MOSTRA Barcelona è un festival che si sta consolidando come uno dei principali della città. La prossima edizione si svolgerà tra la Casa Montjuïc e il Pabellón del Valle de Hebrón a Barcellona nei giorni 12, 13, 14 e 15 marzo 2026.

Si dice che MOSTRA Barcelona sia un festival che agisce dal cuore. Dopo aver indagato e parlato con gli organizzatori di questo evento così peculiare quanto necessario, abbiamo capito che è davvero così. Nato giusto dopo la pandemia e dalla voglia di ripartire e di fare le cose diferentemente, l’evento è già arrivato alla sua 5º edizione. MOSTRA si presenta come una vera e propria controproposta all’offerta musico-culturale di Barcellona, dove il formato dei macrofestival ha da anni preso il sopravvento, non per questo cancellando il fermento underground sottostante che resiste e sopravvive nella città. È proprio di questo sottobosco, di questa realtà resistente e meno conosciuta dal grande pubblico che MOSTRA si occupa.

No-profit, controcorrente e con uno sguardo critico su questioni fondamentali e dalle quali non si può – o, piuttosto, non si dovrebbe più – prescindere, come la prospettiva di genere, l’impatto sociale del mondo della musica e della cultura e l’importanza delle realtà locali: tutto questo è MOSTRA. Curiosi di saperne di più, abbiamo intervistato Felix Beltran, direttore e ideatore del festival, che ci ha dato dei piacevoli spunti per una riflessione su modi di pensare e agire alternativi, l’importanza di uno sguardo critico sulle cose e di una coscienza e appoggio collettivi.

Ciao Félix e benvenuto. Ci piacerebbe sapere di più sull’origine di MOSTRA Barcelona. Come siete nati, cosa vi ha spinto a creare questo progetto, quali erano le visioni iniziali e quali sono quelle attuali – se qualcosa è cambiato?

Ciao Parkett! Il progetto di Mostra è nato durante i confinamenti per la crisi del Coronavirus. È stato un momento in cui tutto si è fermato e molte persone hanno avuto più tempo per pensare e creare. Nel mio caso, sono un gestore culturale e da tempo volevo realizzare un progetto per Barcellona. Sono anche una delle persone che ha avviato Paral·lel Festival, che si svolge nei Pirenei. È un festival nella natura, in estate, non ha nulla a che vedere. Avevo voglia di fare qualcosa a Barcellona. Ho avviato MOSTRA a partire da un acceleratore di progetti culturali del programma del Comune di Barcellona che si chiama CreaMedia. Ho anche un background ed esperienza in progetti di comunicazione politica e ho fatto parte del mondo dell’attivismo e dei movimenti sociali a Barcellona.

In qualche modo volevo anche, attraverso un festival, presentare un progetto con valori e modalità operative un po’ diverse, che potesse anche fungere da riferimento. Il modo in cui programmiamo in MOSTRA è già di per sé una dichiarazione d’intenti e risponde a un’esigenza musicale che non era presente nella città di Barcellona. Tutto è stato pensato in modo molto consapevole, con grande attenzione all’impatto che avrebbe dovuto avere sul pubblico in generale.

Un’altra delle idee principali con cui nasce il festival è quella di essere un’alternativa al modello di macro-festival che si è affermato soprattutto in questa città. Conosciamo tutti nomi di festival che vendono migliaia di biglietti ma con pratiche totalmente opposte a quelle che noi difendiamo e che alla fine spesso danneggiano la scena di una città, per i contratti che fanno con gli artisti, per le clausole abusive legate ai tour, e questo colpisce soprattutto le piccole sale ma anche i piccoli progetti. È come se non lasciassero spazio ad altre alternative, ad altri modi di fare e, in questo senso, MOSTRA nasce un po’ come un sottomarino che cerca di ribellarsi a questo sistema o di lanciare un allarme sul fatto che esistono altri modi di fare, necessari perché una scena sia più viva a partire dai margini.

MOSTRA è un festival senza animo di lucro. Qual è la strategia per sopravvivere oggi come evento di questo tipo e quali sono le difficoltà, ma soprattutto i benefici che state ottenendo?

Il successo sta nel far quadrare i conti e nel sopravvivere, fondamentalmente. È qualcosa che per quattro anni ci è costato molto, ma le nostre principali fonti di entrata sono sia la vendita dei biglietti sia ciò che ricaviamo dal bar. Per questo insistiamo molto sul sostegno della comunità quando si acquista un biglietto o quando si consuma nei punti ristoro affinché il progetto possa andare avanti. Va aggiunto anche che la maggior parte del nostro pubblico è un pubblico consapevole, che sa dove si trova. Una delle cose più belle di MOSTRA è l’atmosfera che si respira tra i partecipanti: è un pubblico con grande esperienza di festival, gente che non è lì per caso ma che ha scelto di esserci, a differenza di altri festival o concerti che tendono semplicemente a riempire stadi.

Le difficoltà stanno nel fatto che un evento di queste caratteristiche dipende molto da questa comunità. Inoltre, per il tipo di programmazione che abbiamo, spesso è difficile vendere biglietti, perché si tratta di performance e artisti forse non così conosciuti. Molte persone fanno fatica ad assumersi il rischio di scommettere su qualcosa che non conoscono. Solo chi è più audace, più disposto a lasciarsi sorprendere o a scoprire cose nuove compie questa scelta d’acquisto.

