Non solo arte: Berlin Atonal è un’esperienza collettiva che ci invita a interrogarci sull’idea stessa di “festival“.

Berlino, fine agosto. Il Kraftwerk non è solo un luogo: è un organismo che respira con il suono. Dal 27 al 31 agosto 2025, Berlin Atonal torna con la sua edizione più ambiziosa e, con essa, la domanda che ormai lo accompagna da anni: cos’è un festival oggi?

Per Atonal, la risposta non è mai stata lineare. Nel 2023 – primo ritorno dopo la lunga pausa pandemica – la struttura industriale si è riempita di contrasti: dalle sospensioni oniriche di Laurel Halo alle liturgie di Florentina Holzinger, dalle fughe emotive di Rainy Miller all’energia metanfetaminica di Sandwell District. Non un semplice susseguirsi di set: è un montaggio sensoriale e politico, un’opera corale dove ogni performance non solo occupa il suo spazio, ma dialoga con quella prima e quella dopo.

Oggi, con l’ingresso nella International Biennial Association, Atonal ridefinisce il proprio formato: non un contenitore di eventi, ma un ambiente totale, un laboratorio in cui il tempo e lo spazio sono materia artistica al pari del suono. Il festival diventa un ecosistema in mutazione, in cui il pubblico non “assiste” ma co-esiste.

Photo Credit: Helge Mundt

La “lentezza” come gesto radicale

In un’epoca di iperstimolazione, Atonal introduce Third Surface, un salotto post-industriale dove il tempo rallenta. Installazioni di artisti come Basma Al-Sharif, Joanna Rajkowska, Roberto Cuoghi, Steinar Haga Kristensen, Kristoffer Akselbo si intrecciano a conversazioni pubbliche e momenti di ascolto profondo.
È una socialità diversa, lontana dalla frenesia delle grandi rassegne: un invito alla concentrazione come atto politico e alla comunità come pratica di resistenza.

Più che un’installazione da osservare, Third Surface si presenta come uno spazio di incontro e immaginazione: piccoli tavoli, sedute informali, un palco centrale che invita alla prossimità e allo scambio. È un contesto che incoraggia conversazione, improvvisazione e ascolto condiviso. Le opere non impongono significati, ma li suggeriscono: sculture, performance, video, tessuti e disegni che aprono spiragli di voce e pensiero.

Tra gli artisti troviamo Kristoffer Akselbo con Barracuda, un orto idroponico surreale illuminato da luci UV che diventa monumento fragile all’individualismo contemporaneo. Roberto Cuoghi rielabora slogan familiari trasformandoli in immagini ironiche e mutevoli, mentre Joanna Rajkowska presenta Emergency Light, un faro d’allarme che assume la forma di una presenza quasi mostruosa, capace di osservarci mentre il mondo crolla lentamente. A completare il quadro c’è Steinar Haga Kristensen, che attraverso una triplice installazione – pittura, architettura e videogioco – esplora i confini tra percezione interna ed esterna.

Lo spazio non vive solo di opere visive. DJ E (Chuquimamani-Condori) porta in scena rituali sonori sospesi tra memoria ancestrale e rumore futurista. Moin reinventano il formato “band” contaminandolo con elettronica e distorsioni post-rock. John T. Gast presenta in anteprima mondiale Petrols, un progetto fragile e improvvisativo. Infine, YHWH Nailgun, quartetto americano dalla carica catartica, scarica sul palco un’energia viscerale e irriducibile.

Il Kraftwerk: nuova macchina d’ascolto

Parallelamente al main stage, Atonal apre il Listening Room, curato da PAN nella control room del Kraftwerk. Qui la serie ENTOPIA ribalta il concetto di colonna sonora, trattando il suono non come accompagnamento ma come architettura autonoma.

Ogni sera viene presentata un’opera diversa: Retinal Rivalry di Cyprien Gaillard intreccia registrazioni d’organo e strati manipolati nel tempo, sospesi tra documento e astrazione psicotropa. Jenna Sutela con Pond Brain costruisce un linguaggio alieno bioacustico che rielabora i codici di flussi microbici. Anne Imhof in WYWG distilla pressione, distanza e inquietudine, mentre Mohamed Bourouissa con LILA convoca rituali sociali e pratiche collettive di guarigione, attraversati dalla voce di Le Diouck come apparizione. A chiudere il ciclo è Jeremy Shaw con Phase Shifting Index, che invita a un loop percettivo capace di generare una visione estatica di “ri-evoluzione”.

La line up completa

A giugno è arrivata la prima ondata di nomi – emptyset & MFO, Lee Ranaldo con Peder Mannerfelt e Yonatan Gat, insieme a Moin, DJ Marcelle, DJ E, Djrum, Verraco, Ghosted, Gerda — di cui parliamo QUI.

A luglio il mosaico si completa e prende nuove direzioni: arrivano Rashad Becker, Rrose, gyrofield, livwutang, Significant Other, EMA, Marylou, Mia Koden, ma anche figure chiave come Pinch, Martyn e la forza club-oriented di TYGAPAW. In più, un momento speciale con Calibre b2b DJ Pete, che promette di accendere la pista del Kraftwerk con un dialogo inedito tra generazioni.

Il corpo, la città, il futuro

Berlin Atonal sembra rispecchiare Berlino stessa: una città in cui la memoria industriale non è mai solo passato, ma materia viva da riattivare. Il Kraftwerk non è cornice, ma corpo attivo: i suoi silenzi, le sue mura, la luce che filtra tra la polvere diventano parte dell’opera. Qui l’architettura non ospita soltanto, ma vibra, risuona, respira insieme alla musica.

Ogni edizione è un cantiere provvisorio che restituisce tanto i processi di trasformazione urbana quanto le fratture che li accompagnano. Accanto all’intensità della sperimentazione e alla vertigine dei contrasti, Atonal apre anche spazi di sospensione come Third Surface: un salotto rallentato che sottrae alla frenesia e invita a pensare e ad ascoltare in modo diverso.

In questo equilibrio tra tensione e quiete, cemento e immaginazione, il festival non si limita a ospitare performance, ma diventa metafora di una collettività in continuo mutamento, sempre alla ricerca di nuove forme di convivenza sensoriale e sociale.

Alla fine, alla domanda cos’è un festival?, Atonal risponde così:
non un cartellone di concerti, ma un ecosistema fragile e potente. È memoria che si fa presente, architettura che diventa corpo vivo, laboratorio sempre aperto che intreccia trasformazione e resistenza. È anche il coraggio di fermarsi, come nello spazio rallentato di Third Surface, per ascoltare il silenzio e immaginare nuove comunità fuori dalla frenesia.

Photo Credit: Frankie Casillo