+ forty one = forty five

Oxia, producer francese di fama internazionale, è il nostro ospite di oggi su Parkett in un’intervista esclusiva.

Oxia è uno di quei nomi che hai per forza incrociato in una playlist di un amante della musica elettronica. Uno che può dire a voce alta di aver lasciato un segno. Un segno indelebile che spesso porta per i più, riduttivamente un nome di una traccia che, almeno una volta passa obbligatoriamente, nelle sue mille vesti, durante una serata: “Domino”.

Domino viene pubblicata da Oxia nel 2006 su un lato del vinile “Speicher 34”, uscito su Kompakt Records. Una traccia techno contaminata dalla trance, che, proprio in quegli anni lì, aveva raggiunto il suo massimo apice come genere musicale, in produzioni decisamente più melodiche.

Il suono giusto al momento perfetto. Istintivo quanto basta, ma perfettamente inserito in quel momento storico. Un successo che Oxia ha spesso definito inaspettato, ma dovuto ad un tempismo musicale, che è roba per pochi eletti. Per chi ha un orecchio allenato .

La rivisitazione più dura di un genere musicale che è ritenuto fondamentale per l’evoluzione della techno a livello globale, ma che è rimasto sempre in secondo piano quanto meno al di fuori dell’Olanda, diventa la chiave vincente di una hit leggendaria che non ha mai perso la sua profondità e potenza sonora nel corso degli anni.

Una produzione geniale si, che può allo stesso tempo rivelarsi un peso da parte di chi l’ha creata. Anche per uno come Oxia.

Insomma, chi facendo il disco della vita non ci prenderebbe gusto. E Oxia ci ha preso decisamente gusto, forse non replicando in termini di popolarità il successo di Domino, ma scrivendo una pagina di tutto rispetto nella storia della musica elettronica.

Con release su Hot Creation, Knee Deep In Sound, Sapiens, Saved e la sua Diversions Music, fondata con l’amico di sempre Nicolas Masseyeff.

Lo scorso 29 ottobre è uscito un EP proprio su Diversions Music del dj Julian Millan. All’interno dell’EP è contenuto il remix di Oxia della traccia omonima al titolo del disco “Kamelhyn”. Oxia, dona alla prima traccia del dj colombiano, una dimensione decisamente più groovy, riducendo il volume dei bassi del brano originale e trasportandolo in una dimensione più leggera e ipnotica.

Il tratto distintivo di Oxia, di cui abbiamo parlato anche nella nostra intervista col producer francese, è reso perfettamente. Oxia gioca con sicurezza ed eleganza su una progressione emozionale più dilatata e naturale, che dona quel tocco di groove essenziale e trascinante.

Un ulteriore esercizio di stile che dimostra ancora una volta quanto il tocco di Oxia sia inconfondibile ed incisivo. 

Ciao. Benvenuto su Parkett, è un piacere averti con noi. Vorrei iniziare dalla città dove sei nato e dove vivi ancora oggi: Grenoble. Un piccolo centro, rispetto alle grandi capitali europee del clubbing. Come è nata la passione per la musica elettronica e quali sono i primi riferimenti musicali e gli eventi in cui sei cresciuto?

Ciao! Grazie, è un piacere anche per me. Sì, infatti, sono nato e vivo ancora a Grenoble in Francia. È una piccola città rispetto ai grandi centri europei, ma mi sento bene qui, perché ho la maggior parte dei miei amici più stretti e della mia famiglia.

La passione per la musica elettronica è nata naturalmente, non è proprio qualcosa che posso spiegare, perché è qualcosa che sento. Avevo una passione per il funk, e facevo un programma radiofonico esclusivamente su quel genere musicale, ma ascoltavo anche molta New Wave, quindi credo che il passo logico successivo sia stata la musica elettronica, unendo l’energia di questi due stili. È iniziata con le prime tracce House, e artisti come Marshall Jefferson, Todd Terry, poi nei primi anni ’90, la techno di Detroit. Successivamente mi sono avvicinato ad artisti europei come Slam, Dave Clarke, Laurent Garnier. E per quanto riguarda le feste, c’erano ovviamente i primi rave, ma anche le prime feste di musica elettronica nei club nel 1993-94. È in questo periodo che ho sono diventato un dj resident in un club della mia città.

La tua musica ha sempre cavalcato il confine tra techno e house, senza mai definirsi chiaramente. Ma se dovessi guardare indietro a ciò che ti ha influenzato di più nelle tue produzioni o ancora meglio nella tua evoluzione sonora, cosa sceglieresti?