Parlando dei benefici, non avere alle spalle certe realtà, come per esempio un fondo d’investimento, ci dà molta più indipendenza e ci permette di fare ciò che ci piace fare. In sostanza, di organizzarci come vogliamo, attraverso un’auto-organizzazione che nel caso di MOSTRA dipende da un team umano di circa 15 persone attive più o meno durante tutto l’anno.

Certo, immagino che questa indipendenza di cui parli vi dia anche una libertà di programmazione e una coerenza artistica che non sempre è possibile avere.

Sì, il formato è variato nel corso degli anni. Abbiamo sempre avuto una location più centrata sulla musica sperimentale, con concerti di musica ambient, musica più “orizzontale”, dove si può stare seduti o persino sdraiati, che in modo organico si evolve verso suoni più “verticali”, più da club, più techno, drum and bass, c’è un po’ di tutto. Il primo spazio sarebbe più vicino a ciò che potrebbe essere un museo, all’introspezione, mentre nel secondo ci concentriamo di più sul ballo e sul beat. Tutto questo si costruisce in modo molto organico, quindi l’evoluzione è molto piacevole durante la giornata e anche molto coerente all’interno di ogni singolo giorno.

Avete parlato di rottura e di prendere le distanze dal circolo vizioso della ripetizione: cartelloni con gli stessi nomi di sempre e decisioni dettate dall’algoritmo. Tutto questo è molto interessante: come scegliete allora e in base a quali criteri invitate i “vostri” artisti e artiste? L’algoritmo è davvero completamente fuori da questa decisione?

La nostra programmazione non è legata a nessuna moda. Non lo facciamo neanche da una posizione romantica, ma dalla responsabilità che abbiamo come festival di programmare cose che sono state dimenticate, che sono venute poco a Barcellona, o magari figure che sono state dei riferimenti ma che oggi non sono più di moda. La nostra volontà è dare onestà alla proposta, coerenza con il contesto in cui presentiamo le cose. Ci interessa, per esempio, lavorare con progetti che si trovano in un momento significativo del loro percorso, che magari hanno appena pubblicato un nuovo album o hanno ripreso a lavorare dopo molto tempo, che hanno qualcosa da dire ora e che intendono il live, il set o la performance come uno spazio di maggiore esplorazione.

Oltre a questo, nella nostra line up abbiamo due pilastri: la prospettiva di genere e la scena locale. Fin dal primo anno abbiamo fatto scelte consapevoli in base a questi criteri, senza compromettere la qualità. Ti dicevo prima che uno degli apprendimenti della pandemia è stato questo ritorno al locale: durante i confinamenti, quando non si poteva volare e hanno iniziato a riaprire i club e a organizzare eventi anche all’aperto, si è fatto molto ricorso agli artisti locali. A MOSTRA non volevamo che fosse una moda passeggera, ma che si continuasse a valorizzare l’artista locale dandogli la visibilità che merita: programmiamo anche slot importanti per loro, non solo gli openings, come fanno molti festival, ma anche chiusure o orari centrali. Alla fine, circa un quinto del cartellone è composto da artisti locali e, di nuovo, come per la prospettiva di genere, lo facciamo senza compromettere la qualità del festival. Non è qualcosa di forzato, ma una scelta consapevole.

Non siamo nemmeno del tutto estranei alle tendenze, non le ignoriamo, però la selezione di MOSTRA si costruisce più a partire da un ascolto attento e da un monitoraggio a lungo termine delle proposte, dalla fiducia che abbiamo in etichette, collettivi o spazi affini. C’è una componente di intuizione ma anche di rischio nelle proposte che programmiamo. Forse preferiamo sbagliare puntando su qualcosa che ci emoziona, oppure indovinare riproponendo nomi che già ci parlano. Ma credo che in MOSTRA il criterio venga prima della prevedibilità.

La maggior parte delle persone che viene al festival non conosce gran parte del cartellone. MOSTRA è più uno spazio per lasciarsi sorprendere, per scoprire, ma che in cinque anni ha guadagnato un certo riconoscimento per la qualità della programmazione. Forse oggi ci sono sempre meno spazi di questo tipo, in cui si andava a un festival o in una sala per lasciarsi sorprendere, per scoprire nuova musica e tornare a casa più pieni.

Passiamo al concetto di “Ascolto come comunità”. Quando penso alla musica e al ballo, li percepisco profondamente come rituali collettivi, quasi ancestrali. È a questo che vi riferite? Volete dirci qualcosa di più?

Quando ci riuniamo con altre persone e ascoltiamo musica o balliamo in gruppo, non c’è nulla di più ancestrale. È qualcosa che si fa fin dall’inizio, dalle prime comunità. Fa parte del nostro DNA. L’esperienza condivisa di ascoltare tutti la stessa cosa in silenzio, ognuno sentendo qualcosa di diverso ma allo stesso tempo condividendo… È un rituale, proprio come lo esprimi nella domanda.

E se andiamo oltre e pensiamo al ballo, credo che questa esperienza sia ancora più connessa con le altre persone. Alla fine stare in un festival è anche uno spazio di evasione. E quell’atto condiviso di sincronia con gli altri e di trasformazione è molto potente come gesto collettivo.

