In attesa del tour europeo 2026, il disco si apre con una nuova versione del brano cult di Stranger Things “When It’s Cold I’d Like To Die”, affidata alla voce di Jacob Lusk per trasformare un successo virale nel manifesto di un nuovo ascolto consapevole.

Di nuove uscite ne arrivano continuamente, ma “Future Quiet“, il ventitreesimo album in studio di Moby (in uscita il 20 febbraio via BMG), nasce da un’esigenza precisa che oggi sembra quasi un lusso: quella di fermarsi. 

L’industria si è abituata a un modello di consumo bulimico. La musica oggi deve funzionare come un contenuto veloce: immediatamente riconoscibile, algoritmico, pronto per essere masticato e dimenticato in trenta secondi. Moby, invece, sceglie di interrogarci su un tema che è diventato un’urgenza collettiva: il rapporto tra la nostra iperconnessione e il bisogno umano di quiete. In questo scenario, l’album diventa anche una rottura strutturale. È la scelta deliberata di lavorare per sottrazione in un mercato che vive di accumulo, di loudness war, di rumore costante.

Moby lo definisce un rifugio. E ha ragione. In un presente saturo di notifiche e stimoli che frammentano l’attenzione, la quiete diventa una scelta attiva, quasi politica, una presa di posizione contro la dittatura degli schermi. Il disco non cerca l’impatto istantaneo; cerca di ristabilire un rapporto consapevole con l’ascolto, ricordandoci che la presenza è il bene più prezioso che abbiamo. Uno spazio deliberato in cui l’ascoltatore non è più un utente passivo, ma un partecipante attivo di un’esperienza intima.

Il progetto riparte da un caso di studio che l’industria dovrebbe analizzare con attenzione: “When It’s Cold I’d Like To Die“. Parliamo di un brano del ’95, originariamente inserito in “Everything Is Wrong“, che all’epoca era l’antitesi del pop: senza batteria, senza basso, totalmente fuori da ogni logica radiofonica. Eppure, trent’anni dopo, proprio questa fragilità è tornata al centro del dibattito. Grazie al placement in Stranger Things (prima e quarta stagione), il brano ha intercettato una nuova generazione di ascoltatori, diventando negli ultimi anni il pezzo più ascoltato dell’intera discografia dell’artista, con centinaia di milioni di stream annuali.

Per “Future Quiet”, Moby sceglie di ripartire da quella vibrazione, affidando questa nuova versione orchestrale alla voce di Jacob Lusk, frontman dei Gabriels. Moby lo ha scoperto ascoltando la KCRW, stazione radio pubblica di Los Angeles. Bastarono pochi secondi per capire che quella voce, capace di unire intensità emotiva e profondità quasi spirituale, era perfetta per il suo progetto. Così ha iniziato a cercarlo, contattarlo, convincendolo a collaborare. Il risultato non riscrive il brano originale, ma ne amplifica la dimensione intima, trasformandolo in un piccolo manifesto concettuale per tutto “Future Quiet”.

Il percorso si sviluppa lungo undici tracce che delineano una mappa precisa già nei titoli. “Mono No Aware”, ad esempio, richiama con il suo titolo il concetto giapponese (物の哀れ) che descrive la commovente consapevolezza della transitorietà delle cose, una dolce malinconia per la loro bellezza effimera e l’accettazione serena della vita come un ciclo di nascita, vita e morte, esemplificato dai fiori di ciliegio (sakura) che sbocciano e cadono rapidamente. È l’apprezzamento della bellezza proprio perché è fugace, una sensibilità emotiva che si prova di fronte agli eventi che cambiano, invitando a cogliere e valorizzare ogni momento.

Anche le collaborazioni, da serpentwithfeet a India Carney, passando per Elise Serenelle, sono presenze misurate, funzionali al progetto e mai ingombranti. Moby rifiuta l’ idea dei “nomi in cartellone” messi lì per fare numeri, ma sceglie strumenti per dialogare con un sound che si muove tra pianismo minimalista e ambient immersivo.

“Future Quiet” è quindi il punto di arrivo di una traiettoria lunga oltre tre decenni. Moby è l’artista cresciuto tra hardcore punk, hip hop, house e industrial suonati a volumi estremi nei club di New York, ma che ha sempre coltivato, in parallelo, un bisogno profondo di “dischi silenziosi”. Riferimenti come This Mortal Coil, i Cocteau Twins, l’ambient di Brian Eno e David Bowie, o il minimalismo spirituale di Arvo Pärt e Górecki, qui diventano matrici emotive. È la sintesi di un artista che ha venduto 20 milioni di dischi e collaborato con giganti come David Bowie, i Daft Punk, i Beastie Boys e i Public Enemy, ma che non ha mai smesso di cercare il senso del silenzio.

Ma non si può scindere “Future Quiet” dalla figura culturale che Moby è diventato. La sua presenza pubblica è complessa e coerente. Accanto alla musica, il suo attivismo per i diritti degli animali, l’ambiente e la salute mentale non è mai stato un elemento accessorio, ma il cuore pulsante della sua produzione. Progetti come mobygratis, la piattaforma di licensing gratuito lanciata nel 2005 e rilanciata nel 2025 con nuove potenzialità collaborative, raccontano un’idea di musica come bene condiviso. È un sistema che prova a sottrarre la creatività a logiche economiche rigide, permettendo a filmmaker indipendenti e studenti di accedere a un catalogo altrimenti inaccessibile. Anche questa è una forma di quiete: ridurre l’attrito del mercato, aprire spazi di manovra e redistribuire possibilità.

Il 2026 segnerà anche il suo ritorno live con il tour europeo più esteso degli ultimi dieci anni. Vedremo come il concetto di quiete reagirà alla dimensione dei grandi festival, dall’On The Beach di Brighton al Jazz Open di Modena, passando per Rock Werchter e Mad Cool. È una sfida interessante: portare il minimalismo e l’introspezione in circuiti che oggi dipendono quasi esclusivamente dalla spettacolarizzazione estrema e dai volumi altissimi.

“Future Quiet” propone uno spazio diverso dentro il presente. Viviamo in un sistema che moltiplica costantemente gli stimoli e riduce drasticamente lo spazio di risposta, in cui la forma creativa rischia di essere annullata dalla pressione del contesto. Sono pochi gli artisti che riescono a osservare questa dinamica con tale lucidità e a rispondere non adattandosi, ma invertendo il gesto. “Future Quiet” si colloca esattamente in questo punto di frizione: non è un rifiuto del mondo, ma il tentativo necessario di restituirgli profondità. In un tempo che ci chiede continuamente di essere visti e sentiti, Moby sceglie di lavorare su ciò che resta quando il volume si abbassa.