anche un grande indicatore di come si muove davvero la scena. Nonostante le giornate passate a organizzare e lavorare dietro le quinte, i sorrisi delle persone e la voglia di mettersi in gioco che abbiamo incontrato ci hanno fatto capire quanto, in realtà, la scena sia spesso frammentata e quanto sia difficile, a volte, trovare una direzione comune che riesca a mettere d’accordo tutti i collettivi.
Riguardo a New Faces, per noi rappresenta uno specchio di ciò che siamo e di ciò che vogliamo portare avanti con SLATE. La ricerca si basa prima di tutto sulla qualità della selezione musicale, ma anche sulla volontà dell’artista di sapersi proporre attraverso contenuti innovativi e sul tipo di persona che è e che vorrebbe diventare: la visione a lungo termine è molto importante.
Attualmente stiamo proponendo sia nomi nazionali che internazionali, la cosa gratificante è che anche gli artisti stessi stanno iniziando a contattarci e a proporsi direttamente. Certo, c’è da fare un grande lavoro di selezione, ma è proprio questa una delle cose più affascinanti di questo progetto.
Anche nella produzione delle grafiche dei vari podcast cerchiamo di sviluppare le emozioni che il set ci trasmette, utilizzando come copertina foto scattate durante gli eventi, che riportano in qualche modo a quelle sensazioni. È un processo che unisce vista e udito, come una forma di sinestesia.
LUCA ARMANDO: Aggiungo che l’arte è diventata parte integrante degli eventi stessi, con installazioni site-specific realizzate a ogni appuntamento, utilizzando quasi sempre materiali di scarto reinterpretati e trasformati. Anche l’identità visiva è centrale: grafiche disegnate a mano da un artista del collettivo e una comunicazione fortemente riconoscibile. Parallelamente, abbiamo iniziato a produrre contenuti legati alla scena, come interviste e rubriche musicali, con l’intento di offrire al pubblico strumenti per avvicinarsi a questo mondo in maniera più consapevole, oltre il momento del clubbing.
Avete dato molto spazio a talenti emergenti: secondo te, cosa manca oggi alla scena per supportarli davvero?
LUCA ARMANDO: Bella domanda. La verità è che ho provato a rispondermi con un’altra domanda: “La scena che esiste oggi quanto può davvero supportarci?”
Parlando in generale, non nello specifico per l’Italia, penso sia full. È già posizionata ad un altro livello. Non puoi entrarci facilmente: c’è già un ecosistema costruito che, per funzionare, ha bisogno di determinati attori e strategie. Giusto o sbagliato che sia, è così. È inutile incaponirsi pensando di voler suonare in quel posto o essere al livello di quel DJ: lo ritengo uno spreco di energie.
Per darci spazio dobbiamo fare un passo indietro, rimboccarci le maniche e costruirne una parallela totalmente nuova. È quello che stiamo provando a fare con SLATE, insieme ad altre realtà che la pensano allo stesso modo.
Bisogna tornare a dialogare tra collettivi, capire come supportarsi, come creare una community più grande e forte che conosca il valore di quello che stiamo facendo e in cui identificarsi. Creare una rete di connessioni selezionate, nella stessa città in primis, allargandosi fino all’Europa ed oltreoceano, costruendo tutti insieme ciò che deve gravitare attorno alla “nuova scena”. La condivisione di contatti, idee e best practice non è mai stata così importante come in questo momento.

Il 14 febbraio SLATE compie un anno: cosa succederà durante l’evento?
LUCA ARMANDO: Il 14 febbraio, che è anche la giornata dell’amore, cercheremo di mettere un “marchio” su tutto quello che è stato SLATE in questo primo anno, dando qualche piccola anticipazione su ciò che verrà. Sarà una data molto ricca, figlia di tutto quello che siamo. A fine anno scorso abbiamo lanciato un contest in collaborazione con SEEDJ, piattaforma italiana di corsi (e non solo) legata alla musica elettronica, e avremo con noi la DJ emergente vincitrice. Nella sala techno ci saranno artisti locali che hanno collaborato con noi in questo primo anno: il collettivo Migarden, un live inedito (di tre ore) firmato Conrad Van Orton ed il debutto ufficiale a Milano di Roll Dann (e molto altro: invito a vedere il programma completo sulla nostra pagina).
In una sala avremo come ospiti Linea, web radio indipendente ubicata all’interno di uno degli spazi presenti nella galleria della metro Cairoli, attiva nella scena underground italiana da anni. Dal pomeriggio proporranno streaming speciali che, per l’occasione, saranno immersi in uno scenario diversa dal solito. La notte, invece, lanceranno un nuovo progetto, Obscure Disco Club, che esplorerà sonorità dark disco e low-tempo.