Nel nostro festival c’è un solo palco, quindi questa esperienza diventa ancora più condivisa. Non ci sono proposte che si contrappongono, e questo rende l’esperienza ancora più immersiva. Si ascolta insieme, si balla insieme e in un certo senso si abita lo spazio, la location – in questo caso il padiglione – che è un luogo molto speciale e con un suono formidabile. È un’esperienza che si condivide insieme.

MOSTRA presta molta attenzione a sostenere e valorizzare il tessuto sociale della città di Barcellona, collaborando con realtà locali e con soggetti dell’economia sociale e solidale. In che modo avviene questa collaborazione e qual è il vostro approccio?

La maggior parte dei fornitori e dei marchi con cui lavoriamo sono locali. Ma soprattutto appartengono a questo ecosistema che abbiamo a Barcellona, fatto di cooperative e di quella che si chiama economia sociale e solidale. Il servizio di ristorazione del festival è sempre affidato a questo tipo di collettivi. Abbiamo avuto, per esempio, stand di cucina africana con Abarka e latinoamericana con La Raíz. Anche il nostro merchandising è stato realizzato dal collettivo Top Manta, composto da persone che lavorano per strada, in genere subsahariani. Abbiamo anche devoluto parte degli utili dei bicchieri monouso a Kantina Migrante, un collettivo di donne in situazione di esclusione sociale. Sono piccole azioni che facciamo con enti con cui ci sentiamo allineati e di cui condividiamo il lavoro e la missione sociale in città. Così come facciamo scelte consapevoli in termini di genere e di scena locale nel cartellone, lo facciamo anche con le persone con cui lavoriamo.

Per quanto riguarda la prospettiva di genere, abbiamo un gruppo di colleghe all’interno del team che si chiama Mostra Respect ed è presente al festival con un braccialetto identificativo. Fanno un piccolo briefing all’ingresso del festival per spiegare il tipo di spazio che vogliamo creare. Hanno anche elaborato un protocollo proprio contro le violenze sessuali, pubblicato sul sito web (QUI).

Abbiamo poi un terzo asse trasversale al progetto: l’impegno per rendere il festival più sostenibile. Proprio oggi abbiamo pubblicato uno studio di misurazione della nostra impronta di carbonio, realizzato con interviste ai partecipanti. C’è stato un lavoro di validazione dei dati da parte di un’azienda esterna e tutte queste informazioni sono disponibili sul sito. In modo umile, per le dimensioni del festival, cerchiamo di fare azioni, anche piccole. Il progetto è strutturato attorno a questi tre valori: il locale, l’inclusione intesa come prospettiva di genere e l’impegno per la sostenibilità, attraverso una serie di azioni parallele che realizziamo durante tutto l’anno.

Oltre al festival, siamo attivi con la serie EXTRAMOSTRA, che si sviluppa in eventi in sale di Barcellona ma anche nel resto della Spagna e all’estero, permettendoci di programmare tutto l’anno in formati diversi e di collaborare con altre etichette e collettivi anche fuori da Barcellona. Abbiamo anche un programma radio, in formato podcast.Durante i giorni del festival organizziamo una Fira con negozi, etichette e collettivi di Barcellona. Inoltre abbiamo fatto presentazioni di libri, dato spazio ad artisti con incontri e workshop. Quest’anno, dedicato alla Francia, organizzeremo un dibattito con etichette e collettivi francesi. Insomma, facciamo molte cose.

Spesso diciamo che il progetto Mostra nasce dal cuore, ed è vero. Non cerchiamo altro se non continuare a contribuire a Barcellona, che è la nostra città. Crediamo che le scene si costruiscano così, dal basso e con progetti umili, con il solo desiderio di continuare a sostenere e arricchire la scena di Barcellona, perché pensiamo che sia una città che merita anche questo tipo di programmazione un po’ più alternativa.

Come ultima domanda, vorremmo sapere di più sulla prossima edizione di MOSTRA Barcelona 2026, che si terrà a breve — più precisamente dal 12 al 15 marzo. Cosa possiamo aspettarci da questa edizione?

La principale novità di quest’anno è che avremo un solo giorno, giovedì 12 marzo, a Casa Montjuïc, con performance più orientate all’ascolto, mentre avremo tre giorni al Pabellón Olímpico del Valle de Hebrón, dove la programmazione sarà più focalizzata sul ballo e sul beat. Estendiamo inoltre le giornate di venerdì e sabato fino alle 3 del mattino. Saranno quattro giorni, 35 ore, 20 artisti. Ogni anno mettiamo il focus su un paese diverso, e l’edizione di quest’anno è dedicata alla Francia.

MOSTRA è un progetto piccolo, ma in soli cinque anni è riuscito a inserirsi nel panorama dei festival, non solo in Spagna ma anche a livello europeo. Crediamo soprattutto che venga percepito come una programmazione di qualità, diversa, ed è proprio ciò che volevamo. Pensiamo che, se vieni a Mostra, puoi scoprire molte cose. E tornerai a casa con una sensazione molto bella.


MOSTRA Barcelona: la importancia de una mirada crítica como práctica cultural

MOSTRA Barcelona es un festival que se está consolidando como uno de los principales de la ciudad. La próxima edición se celebrará entre Casa Montjuïc y el Pabellón del Valle de Hebrón, en Barcelona, los días 12, 13, 14 y 15 de marzo de 2026.

