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Paul Kalkbrenner, icona made in Berlin e simbolo della scena elettronica globale, compie oggi 43 anni.

In Germania, l’interesse e la diffusione della scena techno e house nascono a metà degli anni ’80. La musica elettronica da oltreoceano era sbarcata a Berlino Ovest, figlia della cultura occidentale che, sempre più, assorbiva la popolazione berlinese.

Quando il 9 novembre del 1989 cade il muro di Berlino, la Germania inizia a costruire il proprio futuro. Un futuro dove l’indipendenza è la parola d’ordine, dove il rifiuto degli ideali comunisti diventa la spinta per creare una rivoluzione epocale. Dove Berlino Ovest e Berlino Est smettono di esistere in nome della libertà.

Da lì nasce il detto che chi cerca la libertà, la trova a Berlino. E sarebbe imprescindibile decontestualizzare Paul Kalkbrenner da questo, dalla storia di Berlino. Altresì, sarebbe facile dire che Berlino non può fare a meno di figure come Paul. Non è solo musica, è storia di una rivoluzione culturale con radici profonde.

Tanto che per i 25 anni dalla caduta del Muro, sotto la porta di Brandeburgo, dopo l’esibizione di Peter Gabriel, davanti ad una commossa Angela Merkel, suona Paul Kalkbrenner. Non un dj, molto di più. Parte della cultura tedesca, parte di una ricerca di un’identità che nella musica trova le risposte che cerca.

Paul Kalkbrenner nasce a Lipsia, la stessa città di Richard Wagner (non è un caso citarlo vista la passione di Paul per la musica classica), nel 1977. Dopo pochi anni si trasferisce con la famiglia nel quartiere di Lichtenberg, a Berlino Est. In casa Kalkbrenner si respirano giornalismo e interesse politico, con i genitori entrambi impegnati in ambito civile e letterario.

Quando il muro cade, Paul ha solo dodici anni ma ha già iniziato ad ascoltare musica elettronica. Forse non per reale interesse, ma per spirito sovversivo. Per criptare il segnale delle radio di Berlino est, la parte occidentale manda in onda mixtape dei dj americani ed il giovane Paul è uno dei più assidui ascoltatori.

Ma Paul capisce quasi subito che quello che ama fare non è mixare, ma creare. Lo fa con un metodo rude e sperimentale, quello che negli anni non ha mai abbandonato. Registrare su cassette DAT tracce prodotte con sintetizzatori e tastiere analogiche. Un suono onesto, reale.

Inizia così, dopo aver abbandonato il lavoro in regia trovatogli dai genitori, a suonare per i club culto di Berlino fin dalla metà degli anni ’90.

A fine anni ’90 arriva lo sbarco su BPitch Control, l’etichetta fondata da Ellen Allien, per cui Kalkbrenner nel 1999 pubblica l’EP “Friedrichshain“, il suo distretto di residenza e il luogo in cui hanno origine la sua ribellione sociale e l’anarchia creativa. La pubblicazione avviene sotto l’alias Paul dB+, “impiegato” per quattro EP tra il 1999 e il 2000.

Seguono i suoi primi due album, “Superimpose” e “Zeit“. Ma il primo piccolo capolavoro di Paul è il terzo album “Self, un nuovo capitolo nella storia musicale di Paul, che è a suo modo precursore di una nuova maniera di fare techno, di un sound che non assorbe tendenze e mode ma nasce da sé, si autoproclama.

Progenitore dell’evoluzione successiva di Kalkbrenner, “Self” rappresenta la parte melodica e malinconica di Berlino. Musica che nasce dalla pista, ma si presta facilmente all’ascolto solitario. Un anno dopo viene pubblicata “Gebrünn Gebrünn“, dall’EP “Tatü-Tata”, che rafforza ulteriormente la nuova idea di elettronica di Paul.

Ma è nel 2006 che avviene, forse, l’incontro più importante per la carriera di Kalkbrenner. Il regista Hannes Stöhr decide di lanciarsi nella produzione di una pellicola che racconti l’importanza del mondo techno nella capitale tedesca.

Inizialmente chiede a Paul di curare la colonna sonora del film, ma presto si rende conto che il producer è la persona perfetta per interpretare il ruolo di DJ Ikarus nell’iconico Berlin Calling. Così, dopo aver trascorso sei mesi in Provenza insieme al fedele compagno Sasha Funke per produrre le tracce della colonna sonora, Paul interpreta il protagonista di un film  diventato presto un vero e proprio culto per intere generazioni.

