Una vita passata a intrecciare generi, gesti e intuizioni: la drammaturgia dei suoi set è ancora una scuola per chi cerca il senso profondo del DJing.

Quando penso a Mozart, non penso subito al nome. Penso a quei pomeriggi infiniti passati ad ascoltare nastri insieme ad Antonello P., parlando di musica, di come si ballava, di come si costruiva un’idea di suono che non fosse solo ritmo ma racconto. Quei momenti erano rituali: tutto l’anno, non solo d’estate. Ci si sedeva in macchina, si metteva play e iniziava il viaggio.

Claudio Rispoli, per tutti DJ Mozart, è stato molto più di un DJ. Nato ad Ancona nel 1958 e cresciuto tra Conservatorio e club della Riviera, ha trasformato ogni sua serata in consolle in un’esperienza, una storia in movimento. Arrivò giovanissimo nei club culto della riviera e non solo: dal Paradiso di Rimini al New Jimmy di Riccione, fino alla leggendaria Baia degli Angeli di Gabicce Mare, tempio del suono e laboratorio culturale degli anni ’70 e ’80. Suonò anche al Jackie O di Roma, al Goody Goody di Faenza, al Typhoon di Brescia, al Chicago di Baricella, all’Altro Mondo Studios di Rimini, alla Mecca di Rimini, al Melody Mecca, al Causo e all’After Dark. In tutti questi luoghi non si andava solo per ballare. Si andava per ascoltare, per sentire qualcosa che non si capiva subito, ma che ti restava addosso. Era come entrare in un rito collettivo in cui il tempo, il ritmo e persino il modo di muoversi erano differenti: non una danza frenetica, ma un passo-saltello, un cammino, un modo di muoversi dentro la musica.

Quello che mi ha colpito fin da subito di DJ Mozart, e del movimento musicale di quel periodo, è stata la capacità di costruire i set come vere drammaturgie musicali, fatte pezzo dopo pezzo.

Io li ho sempre immaginati come dischi-mattoncini: ognuno completamente diverso dall’altro, ma incastrato con precisione e visione, così da creare un percorso coerente e sorprendente. Con Antonello, ascoltando quei nastri, commentavamo come brani apparentemente lontani tra loro riuscissero a convivere perfettamente, generando tensione, respiro e continuità nello stesso tempo.

Ricordo ancora un set dell’85 di Mozart. A un certo punto parte “Moments in Love” degli The Art of Noise, suonato a 45 giri. Il pezzo diventa più veloce, più stretto, più nervoso, trasformandosi in qualcosa di completamente nuovo. Allo stesso modo, altri DJ suonavano “Bye Bye Papaye” di Antena facendogli acquistare un’altra energia, un’altra urgenza, semplicemente cambiando la velocità oppure le percussioni fatte con le dita sul disco fermo, quei tocchi che la puntina trasformava in ritmo, un gesto semplice ma straordinario: il giradischi diventava strumento, e la consolle palcoscenico.

Claudio Coccoluto diceva che Mozart e la sua generazione passavano “dai Kraftwerk a James Brown come se niente fosse”. Non era una frase casuale: era una chiave di lettura di un universo dove le categorie musicali si dissolvono, dove tutto è possibile e ogni transizione diventa narrativa, energia e visione.

Mozart non si fermò alla consolle. Negli anni ’90 fu tra i fondatori dei Jestofunk, insieme a Francesco Farias e Blade, mescolando funk, acid jazz e groove elettronico. Prima ancora aveva contribuito come produttore al successo internazionale di “Found Love” dei Double Dee. Questi progetti lo portarono oltre i confini delle piste, ma il cuore di tutto rimaneva la musica come cammino, come gesto creativo, come possibilità di scoprire mondi.

Penso a Mozart come a un punto di riferimento, non a qualcuno che ci ha lasciati: è un arrivederci. La sua musica diventa eredità, un invito per le nuove generazioni a imparare, ascoltare, capire. Chi ama il DJing e chi ama la musica ha davanti una scuola di vita: non solo di tecnicismi, ma di visione, di curiosità, di coraggio creativo.

Mozart non è scomparso nel silenzio. È diventato punto di partenza per chi vuole attraversare il suono, vivere il ritmo e imparare che ogni disco può trasformarsi in viaggio. Non per nostalgia, ma per entusiasmo, scoperta e passione. E questo, più di ogni tributo, è il modo migliore per onorarlo: ascoltare, imparare e camminare.