Se dice que MOSTRA Barcelona es un festival que actúa desde el corazón. Después de haber investigado y hablado con los organizadores de este evento tan peculiar como necesario, hemos entendido que es realmente así. Nacido justo después de la pandemia y del deseo de volver a empezar y de hacer las cosas diferentemente, el evento ya ha llegado a su 5ª edición. MOSTRA se presenta como una verdadera y propia contrapropuesta a la oferta músico-cultural de Barcelona, donde el formato de los macrofestivales desde hace años ha tomado la delantera, no por eso cancelando el fermento underground subyacente que resiste y sobrevive en la ciudad. Es precisamente de este sotobosque, de esta realidad resistente y menos conocida por el gran público de lo que MOSTRA se ocupa.

Sin ánimo de lucro, a contracorriente y con una mirada crítica sobre cuestiones fundamentales y de las cuales no se puede — o, más bien, no se debería ya — prescindir, como la perspectiva de género, el impacto social del mundo de la música y de la cultura o la importancia de las realidades locales: todo esto es MOSTRA. Curiosos por saber más, hemos entrevistado a Felix Beltran, director e ideador del festival, que nos ha dado agradables pistas para una reflexión sobre modos de pensar y actuar alternativos, la importancia de una mirada crítica sobre las cosas y de una conciencia y apoyo colectivos.


Hola Félix y bienvenido. Nos gustaría saber más sobre el origen de MOSTRA Barcelona. ¿Cómo nacisteis, qué os impulsó a crear este proyecto, cuáles eran las visiones iniciales y cuáles son las actuales – si es que algo ha cambiado?

Hola Parkett! El proyecto de Mostra nació cuando estaban dando los confinamientos por la crisis del Coronavirus. Fue un momento en que todo se paró y mucha gente tuvimos más tiempo para pensar y crear. En mi caso, yo soy gestor cultural y hacía tiempo que quería hacer un proyecto para Barcelona. Vengo de ser también una de las personas que inició Paral·lel Festival, que es otro festival que se hace en los Pirineos. Es un festival en la naturaleza, en verano, no tiene nada que ver. Tenía ganas de hacer algo en Barcelona. Inicié MOSTRA a partir de un acelerador de proyectos culturales del programa del Ayuntamiento de Barcelona, que se llama CreaMedia. También tengo un background y una experiencia en proyectos de comunicación política y he estado también en el mundo del activismo y movimientos sociales en Barcelona.

De alguna manera quería también a través de un festival presentar un proyecto con unos valores y unas formas de hacer que fueran un poco diferentes y que sirviera un poco también como referente. La forma de programar que tenemos en MOSTRA creo que ya es por sí una declaración de intenciones y también responde a una necesidad musical que no había en la ciudad de Barcelona. Todo se ha querido hacer de forma muy consciente, con mucha atención al impacto que debería tener sobre el público en general.

Otra de las ideas principales con la que nace el festival es ser una alternativa al modelo de macro festival que se da principalmente en esta ciudad. Todos conocemos nombres de festivales que venden miles de entradas pero con unas prácticas que son totalmente opuestas a lo que nosotros defendemos y que al final se carga muchas veces la escena de una ciudad, por los contratos que hacen con los artistas, como las cláusulas abusivas que hacen también con las giras, y esto afecta especialmente a salas pequeñas pero también a proyectos pequeños. Es como que no dejan espacio a otras alternativas, a otras formas de hacer y, bueno, pues por ahí MOSTRA nace un poco como un submarino que intenta también torpedear esto o poner la alarma en que hay otras formas de hacer y que son necesarias también para que una escena esté más viva desde los márgenes.

MOSTRA es un festival sin ánimo de lucro. ¿Cuál es la estrategia para sobrevivir hoy en día como evento de este tipo y cuáles son las dificultades, pero sobre todo los beneficios que estáis obteniendo de esto?

El éxito está en cuadrar los números y en sobrevivir básicamente. Es algo que durante cuatro años nos ha costado, pero nuestras principales fuentes de ingresos son tanto las ventas de entradas como lo que obtenemos en barras. Por eso hacemos mucho hincapié en el apoyo de la comunidad cuando se compra una entrada, o cuando se consume en las barras, o en los puestos de comida para que el proyecto siga adelante. Hay que añadir que la mayoría de nuestro público es un público consciente y que sabe dónde está. Una de las cosas más bonitas que hay en MOSTRA es el ambiente que se respira entre los asistentes, que es un público con mucho bagaje de festivales, es gente que no está allí por casualidad sino que ha elegido estar allí, a diferencia de otros festivales o conciertos que normalmente tienden a llenar estadios.

Las dificultades están en que un evento de estas características depende mucho de esa comunidad, entonces también para el tipo de programación que nosotros tenemos es difícil muchas veces también vender entradas, porque son actuaciones y artistas quizás no tan conocidos. A la gente muchas veces le cuesta tener este riesgo de apostar por algo que no conoce. Solo las personas a lo mejor con más atrevimiento, con más capacidad de dejarse sorprender o descubrir cosas son las que hacen esta opción de compra.

Hablando de beneficios, no tener detrás algunas realidades, como por ejemplo un fondo de inversión, nos da mucha más independencia, lo que nos permite hacer un poco lo que nos gusta hacer. Básicamente organizarnos como queramos, a través de una auto-organización que en el caso de MOSTRA además depende de un equipo humano cercano a las 15 personas que están más o menos activas durante todo el año.