Berlin Calling rappresenta non solo l’ascesa della cultura techno, ma un mondo nuovo. Lo smarrimento in cui il protagonista viene pienamente inghiottito tra party a base di sostanze stupefacenti e ospedali psichiatrici, è il ritratto di un uomo instabile, che come unica salvezza ha la propria passione.

Inutile dire che la colonna sonora diventa un enorme successo, perché non è semplice techno. La voce del fratello Fritz in “Sky and Sand” diventa il leitmotiv di migliaia e migliaia di set negli anni a venire. Il disco fa numeri incredibili, rimanendo per ben 129 settimane nella classifica dei singoli più venduti in Germania. Impresa tutt’oggi mai riuscita a nessun altro.

Con il successo planetario di Berlin Calling Paul esce dal personaggio del disc jockey per diventare la prima e vera star del mondo techno.

Ma Paul non perde mai sé stesso in nome delle logiche del mercato perché fondamentalmente il successo è quello che desidera. Spesso negli anni si è persino scagliato contro chi, in nome dell’underground, ha rifiutato grandi palchi e logiche commerciali.

Ma il suo più grande merito è proprio questo. La sua unicità, la sua particolarità nella produzione e nei dj set, rigorosamente live e totalmente privi di mix o tracce altrui, diventa un affare popolare, amato da tutti e che mai tradisce il proprio marchio di fabbrica.

Si, Paul non si adatta a mode, stili, tendenze. Ha il merito di essere sempre sé stesso. Di suonare dalle grandi platee di festival commerciali come Tomorrowland ai piccoli club di Berlino non venendo mai meno a sé stesso. A volte piacendosi di più, a volte meno, ma con l’intento di seguire sempre la propria strada.

Nonostante la separazione da BPitch nel 2009 e la successiva pubblicazione di “Icke Wieder” nel 2011, “Guten Tag” nel 2012 e “X” nel 2014, album poco pubblicizzati e che raccontano di un Paul più intimo e più cupo, Kalkbrenner è sempre più osannato e popolare.

Arriva così il contratto con la major giapponese Sony Music, con cui pubblica il suo ritorno ufficiale. Il processo produttivo di “7” è solitario, non tradisce la sua alienazione da tutto il resto nella sua fase creativa, ma risente della pressione che produrre per una grossa etichetta discografica comporta.

7” è un disco più pop, lo sono hit come “Feed you Head” o “Cloudrider“. Nel 2016 il 7 tour riporta Paul a suonare live per tutto il mondo, trasportandolo in una dimensione ancor più da star. Ma non è il vero Kalkbrenner, quel ragazzo cresciuto a Berlino con il taglio dritto e un suono rude nel DNA.

Ed è per questo che qualche anno dopo inizia l’operazione di “Back to the Future“. Quest’ultimo lavoro è, infatti, una raccolta del periodo d’oro della techno che va dal 1987 al 1993. La raccolta non è un’operazione commerciale, ma l’espressione della volontà di dare visibilità a quella che per Paul rappresenta la vera techno.

Se “Back to the Future” è un modo di ripercorrere le proprie influenze musicali, arriva il momento del secondo disco per Sony, in cui Paul torna in un certo senso alle origini. Se “7” aveva ceduto a un’etica pop, “Parts of Life” diventa un viaggio musicale, in pieno stile Kalkbrenner.

Il disco è composto da tracce che non hanno, volutamente, un titolo. “Parts of Life” è un flusso di coscienza in cui ogni parte è inserita secondo un ordine preciso, che porta l’ascoltatore a riscoprire il vecchio suono di Berlino. Infatti il disco riprende alcuni suoni campionati da Kalkbrenner negli anni ’90.

Il nuovo lavoro discografico risente della riscoperta avvenuta precedentemente. Il disco è pensato, preciso, ogni traccia ha uno svolgimento ed un compimento, ripulendosi di tutti quegli ornamenti inutili.Un disco dichiaratamente curato, di ricerca, fatto da una popstar, non “da popstar“.

Se con il singolo “No Goodbye“, uscito lo scorso ottobre, vi era una strizzata d’occhio ad un mood più commerciale, l’ultimo EP “Speak up“, uscito lo scorso 5 giugno, riassume le varie anime di Paul, con tracce tra loro distinte e che riflettono tutto il percorso del disc jockey tedesco.

Ma nonostante le differenti versioni che si sono alternate in questi anni, la vera originalità di Kalkbrenner non è mai stata toccata. Ogni progetto, ogni live ha conservato i suoi intenti, non rinnegando le origini ma adattandosi ad una nuova dimensione di ridondanza del proprio lavoro.

C’è sempre Berlino nel DNA di Paul Kalkbrenner.

Immagine frontespizio: Photo by Pola Sieverding 
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