Avremo una sala house, dove abbiamo coinvolto DJ e producer di diversi collettivi di Milano, come Le Orrende, Solida/Vitamina, Biscotto della Fortuna e Hangover: questi ultimi avranno anche uno spazio dedicato al loro progetto artistico legato a tattoo e piercing.
Ogni sala avrà installazioni ad hoc, create per l’occasione. Ci sarà anche tutta la parte di performance, che è stata svelata qualche giorno fa. L’evento partirà alle 15 del pomeriggio: sarà tutto in continuo movimento e viverlo dall’inizio alla fine potrebbe essere un’esperienza diversa dal solito.
L’arte e le installazioni site-specific sono sempre più centrali nei vostri eventi: come nasce il dialogo tra musica, spazio e arte visiva?
SARA: Il nostro progetto vuole portare le arti all’interno della scena club: performance artistiche, mostre fotografiche, installazioni, rassegne di corti e molto altro. Secondo noi, arti e musica si sono sempre cercate: fanno parte dello stesso filo conduttore che stimola i sensi, nutre orecchie e occhi. Le arti rappresentano visivamente la musica, la accompagnano e si ispirano a vicenda, creando una suggestione profonda. C’è qualcosa di magnetico nell’unirle: è un dialogo, un’ispirazione alla portata di tutti.
ANDREINO: All’interno della nostra ricerca, l’arte e le installazioni site-specific non hanno un ruolo decorativo, ma strutturale. Per noi la festa è lo spettacolo assoluto: musica, spazio e intervento visivo operano sullo stesso piano e costruiscono un’unica esperienza. C’è sempre un’idea di fondo che guida il progetto e che prende forma nel luogo. Lo spazio è fondamentale, ma entra in relazione con il concept, con il suono e con l’intervento visivo in modo continuo e non gerarchico. Spesso questo processo passa anche attraverso l’uso di materiali di riutilizzo, che diventano parte integrante dell’allestimento e del racconto spaziale. È in questa tensione che nasce l’esperienza: un tempo sospeso in cui percezione, corpo e ambiente si allineano. Installazioni e musica servono ad attivare lo spazio e a rendere visibile un immaginario; in alcune occasioni questo lavoro viene sviluppato anche insieme al collettivo IO Multimedia, con cui collaboriamo alla realizzazione di installazioni multimediali.
È così che tutti gli elementi entrano in relazione e agiscono insieme, in tempo reale. Il pubblico non è solo spettatore ma parte viva dell’opera. In questo modo l’evento diventa uno spettacolo immersivo e collettivo, che esiste solo in quel momento e in quello spazio.
ANNA: In questi contesti si tratta spesso di fare il meglio possibile con ciò che si ha a disposizione, mettendo insieme forze e idee per dare vita a un immaginario collettivo e personale, unico. È proprio grazie a questo che prende forma un lavoro strettamente legato al luogo e alle risorse disponibili, che siano forze fisiche o materiali.
La forma finale è un grande dialogo tra tutte le sfaccettature del mondo creativo, che condividono un obiettivo comune: creare situazioni di comunità e condivisione attraverso un solletico mentale. Non da ultimo, il light design, che ha il compito di creare un’atmosfera coerente con il suono, evidenziando e valorizzando le installazioni con giochi di ombre e colori a ritmo di beat.
Come vedi SLATE in futuro?
LUCA ARMANDO: Come una community ampia e consapevole. Un ecosistema in cui le relazioni umane sono centrali, dove si condividono idee e stimoli, dove la musica viene vissuta senza la necessità di inseguire il nome “famoso” in lineup. Non ti nego che, tra le cose che stiamo pensando per la prossima stagione, c’è proprio quella di non inserire più i nomi degli artisti sul flyer. Il nostro pubblico deve essere consapevole che in lineup ci saranno sia artisti locali sia internazionali e che la musica sarà bella a prescindere: dovrebbe venire e scoprirlo.
Si tratta di creare un rapporto di fiducia con la community. È un processo lungo: se ci penso, è passato solo un anno, ma sono convinto che ci arriveremo. L’altro punto importante è lo sviluppo di tutta la parte relativa a “meets art”, di cui parlavano prima: il progetto artistico che abbiamo lanciato a dicembre, dove l’obiettivo è inserire, prima o durante l’evento, uno spazio dedicato alle arti performative, con una programmazione sempre varia che vada di pari passo con l’evento stesso. Nei mesi a venire sarà sicuramente uno dei punti cardine del progetto SLATE. E molto altro: abbiamo diverse idee in testa e faremo il possibile per realizzarle tutte, ma per il momento nessun altro spoiler.