Claro, me imagino que esta independencia de la que hablas también os dé una libertad de programación y una coherencia artística que no siempre es posible tener.

Sí, el formato ha ido variando a lo largo de los años, siempre hemos tenido como una localización más centrada en música experimental, con conciertos de música ambient, música más horizontal, donde se puede estar sentado o incluso tumbado en colchonetas, que de forma orgánica se va hacia sonidos un poco más verticales, más de club, más techno, drum and bass, hay un poquito de todo. El primer espacio sería más cercano a lo que podría ser un museo, a la introspección, mientras que en el segundo nos centramos más en el baile y el beat. Todo esto se construye de forma muy orgánica, entonces la evolución es muy agradable a lo largo del día y también con mucha coherencia dentro de cada día.

Habéis hablado de ruptura y de tomar distancia del círculo vicioso de la repetición, carteles con los mismos nombres de siempre y decisiones dictadas por el algoritmo. Todo esto resulta muy interesante: ¿cómo elegís entonces y en base a qué criterios convocáis a “vuestros” artistas? ¿El algoritmo está realmente completamente fuera de esta decisión?

Nuestra programación no está atada a ninguna moda, no lo hacemos desde una posición romántica tampoco, sino desde la responsabilidad que tenemos como festival de programar estas cosas que han quedado también olvidadas, que no han venido mucho a Barcelona, o estamos hablando a lo mejor de figuras que han sido quizás referentes, pero que no están de moda principalmente. Nuestra voluntad es intentar darle una honestidad a la propuesta, una coherencia con el contexto en el que presentamos las cosas, nos interesa por ejemplo trabajar con proyectos que estén en un momento significativo de su recorrido, que a lo mejor hayan presentado un álbum nuevo o hayan vuelto a trabajar después de mucho tiempo, que tengan algo que decir ahora y que entiendan el directo o el set o la performance como un espacio quizá de más exploración podríamos decir.

A parte de esto, en nuestro cartel tenemos dos pilares, que son básicamente la perspectiva de género y la escena local. Siempre, desde el primer año, hemos hecho elecciones conscientes en base a esto y sin comprometer la calidad. Te comentaba al principio que uno de los aprendizajes pandémicos fue este resurgimiento de lo local, durante los confinamientos me acuerdo que como no se podía volar, cuando empezaron a abrir muchos clubes y se empezaron a hacer cosas también al aire libre, se recurrió mucho a los artistas locales. En MOSTRA no quisimos que eso fuera tampoco una moda pasajera, sino que se contara con el artista local también para darle esa visibilidad que se merece, incluso programamos también actos importantes de artistas locales, no sólo para abrir, como hacen muchos festivales, sino que les damos slots de cierre o en horarios importantes. Al final, aproximadamente una quinta parte del cartel son de artistas locales y de nuevo, igual que con la perspectiva de género, lo hacemos sin comprometer lo que es la calidad del festival. No es forzado, sino que es una elección consciente.

Tampoco somos ajenos a lo que es un poco una tendencia, no le damos la espalda, ¿no? Pero sí que la selección de MOSTRA se construye más a partir de una escucha atenta o un seguimiento, digamos, más a largo plazo de lo que son las propuestas, de la confianza que tenemos en sellos o en colectivos o en espacios afines también. Hay un punto de intuición pero también quizá de riesgo en las propuestas que programamos. Quizá preferimos equivocarnos apostando por una propuesta que nos emociona o quizá acertamos repitiendo nombres que ya nos interpelan. Pero bueno, creo que en MOSTRA el criterio está por encima de lo que es la previsibilidad. MOSTRA es un espacio para dejarte sorprender, para descubrir, pero que en cinco años ha ganado como cierto reconocimiento de programación de calidad. Quizá cada vez hay menos este tipo de espacios, en los que antes ibas a un festival o a una sala para dejarte sorprender, para descubrir música nueva y volver a casa como más lleno, y creo que MOSTRA esto lo consigue.

Pasemos al concepto de “Escucha como comunidad”. Cuando pienso en la música y el baile, los percibo profundamente como rituales colectivos, ancestrales. ¿Es a esto a lo que os referís? ¿Queréis contarnos algo más?

Cuando nos reunimos con otras personas y escuchamos música o bailamos en grupo, no hay nada más ancestral que esto. Esto se ha hecho desde el principio y en las primeras comunidades. Es parte de nuestro ADN. La experiencia compartida de escuchar todos una misma cosa en silencio, cada uno sintiendo una cosa diferente, pero al mismo tiempo compartir… Es como un ritual, es tal como lo expresas tú en la pregunta.

Y si nos vamos más allá y nos vamos al baile, creo que esa experiencia se da como todavía mucho más conectada con el resto de la gente. Al final estar en un festival es un espacio también de evasión, ¿no? Y con ese acto compartido de, digamos, sincronía con el resto de la gente y de transformación es muy potente como acto también colectivo.

En nuestro festival solo hay un escenario, entonces esta experiencia todavía se hace como más compartida. Solo hay un escenario, no hay propuestas que se contraponen, y esto hace que la experiencia sea más inmersiva todavía. Es como que se escucha juntas, se baila juntas y de cierta forma se habita el espacio, la localización – en este caso el pabellón – que es un sitio muy especial y que suena formidable. Es una experiencia que se comparte juntas también.