Sì, è vero che ho sempre navigato tra stili diversi, più house, techno o più melodici. Probabilmente deriva dalle mie influenze. Mi piacciono molte cose diverse nella musica elettronica, quindi è lo stesso quando produco. Difficile dire cosa mi abbia influenzato di più, ho sempre fatto quello che volevo fare in quel momento, anche se era diverso da quello che avevo fatto prima. Non ci penso davvero ad essere sincero, faccio quello che sento in quel momento. Con il senno di poi, i brani di cui vado più orgoglioso sono sicuramente quelli più melodici, sono quelli che sicuramente verranno ricordati di più negli anni.

Vivi nella scena elettronica dalla fine degli anni ’90. Hai quindi visto l’elettronica evolversi in numerosi aspetti dall’approccio tecnologico al pubblico che si è ampliato enormemente rispetto all’inizio. In un’intervista che hai rilasciato qualche tempo fa, hai affermato che non apprezzi troppo le persone che dicono che le cose erano migliori prima. In che modo trovi che la scena abbia fatto progressi e quali sono gli aspetti, chiaramente se ce ne sono, che ti mancano dei primi tempi?

Si certamente. Il mondo dell’elettronica si è evoluto molto negli anni, si è sviluppato ed ha attratto sempre più persone, sia in termini di pubblico che in termini di coloro che hanno iniziato a produrre, o che hanno iniziato a fare i dj. Non ricordo di aver detto che non mi piacciono le persone che dicono che era meglio prima, ma spesso dico che di non aver mai detto qualcosa (risata). Posso affermare che era diverso, anche se probabilmente ci sono aspetti che erano migliori ed altri che erano peggiori. Ogni epoca è diversa. Ho vissuto fin dall’inizio l’era della musica elettronica, quindi ovviamente era diverso il mondo rispetto a quello in cui viviamo oggi, a quel tempo era l’avvento di una cultura così nuova.

Ci sono molte cose che sono progredite, specialmente nella tecnologia. È diventato sempre più facile fare musica, e questa è un passo in avanti. Le cose meno positive, credo, siano che i social hanno preso un po’ troppo il sopravvento, anche se per certi aspetti hanno una funzione positiva. I social media hanno permesso a molti artisti di mostrare la loro arte, ma negli ultimi anni sembra che l’immagine sia più importante della musica per alcune persone, e penso che sia un po’ un peccato.

Il tuo lavoro non ha mai voluto identificarsi troppo in un genere. L’impressione è che il tuo flusso creativo sia libero da preconcetti o identità di genere, ma cavalchi più delle correnti musicali, degli stati d’animo. Ma c’è un “fil rouge” tecnico o concettuale che lega tutte le produzioni di Oxia?

Questo riassume ciò che ho detto nella seconda domanda. È vero che mi piace fare cose diverse, non restare bloccato in una direzione, anche se a volte potrebbe destabilizzare la mia identità. Non c’è necessariamente un filo conduttore, faccio solo quello che sento. Anche se a volte cerco di prendere un piccolo riferimento dalle mie tracce precedenti.

Un aspetto che è molto apprezzato nelle tue tracce è come esprimi il concetto di progressione. Nelle tue tracce il punto emotivo più alto non viene mai riprodotto sulle frequenze. La progressione è giocata su un’espansione sonora che rappresenta, a mio avviso, il tuo marchio di fabbrica. Sei d’accordo e quali sono gli strumenti con cui crei alcuni elementi che rappresentano la tua identità musicale?

Non ci ho mai pensato davvero. Mi piace quando tutti esprimono un’idea personale della mia musica. Ma forse hai ragione, questo è il punto in comune tra la maggior parte delle mie tracce. Per quanto riguarda gli strumenti, io non uso necessariamente sempre gli stessi, dipende da cosa sto cercando quando inizio una traccia, e si evolve, perché scopriamo regolarmente nuovi suoni, e anche a me piace variare.

La tua uscita “Shadows” su All Day I Dream di Lee Buddrige è una traccia a sé stante che gioca sulla profondità sonora. Perché hai deciso di pubblicarla su un’altra etichetta e non sulla tua?

Quando abbiamo finito questa traccia con il mio vecchio amico Yannick Baudino, abbiamo subito pensato a All Day I Dream, perché pensavamo che si adattasse davvero all’etichetta. È una label che apprezzo particolarmente, anche se non è necessariamente quella a cui attingo maggiormente per i miei set.

