Dal 30 aprile al 2 agosto Brian Eno arriva a Parma con un progetto diffuso che ha il passo lungo delle cose pensate nel tempo.

SEED e My Light Years attraversano due luoghi simbolo della città, il Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio, restituendoli alla comunità attraverso un’operazione che è insieme culturale e politica.

A quattro anni dall’ultima creazione italiana e dopo il Leone d’Oro alla carriera ricevuto da La Biennale di Venezia nel 2023, Eno torna in Italia con un’idea precisa: l’arte come processo generativo. Non un oggetto concluso, ma un sistema vivo.

Seed: camminare dentro il suono

Nel cuore dei Giardini di San Paolo prende forma “Installation for Giardini di San Paolo”, creata da Eno insieme a Ece Temelkuran, scrittrice e pensatrice turca che da anni indaga il confine sottile tra personale e politico. La collaborazione non è ornamentale, ma strutturale: SEED è un lavoro che parla di tempo, paesaggio, responsabilità collettiva.

Su un’area di 8.000 metri quadrati si diffondono molteplici tracce di musica generativa. Nessuna è identica all’altra. Non esiste un centro, non esiste una direzione obbligata. È il visitatore a comporre la propria colonna sonora, semplicemente muovendosi. Il corpo diventa mixer, il passo diventa montaggio.

Eno lo spiega con un’immagine semplice: fare arte è come fare giardinaggio. Si piantano semi e si osserva cosa accade. L’opera non è mai finita, cambia ogni volta che la si attraversa. E proprio l’esperienza vissuta nei giardini verrà registrata in field recording e impressa su un vinile in copia unica, curato dallo stesso artista, destinato alla collezione permanente della Casa del Suono. Un gesto che trasforma l’ascolto in memoria tangibile.

SEED è anche un progetto istituzionale forte: primo classificato al bando PAC2025 del Ministero della Cultura, nasce dentro una visione che mette al centro la riattivazione del patrimonio storico attraverso il linguaggio contemporaneo.

My Light Years: attraversare la luce

Mentre SEED si fa attraversare da un aspetto identitario di un seme, My Light Years prende le sembianze di una costellazione. Negli spazi monumentali della Crociera dell’Ospedale Vecchio viene presentata per la prima volta in modo ampio e analitico la collezione più completa delle installazioni audiovisive di Eno. Un percorso che chiede tempo e chilometri, spogliandosi delle classiche vesti di mostra da attraversare in fretta, e acquisendo quelle di paesaggio da abitare.

Tra i lavori chiave, 77 Million Paintings e Face to Face. La prima è quella che Eno definisce “musica visiva”: combinazioni di immagini e suoni che si trasformano lentamente, senza mai ripetersi. La seconda genera nuovi volti a partire da diciotto fotografie reali, mutando pixel dopo pixel fino a produrre oltre 170.000 identità possibili. Un atlante umano sospeso tra algoritmo e carne.

La produzione e la curatela del progetto portano la firma di Alessandro Albertini, produttore indipendente con una lunga traiettoria tra musica elettronica e arti audiovisive. Non è un nome casuale: negli anni ha lavorato con Ryuichi Sakamoto, Alva Noto, Christian Fennesz, Robert Henke, fino a curare progetti monumentali come Kraftwerk 3D e Brian Eno × Trentino. Qui la sua esperienza si misura con un’architettura che non è contenitore neutro, ma organismo.

Parma come dispositivo culturale

Entrambi i progetti sono promossi dal Comune di Parma, con il sostegno di Fondazione Cariparma per My Light Years. Ma oltre alle dichiarazioni istituzionali, ciò che resta è un dato: due luoghi storici tornano a vivere attraverso un linguaggio che non vuole sovrastarli, ma ascoltarli e farli risuonare.

E forse è questo il punto più interessante: in un’epoca che consuma immagini alla velocità dello scroll, Parma sceglie un artista che lavora sull’attesa, sulla lentezza, sulla possibilità che qualcosa cambi sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo subito. Un giardino sonoro che muta, una luce che respira. Un’opera che non finisce mai, perché finisce solo quando smettiamo di camminarci dentro.