MOSTRA presta mucha atención a apoyar y poner en valor el tejido social de la ciudad de Barcelona, colaborando con realidades locales y con agentes de la economía social y solidaria. ¿De qué manera se da esta colaboración y cuál es vuestro planteamiento al respecto?

La mayoría de elección de proveedores y de marcas con las que trabajamos son locales. Pero, sobre todo, también de este ecosistema que tenemos en Barcelona, que es de cooperativas y de lo que se llama economía social y solidaria. Siempre, todo el servicio de comida que hay en el festival es a través de este tipo de colectivos. Hemos tenido desde puestos de comida africana con Abarka, también de Latinoamérica con La Raíz. También nuestro merchandising, por ejemplo, lo hizo el colectivo Top Manta, que es de gente que trabaja en la calle, normalmente subsaharianos. También hemos dado excedentes de beneficios por los vasos, por ejemplo, de un solo uso a Kantina Migrante, de mujeres en situación de exclusión social. Entonces, bueno, son pequeñas acciones que hacemos, sobre todo relacionadas con este tipo de entidades con las que nos sentimos alineados y con las que nos gusta su trabajo y su misión social aquí en la ciudad.

Nos gusta también, igual que hacemos unas elecciones conscientes de género y de lo local en el cartel cártel, hacerlo también con la gente con la que trabajamos. En cuanto a perspectiva de género, tenemos un grupo de compañeras que dentro del equipo se llama Mostra Respect y está en el festival con un brazalete. Ellas hacen un pequeño briefing a la entrada del festival a todos los asistentes, un poco también explicando el tipo de espacio que nos gusta tener. Han elaborado un protocolo propio también frente a las violencias sexuales y que tenemos colgado en la página web (se puede consultar aquí).

Finalmente, tenemos un tercer eje, que es transversal al proyecto, y es la sostenibilidad. Hoy justo acabamos de publicar un estudio de medición de nuestra huella de carbono que se ha hecho con entrevistas a los asistentes. Ha habido un trabajo de validación de datos por parte de una empresa externa y todo este tipo de información lo subimos a la web. Quiero decir, de forma humilde por el tamaño que es el festival, que intentamos hacer acciones, aunque sean pequeñas.

El proyecto está muy armado con estos tres valores, que son lo local, la inclusión, entendida como perspectiva de género y esa apuesta por la sostenibilidad, a través de una serie de acciones paralelas que hacemos todo el año. Aparte del festival, somos un proyecto que está activo a través de la serie EXTRAMOSTRA, que se desarrolla en eventos en salas de Barcelona pero también del resto de España y en el extranjero, que nos permiten programar durante todo el año y establecer colaboraciones con otros sellos y otros colectivos también de fuera de Barcelona. Luego también tenemos un programa de radio, un formato podcast.

Tenemos una Fira durante los días del festival con tiendas, sellos y colectivos de Barcelona. Aparte de todo esto, hemos hecho presentaciones de libros, hemos dado espacio a artistas que han venido al festival con charlas y talleres. Este año, que irá sobre Francia, haremos un debate con sellos y colectivos franceses. Así que, bueno, hacemos un montón de cosas.

Muchas veces explicamos que el proyecto Mostra es un proyecto que nace del corazón y es la realidad. Nosotros no buscamos más allá que seguir aportando a Barcelona, que es nuestra ciudad, y creemos que las escenas se construyen así, desde abajo y con proyectos humildes, con el único afán de seguir apostando y aportando a la escena de Barcelona, porque es una ciudad que pensamos que merece también este tipo de programación un poco más alternativa.

Como última pregunta, nos gustaría saber más sobre el próximo MOSTRA Barcelona 2026, que se celebrará en breve —más concretamente del 12 al 15 de marzo—. ¿Qué podemos esperar de esta edición?

La principal novedad de este año es que vamos a tener solo un día, el jueves 12 de marzo en Casa Montjuic, con actuaciones más orientadas a la escucha, mientras que tendremos tres días en el Pabellón Olímpico del Valle de Hebrón, donde la programación estará más enfocada al baile y al beat. Y alargamos dos días, viernes y sábado, hasta las 3 de la madrugada.

Serán cuatro días, 35 horas, 20 artistas. Cada año ponemos el foco sobre un país diferente, y la edición de este año está dedicada a Francia.

MOSTRA es un proyecto pequeñito, pero que en solo cinco años ha conseguido poner la cabeza dentro del panorama de festivales, no solo en España, sino a nivel europeo también. Sobre todo creemos que se nos percibe como una programación de calidad diferente, y eso es precisamente un poco lo que queríamos. Pensamos que si vienes a Mostra, puedes descubrir muchas cosas. Y vas a volver a casa con una sensación muy bonita.


MOSTRA Barcelona: the importance of a critical perspective as a cultural practice

MOSTRA Barcelona is a festival that is establishing itself as one of the city’s leading events. The next edition will take place between Casa Montjuïc and the Pabellón del Valle de Hebrón in Barcelona on March 12, 13, 14 and 15, 2026.