L’idea di togliere i nomi degli artisti dal flyer è forte e controcorrente: quali reazioni ti aspetti dalla community?
LUCA ARMANDO: Curiosità. La stessa che hai avuto tu nel fare questa domanda. Io stesso ce l’ho. Viviamo costantemente sui social, seguiamo i nomi e organizziamo trasferte e viaggi nei club o nei festival per quell’artista. Sono pochissime le realtà che hanno sposato questa idea, principalmente perché è economicamente rischiosa: basta che nella stessa città, lo stesso giorno, ci sia un altro evento con artisti molto grandi in lineup e sei fregato.
Ma se si riuscisse a costruire una community (inclusa quella digitale) talmente forte e consapevole, affezionata al progetto, cosa accadrebbe? Personalmente credo che potrebbe essere una grande opportunità per l’esperienza stessa: la curiosità è il motore, permette di stupirci, di vivere ogni evento in modo diverso dal precedente e ci slega dalla routine e dalla monotonia, inevitabili quando conosci già tutto quello che accadrà.
Abbiamo bisogno di crescere ancora e non bisogna fare il passo più lungo della gamba, ma non appena quel rapporto di fiducia tra SLATE e la community sarà abbastanza maturo e solido, sarà la strada che percorreremo.
Se qualcuno partecipasse per la prima volta a un evento SLATE, cosa sperate si porti a casa una volta uscito dal club?
MATI MATI: Spero che esca con in borsa gli occhiali da sole graffiati, incastrati insieme alla collana troppo stretta che non la faceva ballare come avrebbe voluto. Degli adesivi SLATE stropicciati accanto alla stanchezza e alle cartacce dei Chupa Chups condivisi con gli amici, il ricordo di un movimento, di un set liberatorio, qualche pensiero in meno e qualche pensiero in più. Tanta energia e la voglia di rientrare immediatamente.
SBRU: Spero che esca con addosso una sensazione di felicità genuina. Che abbia conosciuto nuove persone, fatto nuove amicizie e che senta di aver condiviso qualcosa di vero con chi aveva intorno. Vorrei che si portasse a casa ancora più amore per la musica, per il ballare insieme e per quel tipo di energia che nasce solo quando arte, suono e persone si incontrano nel modo giusto.
MATTIA: Vorrei che avesse vissuto l’esperienza di un evento organizzato da clubbers per clubbers e che non si sentisse un cliente, ma parte di una community che esiste solo se organizzatori e partecipanti collaborano prima, durante e dopo l’evento.
HELENA: Spero che torni a casa con il cuore pieno di: musica, danza, ma soprattutto di connessioni umane; con la sensazione di aver condiviso con altri il proprio divertimento e di essersi sentita parte di un’energia collettiva. Di aver vissuto una serata capace di dare spazio alle amicizie già esistenti, rafforzandole e di farne nascere di nuove da portare con sé anche oltre il mondo della notte.
ASTRID: Nuove amicizie, senso di appartenenza, scoperta di sé, corpo stanchissimo per aver ballato fino alla chiusura senza sosta.
GIANMARIA: La consapevolezza di aver preso parte non a una semplice festa, ma a qualcosa di speciale: un momento unico e indescrivibile. Ricerca e sperimentazione musicale si intrecciano a incontri preziosi, amicizie che nascono, supporto reciproco costante e libertà di espressione. SLATE é tutto questo, e molto di più. L’unico modo per caricare ulteriormente questo bagaglio é non fermarsi alla prima volta, ma viverla ancora. Una seconda, una terza, e tutte auelle che verranno.
MATTEO Tanta felicità, un arricchimento personale, sensazioni forti e tutta l’energia che il club e le persone che lo vivono possono donare.
FRANCESCO: Che uscisse da quelle mura consapevole di aver vissuto un’esperienza di clubbing a 360 gradi, che non si sia fermata alla sola musica, ma che sia stata coinvolta in un’esperienza totale, tra suono, arte e persone, sentendo la festa come un momento unico di libertà e scoperta.
LAURA: Spero che si porti a casa la sensazione di aver fatto parte di qualcosa, non solo di aver ballato. Di essere entrata in uno spazio dove la musica non è consumo ma incontro, dove nessuno deve dimostrare niente e tutti possono essere se stessi. SLATE non è un party a cui “presenziare”, è un luogo da abitare, fatto di rispetto, cura e connessioni reali. Se esci dalla prima serata con meno preconcetti sul mondo del clubbing e più voglia di tornarci, allora ha funzionato.
LUCA ARMANDO: Non ho molto altro da aggiungere, se non: ci vediamo questo sabato! Questa famiglia ha già detto tutto. Porte aperte dalle 15. Venite presto!
