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Tra gli aspetti più inediti e per certi versi sorprendenti della transizione che stiamo attraversando c’è senz’altro una ricombinazione delle scelte di alcuni artisti che hanno deciso di reinventarsi partendo dalle proprie passioni musicali.

Tale risposta all’iniziale spaesamento dovuto alla distanza forzata dalle scene ha comportato una rinnovata originalità della produzione musicale in ambito elettronico, soprattutto in termini di unicità e selezione delle proposte. 

Tra i produttori attivi in questa direzione, Jeff Mills nel corso degli ultimi anni ha riaffermato la propria volontà di proseguire verso nuovi percorsi sonori da esplorare, tra i quali il jazz.

Jeff Mills

Non sarebbe agevole riepilogare la vasta produzione musicale di un artista che continua ad approfondire il rapporto tra uomo e macchine: Jeff Mills ha immaginato il concetto di afro futurismo prima ancora che venisse codificato, esplorando secondo la sua innata sensibilità le molteplici opportunità dell’elettronica sulla scorta dello studio e della dichiarata passione per la musica dei Kraftwerk.

Il tributo alla letteratura e ai grandi film di fantascienza, l’attenzione dichiarata verso l’evoluzione tecnologica, sono soltanto alcuni degli impulsi che hanno reso lo stile musicale di “The Wizard” permeabile ed esperienze, stimoli e contaminazioni oltre i confini della techno non solo nelle uscite discografiche, ma anche riguardo alle performance in formato cinemix, installazioni multimediali, eventi speciali come i concerti con orchestre e diverse sonorizzazioni, prima fra tutto il tributo a Metropolis di Fritz Lang, che non sono soltanto il risultato di convergenze astrali bensì di un particolare angolo di visuale della sua mappa astrale.

Tuttavia, se il suo ruolo di fondatore del movimento techno di Detroit è noto e quella della sua produzione legata alla fantascienza è ormai consolidata, in pochi si aspettavano una svolta che ha portato Mills a misurarsi in un genere finora rimasto in penombra nel suo radar stilistico: quello del jazz.

Le recenti produzioni con il suo quartetto degli Spiral Deluxe e l’album con il tastierista Jean-Phi Dary hanno rotto un’ulteriore breccia lasciando fluire l’incontenibile creatività di Jeff Mills in ambiti diversi ma paralleli a quelli sviluppati con l’amico Tony Allen, il leggendario batterista afrobeat scomparso esattamente un anno fa e culminato nell’album “Tomorrow Comes The Harvest” pubblicato tre anni fa per l’etichetta Blue Note.

In realtà, sebbene da alcuni sia stata definita una svolta musicale tutto sommata secondaria per riempire questo prolungato periodo di assenza forzata dalla scene, l’apertura al jazz da parte di Jeff Mills è in realtà il punto di arrivo di un percorso di  consapevolezza che l’artista ha riproposto nell’arco della sua lunga carriera; ne è la riprova il recente annuncio con il quale la Axis ha intrapreso, dopo ormai quasi 30 anni di attività, l’espansione del proprio roster musicale aprendo ad altri generi non elettronici, tra i quali proprio il jazz.

Per comprendere questa che da alcuni è stata accolta come una svolta inattesa, bisogna ripartire dalla Detroit della seconda metà degli anni ’80 quando, dopo essersi affermato come DJ nella storica residenza presso il Nectarine Club con l’amico Tim Baker (recentemente scomparso), Jeff Mills insieme a “Mad” Mike Banks fonda il collettivo Underground Resistance: le prime release targate UR si caratterizzavano per un’impronta radicale di contrapposizione all’establishment discografico e, più in generale, al sistema economico dominante, erede del taylorismo industriale, che tendeva a reprimere le istanze delle fascia media operaia afro-americana; pattern ritmici hardcore che volevano rappresentare un messaggio di resistenza contro i rischi della commercializzazione della techno e allo stesso tempo un richiamo all’idea stessa di comunità e di lotta sociale per le nuove generazioni di afro-americani a Detroit.

Jeff Mills lasciò relativamente presto l’esperienza di Underground Resistance per intraprendere la sua ormai trentennale carriera solista; i suoi nuovi progetti che spaziano fino a ricomprendere il jazz trovano nella Axis il giusto contenitore in grado di riflettere le idee del suo fondatore.

Per contestualizzare l’attitudine jazz di Jeff Mills, bisognerebbe partire dal presupposto che Detroit era già considerata, prima dell’avvento della club culture, la città del ritmo.

Un ritmo, quello nato e cresciuto a Detroit, che affonda le proprie radici nella cultura afroamericana ma che deve il suo sviluppo al particolare contesto sociale dove confluivano lo spirito vitale di una giovane working class, la forte impronta verso la didattica musicale delle scuole locali, la rivoluzione fordista che negli anni’50 e ’60 diede alla città il nome di Motor City; esperienze che hanno come tratto distintivo proprio il ritmo, la sua presenza costante ed evoluzione che ha fatto da linea guida ad una scena musicale collettiva che si continua a tramandare.