MOSTRA Barcelona is often described as a festival driven by the heart. After looking into it and speaking with the organisers of this distinctive but necessary event, we understood that this is truly the case. Born just after the pandemic and from the desire to start again and to do things differently, the event has already reached its 5th edition. MOSTRA presents itself as a true counter-proposal to Barcelona’s music and cultural offering, where the macro-festival format has dominated for years, without however erasing the underlying underground ferment that resists and survives in the city. It is precisely this undergrowth, this resistant reality less known to the wider public, that MOSTRA is concerned with.

Non-profit, countercurrent and with a critical perspective on fundamental issues that can no longer — or rather, should no longer — be overlooked, such as gender perspective, the social impact of the music and cultural world, and the importance of local realities: all of this is MOSTRA. Curious to learn more, we interviewed Felix Beltran, director and founder of the festival, who offered us valuable reflections on alternative ways of thinking and acting, the importance of a critical outlook on things, and of collective awareness and support.

Hello Félix and welcome. We would like to know more about the origins of MOSTRA Barcelona. How did you begin, what prompted you to create this project, what were the initial visions and what are the current ones – if anything has changed?

Hello Parkett! The Mostra project was born during the lockdowns caused by the Coronavirus crisis. It was a moment when everything stopped and many of us had more time to think and create. In my case, I am a cultural manager and I had wanted for some time to create a project for Barcelona. I was also one of the people who initiated Paral·lel Festival, which is another festival that takes place in the Pyrenees. It’s a festival in nature, in summer, it has nothing to do with this. I wanted to do something in Barcelona.

I started MOSTRA through a cultural project accelerator program from Barcelona City Council called CreaMedia. I also have a background and experience in political communication projects and have been involved in activism and social movements in Barcelona. In some way, I also wanted, through a festival, to present a project with certain values and ways of working that were somewhat different and that could also serve as a reference. The way we curate at MOSTRA is already, in itself, a statement of intent and also responds to a musical need that did not exist in the city of Barcelona. Everything has been done very consciously, with a lot of attention to the impact it should have on the general public.

Another of the main ideas behind the birth of the festival was to be an alternative to the macro-festival model that mainly exists in this city. We all know the names of festivals that sell thousands of tickets but operate with practices that are totally opposed to what we stand for, and that often end up harming a city’s scene through the contracts they sign with artists, the abusive clauses tied to tours, and this especially affects small venues but also small projects. It’s as if they leave no space for other alternatives, for other ways of doing things, and in that sense MOSTRA was born a bit like a submarine trying to torpedo this or to raise the alarm that there are other ways of doing things, and that they are necessary for a scene to be more alive from the margins.

MOSTRA is a non-profit festival. What is the strategy to survive today as this kind of event and what are the difficulties, but above all the benefits, that you are gaining from this?

Success lies in balancing the books and surviving, basically. It’s something that over four years has been difficult for us, but our main sources of income are ticket sales and what we earn from the bars. That’s why we put a lot of emphasis on community support when buying a ticket, consuming at the bars, or at the food stalls, so that the project can continue. It should be added that most of our audience is also a conscious audience that knows where they are. One of the most beautiful things about MOSTRA is the atmosphere among attendees: it’s an audience with a lot of festival experience, people who are not there by chance but have chosen to be there, unlike other festivals or concerts that usually tend to fill stadiums.

The difficulties lie in the fact that an event like this depends greatly on that community, and for the type of programming we have it is often difficult to sell tickets, because the performances and artists may not be so well known. People often struggle to take the risk of betting on something they don’t know. Only those who are perhaps more daring, more open to being surprised or discovering new things make that purchase decision. Another difficulty is organising an event, especially in terms of production, that has the quality that a cultural commitment like this should have. But it’s true that over the years we have been taking small steps to become more and more professional.

Speaking about benefits, not having certain realities behind us, such as an investment fund for example, gives us much more independence, which allows us to do what we like to do. Basically, to organise ourselves as we want, through a self-organisation that in the case of MOSTRA relies on a human team of around 15 people who are more or less active throughout the year.

Of course, I imagine that this independence you speak about also gives you programming freedom and artistic coherence that is not always possible to have.

Yes, the format has varied over the years. We have always had one location more focused on experimental music, with ambient concerts, more “horizontal” music, where you can sit or even lie down on mats, which organically moves towards more “vertical” sounds, more club-oriented, more techno, drum and bass; there’s a bit of everything. The first space would be closer to what a museum might be, to introspection, while in the second we focus more on dance and the beat. All of this is built in a very organic way, so the evolution throughout the day is very pleasant and also very coherent within each day.

You have spoken about rupture and taking distance from the vicious circle of repetition: line-ups with the same names as always and decisions dictated by the algorithm. All of this is very interesting: how do you choose then, and on what criteria do you invite “your” artists? Is the algorithm really completely outside this decision?

Our programming is not tied to any trend. We don’t do it from a romantic position either, but from the responsibility we have as a festival to program things that have been forgotten, that haven’t come much to Barcelona, or perhaps figures who have been references but are not currently fashionable. Our will is to bring honesty to the proposal, coherence with the context in which we present things. We are interested, for example, in working with projects that are at a significant moment in their trajectory, that may have released a new album or returned to work after a long time, that have something to say now and that understand the live show, the set or the performance as a space of exploration.