Abbiamo inviato due tracce in quello stile e Lee ha suggerito di pubblicare “Shadows” nella compilation estiva e di tenere l’altra traccia per un progetto successivo. Quindi abbiamo accettato, sapendo che non è proprio lo stile che vogliamo pubblicare sulla nostra etichetta Diversions Music, anche se siamo molto aperti con il mio partner Nicolas Masseyeff. Ma era molto più adatta in questo caso per ADID.

“Domino” è sicuramente diventato un simbolo suonato, e risuonato, remixato da molti artisti. Fare un successo ha chiaramente dei pro e dei contro. Quello di aver creato un successo indimenticabile per cui rimanere immortali e allo stesso tempo il peso delle aspettative che un artista crea e la difficoltà di replicare una canzone con un tale impatto. Quale delle due facce della medaglia ha influenzato di più il tuo percorso?

È vero che produrre un brano che diventi un successo come Domino, può avere due aspetti. In un certo senso è davvero bello perché pensi di lasciare una traccia nella scena della musica elettronica e di aver fatto una traccia che tutti conoscono. Ma in un altro modo, a volte mi sembra che le persone abbiano messo da parte il resto della mia discografia e siano concentrati solo su quella traccia. Questo mette pressione, perché le persone si aspettano che tu faccia meglio e anche dopo, il che non è necessariamente ovvio. Quindi penso che entrambi gli aspetti abbiano influenzato il mio percorso.

Gestisci la tua etichetta “Diversions” con il tuo amico di lunga data Nicolas Masseyeff. Qual è la direzione che vuole seguire la tua etichetta ed è difficile per te decidere una linea di musica definita e coerente dovendo unire due teste?

Io e Nicolas ci conosciamo da tanto tempo e siamo molto legati, quindi non è difficile lavorare insieme, anche se a volte abbiamo opinioni diverse. Quindi o uno cerca di convincere l’altro, o uno dei due lascia perdere. Ci siamo detti fin dall’inizio che dovevamo metterci d’accordo entrambi sulle uscite e sulla direzione artistica dell’etichetta. Nicolas è come me, gli piacciono molte cose diverse nella musica elettronica, e abbiamo lo stesso stato d’animo e la volontà di pubblicare tracce diverse, il fattore principale per una traccia è che ci deve convincere. Quindi pubblichiamo roba melodica così come roba groovy, o più techno. E la diversificazione stilistica può continuare ad accrescere nel tempo. La prossima uscita sarà il 10 dicembre, ed è una mia traccia in uno stile piuttosto “groovy techno”, con due remix — uno di Dense & Pika e il secondo di Matt Sassari.

Riguardo alla tua ultima uscita di remix del 29 ottobre: ​​com’è stato l’approccio e la proposta di remixare una traccia di Julian Millan? Com’è avvenuto il processo di lavoro sul remix? Cosa, secondo te, dovrebbe aspettarsi un ascoltatore da questo remix e cosa volevi condividere e comunicare?

All’inizio volevo solo fare una modifica, mescolando le parti in modo leggermente diverso rispetto all’originale. Ma alla fine ho cambiato il ritmo, messo in evidenza alcuni suoni, ne ho aggiunti  di nuovi. Così si è trasformato in un vero e proprio remix, diverso dall’originale. Questo remix è un’altra interpretazione dell’originale, con il mio tocco personale, e tutti possono interpretarlo a seconda del proprio personalissimo stato d’animo.

I tuoi set sono molto vari e ricchi di suggestioni e generi musicali diversi. Come costruisci di solito il tuo dj set?

È vero che mi piace anche suonare cose diverse. Dipende dalle feste in cui suono. I miei set possono essere diversi a seconda del luogo, se si tratta di un piccolo club, un festival o una grande venue. Ma è sempre una sensazione. Non mi preparo mai veramente, anche se spesso ho una piccola idea a seconda di dove andrò a suonare. Penso che sia molto più eccitante non sapere cosa accadrà in anticipo. Ed è bello poter sorprendere le persone.

La pandemia è stata come sappiamo da molti artisti un momento per dedicarsi al lavoro in studio e avere più tempo per concentrarsi sulla produzione. Quale reputi sia stata la lezione più importante che hai imparato in questo periodo di lontananza dai club e, più in generale, quali sono gli spunti che lo stop forzato ha dato alla scena elettronica per migliorarsi?