Apart from this, our line-up has two pillars: gender perspective and the local scene. Since the first year we have made conscious choices based on this, without compromising quality. As I mentioned earlier, one of the lessons from the pandemic was the resurgence of the local. During lockdown, when people couldn’t fly and clubs began to reopen and outdoor events started again, there was a strong reliance on local artists. At Mostra we didn’t want that to be just a passing trend, but to continue counting on local artists and give them the visibility they deserve. We even program important slots for local artists, not only opening slots as many festivals do, but closing sets or prime-time slots. In the end, approximately one fifth of the line-up is made up of local artists and again, as with gender perspective, we do it without compromising the festival’s quality. It’s not forced, but a conscious choice.

We are not completely detached from trends either: we don’t turn our backs on them. But MOSTRA’s selection is built more from attentive listening and long-term follow-up of proposals, from the trust we have in labels, collectives or kindred spaces. There is an element of intuition but also of risk in the proposals we program. Perhaps we prefer to be wrong by betting on something that moves us, or perhaps we get it right by repeating names that already speak to us. But I think that at MOSTRA the criterion stands above predictability.

Most people who come to the festival don’t know much of the line-up. Mostra is more a space, a festival to let yourself be surprised, to discover, but in five years it has gained a certain recognition for quality programming. Perhaps there are fewer and fewer spaces like this now, where you would go to a festival or a venue to be surprised, to discover new music and go home feeling fuller.

Let’s move to the concept of “Listening as community.” When I think about music and dance, I perceive them deeply as collective, ancestral rituals. Is this what you mean? Would you like to tell us more?

When we gather with other people and listen to music or dance together, there is nothing more ancestral than that. This has been done from the beginning, in the first communities. It’s part of our DNA. The shared experience of all listening to the same thing in silence, each person feeling something different, but at the same time sharing… It’s a ritual, exactly as you express it in your question.

And if we go further and move to dance, I think that experience becomes even more connected with the rest of the people. In the end, being at a festival is also a space of escape. And that shared act of synchrony with others and transformation is very powerful as a collective act.

At our festival there is only one stage, so this experience becomes even more shared. There is only one stage, there are no opposing proposals, and this makes the experience even more immersive. It’s as if you listen together, you dance together and in a certain way you inhabit the space — the location, in this case the pavilion — which is a very special place and sounds wonderful. It’s an experience that is shared together.

MOSTRA pays a lot of attention to supporting and highlighting the social fabric of the city of Barcelona, collaborating with local realities and agents of the social and solidarity economy. How does this collaboration take place and what is your approach?

Most of our suppliers and brands we work with are local. But above all they belong to this ecosystem we have in Barcelona, of cooperatives and what is called the social and solidarity economy.

All the food service at the festival is through this type of collective. We have had African food stalls with Abarka and Latin American food with La Raíz. Our merchandise, for example, was made by the collective Top Manta, made up of people who work in the streets, usually Sub-Saharan. We have also donated surplus profits from single-use cups to Kantina Migrante, a group of women in situations of social exclusion. These are small actions we take with entities we feel aligned with and whose work and social mission in the city we value. Just as we make conscious gender and local choices in the line-up, we also do so with the people we work with.

Regarding gender perspective, we have a group of colleagues within the team called Mostra Respect who are present at the festival wearing an armband. They give a small briefing at the entrance of the festival explaining the kind of space we want to create. They have also developed their own protocol against sexual violence, which is available on the website (HERE).

We also have a third axis, transversal to the project, which is the commitment to making the festival more sustainable. Today we have just published a study measuring our carbon footprint, carried out through interviews with attendees. There has been a validation of the data by an external company and all this information is uploaded to the website.

I mean, in a humble way given the size of the festival, we try to take actions, even if they are small. The project is strongly structured around these three values: local focus, inclusion understood as gender perspective, and commitment to sustainability, through a series of parallel actions we carry out throughout the year. Beyond the festival, we are active through the EXTRAMOSTRA series, which develops in events in venues in Barcelona but also in the rest of Spain and abroad, allowing us to program throughout the year in different formats and establish collaborations with other labels and collectives outside Barcelona. We also have a radio programme, a podcast format.

We also have a fira during the festival days with shops, labels and collectives from Barcelona. Besides all this, we have organised book presentations and given space to artists who have come to the festival to hold talks and workshops. This year, which will focus on France, we will organise a debate with French labels and collectives. So we do many things.

We often explain that the Mostra project is born from the heart, and that is the reality. We are not looking for anything beyond continuing to contribute to Barcelona, which is our city. We believe scenes are built like this, from below and with humble projects, with the sole aim of continuing to support and contribute to Barcelona’s scene, because we think it is a city that also deserves this kind of more alternative programming.

As a final question, we would like to know more about the next MOSTRA Barcelona 2026, which will take place shortly — more specifically from March 12 to 15. What can we expect from this edition?

The main novelty this year is that we will have only one day, Thursday March 12, at Casa Montjuïc, with performances more oriented towards listening, while we will have three days at the Pabellón Olímpico del Valle de Hebrón, where the programme will be more focused on dance and the beat. We are also extending Friday and Saturday until 3 a.m.

It will be four days, 35 hours, 20 artists. Each year we focus on a different country, and this year’s edition is dedicated to France.

MOSTRA is a small project, but in just five years it has managed to get its head into the festival panorama, not only in Spain but also at European level. Above all, we believe we are perceived as a different kind of quality programming, and that is precisely what we wanted.

We think that if you come to Mostra, you can discover many things. And you will go back home with a very beautiful feeling.