Sì è vero che è stata l’occasione per lavorare di più in studio, inoltre ho iniziato a lavorare su un nuovo album, ma c’è ancora molto da fare prima che sia finito. Anche se non è stata una grande scoperta per me, questo periodo ha confermato il fatto che senza pubblico non siamo molto, e che la nostra musica è fatta per essere condivisa anche davanti al pubblico, per sentire l’energia. Mi è mancata molto. E non so davvero cosa abbia dato l’arresto forzato idealmente per arricchire la scena. Non ho l’impressione che ci siano davvero novità da quando c’è stata la ripartenza, a dire il vero.

Ultima domanda. Abbiamo letto che stai iniziando a lavorare su un nuovo album. Hai già un’idea della data di uscita e cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo lavoro?

Sì, ho iniziato a lavorare su un nuovo album, ma come ho detto, c’è ancora molto lavoro, avendo in questo tempo dedicato del tempo ad altri progetti contemporaneamente. Quindi per il momento è difficile dire quando uscirà. Sarà un album con molte tracce melodiche e nel complesso non necessariamente dancefloor, ma può ancora evolversi musicalmente.

 

ENGLISH 

Hello. Welcome to Parkett, it’s a pleasure to have you with us. I would like to start from the city where you were born and where you still live today: Grenoble. A small center, compared to the great European clubbing capitals. How was the passion for electronic music born and what are the first references and parties in which you grew up?

Hello, thank you, it’s a pleasure for me too. Yes indeed, I was born and I still live in Grenoble in France. It’s a small city compared to the big European cities, but I feel good here, as I have most of my close friends and family here.The passion for electronic music came naturally, it’s not really something I can explain, because it’s something I feel. I had a passion for funk, and I used to do a radio show exclusively with that style, but I also listened to a lot of New Wave too, so I guess the next logical step was electronic music, combining the energy of these two musical styles. It started with the first House tracks, and artists like Marshall Jefferson, Todd Terry… then in the early 90s, Detroit techno. Then European artists like Slam, Dave Clarke, Laurent Garnier… And as far as parties are concerned, it was of course the first raves, but also the first electronic music parties in clubs in 1993 – 94. It’s around this time that I became a resident DJ in a club in my city.

Your music has always ridden between techno and house, without ever defining itself clearly. But if you had to look back at what influenced you the most in your productions or even better in your sound evolution, what would you choose?

Yes it’s true that I’ve always navigated between different styles, either more house, techno, or more melodic. It probably comes from my influences — I like a lot of different things in electronic music, so it’s the same when I produce. It’s hard to say what has influenced me the most, I always did what I wanted to do at the time, even if it was different from what I had done before. I don’t really think about it to be honest, I do what I feel at the time. With hindsight, the tracks I’m most proud of are certainly the ones that are the most melodic, they’re the ones that will surely be remembered the most over the years.

 

You’ve been living in the electronic scene since the late ’90s. You’ve therefore seen electronics evolve in numerous aspects from the technological approach to the public that has expanded enormously since the beginning. In an interview you gave a while ago, you stated that you don’t appreciate too much people who say things were better before. In what way do you find that the scene has made progress and what are the aspects, clearly if there are any, that you miss from the beginnings?

Yes indeed. It has evolved a lot over the years, it has developed a lot and attracted more and more people, both in terms of the public and in terms of those who have started to produce, or who have started to DJ.

I don’t remember saying that I don’t like people who say that it was better before, but I often say that I never say that! I say it was different, even though there are probably things that were better and things that were worse. Every era is different. I lived through the very beginning of electronic music, so of course it was different from what we live in now, at that time it was so new.

There are a lot of things that have progressed, especially in technology. It has become easier and easier to make music, and that’s a good thing. The less positive things, I think, are that social networks have taken over a bit too much, even if they are a good thing in some aspects. Social media has allowed a lot of artists to showcase their art, but in the last few years it seems that image is more important than music for some people, and I think that’s a bit of a shame.

Your work has never wanted to identify too much in one genre. The impression is that your creative flow is free from preconceptions or gender identity, but rides more than musical currents, moods. But is there a technical or conceptual “fil rouge” that binds all your productions?

 

This resumes what I said in the second question. It’s true that I like to do different things, not to stay locked in one style, even if sometimes it could destabilize my identity. There’s not necessarily a common thread, I just do what I feel. Even if I sometimes try to take a little reference from my previous tracks…

One aspect that is well appreciated in your tracks is how you express the concept of progression. In your tracks the highest emotional point is never played on the frequencies. The progression is played on a sonic expansion that represents, in my view, your trademark. Do you agree and what are the instruments with which you create certain elements that represent your musical identity?

 

I never really thought about it. I like it when everyone has a feeling about my music. But maybe you’re right, that’s the common point between most of my tracks. As for the instruments, I don’t necessarily use the same ones all the time, it depends on what I’m going for when I start a track, and it evolves, because we regularly discover new sounds, and I like to change too

Your release “Shadows” on Lee Buddrige’s All Day I Dream is a track of its own that plays on sonic depth. Why did you decide to release it on another label and not yours?

When we finished this track with my old friend Yannick Baudino, we immediately thought of All Day I Dream, as we thought it really fit the label. It’s a label I really like, even if it’s not necessarily what I play most of the time in my sets.

We sent in two tracks in that style, and Lee suggested we release ‘Shadows’ on the summer compilation and keep the other track for another project. So we accepted, knowing that it’s not really the style we want to release on our label Diversions Music, even if we are very open with my partner Nicolas Masseyeff.  But it was a much better fit for ADID.

“Domino” has certainly become a symbol played, and resonated, remixed by many artists. Making a hit clearly has pros and cons: That of having created an unforgettable success for which to remain immortal and at the same time the weight of the expectations that an artist creates and the difficulty of recreating a song with such an impact. Which of the two faces of mediation influenced your path the most?

 

It’s true that creating such a track that becomes a hit like Domino, can have two aspects. In a way it’s really good because you think you’re leaving a trace in the electronic music scene and that you made a track that everybody knows… But in another way, sometimes I feel like people have kind of put aside the rest of my discography and are only focused on this track. And it does put pressure, because people expect you to do better and as well afterwards, which is not necessarily obvious. So I think both aspects have influenced my path.

You manage your “Diversions” label with your longtime friend Nicolas Masseyeff. What is the direction that your label wants to pursue and is it difficult for you to decide a clear line of music being two?

Nicolas and I have known each other for so long and we are very close, so it’s not difficult to work together, even if we sometimes have different opinions. So either one tries to convince the other, or we let it go. We told ourselves from the beginning that we both had to agree on the releases and the artistic direction of the label. Nicolas is like me, he likes a lot of different things in electronic music, and we have the same state of mind and the will to release different things, the main thing is that we like it. So we release melodic stuff as well as groovy stuff, or more techno… And it can continue to evolve over time. The next release will be on December 10th, and it’s a track from myself in a rather “groovy techno” style, with two remixes — one by Dense & Pika and the second one by Matt Sassari.

About your latest remix release on 29th October: how has been the approach and proposal to remix a Julian Millan track? How the remixing process? What, in your opinion, a listener should expect listening to this remix and what did you want to share and communicate via this remix?

At first I just wanted to do an edit, mixing the parts a bit differently than on the original. But I finally changed the beat, highlighted some sounds, added some others… So it turned into a real remix, different from the original. This remix is another interpretation of the original, with my own touch, and everyone can receive it the way they feel.

Your sets are very varied and full of different suggestions and musical genres. How do you usually build your DJ set?

It’s true that I also like to play different things. It depends on the parties I play in. My sets can be different depending on the place, if it’s a small club, a festival, a big venue… But it’s always by feel. I never really prepare, even if I often have a little idea depending on where I’m playing. I think it’s much more exciting not to know what’s going to happen beforehand. And it’s cool to be able to surprise people.

The pandemic was as we know from many artists a time to devote themselves to studio work and have more time to concentrate on production. What is the most important lesson you have learned in this period of being away from the clubs and more generally what are the ideas that the forced stop has given to the electronic scene in order to improve itself?

Yes it’s true that it was the occasion to work more in studio, besides I started to work on a new album, but there is still a lot of work before it is finished .Even if it was not a big surprise for me, this period confirmed the fact that without the public we are not much, and that our music is made to be shared also in front of the public, to feel the energy…I missed it a lot. And I don’t really know what the forced stop gave as an idea to improve the scene. I don’t have the impression that there are really new things since it started again, to be honest.

Last question. We read that you are starting to work on a new album. Do you already have an idea of ​​the release date and what should we expect from this new job?

Yes I have started working on a new album, but as I say, there is still a lot of work, knowing that I have been working on other projects at the same time. So for the moment it’s hard to say when it will be released. It will be an album with a lot of melodic tracks and and overall not necessarily dance floor, but it can still evolve.