E’ proprio a Detroit, infatti, che nasce e resiste fino ai primissimi anni ‘70 la Motown, forse la label interprete del ritmo per eccellenza, il cui nome deriva proprio dal richiamo alla vocazione motoristica della città.

Ed è sempre a Detroit che, dalle ceneri della straordinaria esperienza della Motown e alla diaspora degli artisti che ve ne facevano capo, causata dall’improvvisa decisione di Berry Gordy di spostare il quartier generale della label a Los Angeles per inseguire nuovi suoni da lanciare sul mercato, nacquero esperienze antesignane per certi versi della proto techno detroitiana, sempre e comunque caratterizzate dalle linee guida del ritmo, come il p-funk dei Parliament Funkadelic di George Clinton, collettivo in cui militava oltre ad giovanissimo vocalist di nome Amp Fiddler anche un polistrumentista con la passione dei synth di nome Mike Banks.

Mad Mike ha sempre fatto del radicamento nella scena musicale locale un punto di forza delle sue idee di resistenza militante che l’hanno portato a immaginare il collettivo UR e a posizionarlo proprio come nuovo avamposto del suono di Detroit, rivendicando l’attaccamento al proprio territorio come punto di partenza fondamentale per la costruzione di una comunità e di rete di riconoscimento delle istanze sociali di quegli anni; motivo per il quale sin dall’inizio esortò giovani DJ e producer, tra i quali lo stesso Mills, a ridisegnare le coordinate della mappa musicale della loro città.

Così come il soul, l’r’n’b, e la funk psichedelica anche il jazz, che abitualmente viene collocato a erroneamente soltanto a New York, faceva parte integrante del substrato ritmico di Detroit e la sua vocazione di musica rivoluzionaria in quanto afroamericana e collettiva rappresenta una delle chiavi di lettura di un progetto corale quale è stato il già citato Underground Resistance.

I musicisti che hanno fatto la storia del jazz che, all’apice della loro carriera, si sono riuniti e ritrovati a New York avevano una provenienza diversa e avevano caratteristiche diverse in base al loro territorio di nascita: linguaggio musicale, fraseggio, stile.
Dalla conoscenza degli standard tipica dei musicisti di Philadelphia allo sviluppo del free jazz che vede in Chicago una delle sue culle, a Detroit, invece, soprattutto i contrabbassisti hanno trovato un loro centro gravitazionale: tra questi Charles Mingus, Ron Carter, Paul Chambers, solo per citarne alcuni.

Per ricostruire la storia musicale di Detroit una lettura da cerchiare in rosso è “Before Motown”, il primo libro sulla storia del jazz a Detroit.
Scritto dai giornalisti Lars Bjorn e Jim Gallert, il saggio che ha come sottotitolo “A History of Jazz in Detroit, 1920-60” racconta di come al città abbia avuto un impatto significativo sullo sviluppo del jazz in America, con il suo proprio suono, distinto da quello dalle altre capitali del jazz quali Chicago, New Orleans, St. Louis o Kansas City.
Sulla falsariga di questo libro si inserisce un’altra lettura consigliata, pubblicata soltanto un paio di anni fa: “Jazz from Detroit” di Mark Stryker, una ricerca che si concentra negli anni ’40 e ’50, quando grazie al volano dell’industria automobilistica la classe media afroamericana poté contare su programmi di educazione musicale nelle scuole pubbliche e di una vibrante scena club.

Tra i diversi testimoni di quel momento di passaggio epocale, due mentori della comunità nera come il pianista Barry Harris e il sassofonista Yusef Lateef trasformarono la città in un vero e proprio jazz club itinerante, un circuito creativo che contribuì all’affermazione di numerosi celebri musicisti tra i quali Elvin Jones, Milt Jackson, Donald Byrd, Ron Carter, Joe Henderson.

Tuttavia, nella nella storia musicale e culturale di Detroit anche il jazz, molti anni prima della techno, ha avuto il suo movimento di resistenza: Stryker infatti ricorda l’importanza dei poco conosciuti collettivi di musicisti e band degli anni ’60 e ’70, orfani della Motown, che diedero vita ad esperienze di eccellenza musicale e che ruotavano intorno ad etichette che hanno lasciato la loro impronta sulla matrice afroamericana della metropoli come la Hastings Jazz Experience, la Strata Corporation (il cui claim era “The sound of Detroit”) e, soprattutto, la Tribe Records.

Prima ancora che una label, la Tribe Records, il cui principio ispiratore rispondeva al messaggio “la musica è la forza curativa dell’universo”, era il nome di un collettivo fondato nel 1971 dal sassofonista Wendell Harrison e dal trombonista Phil Ranelin.

Ignorato dal mainstream, come molti altri progetti spontanei dei musicisti afroamericani di quegli anni a Detroit, il collettivo Tribe si affermò insieme ad altre iniziative culturali per ridefinire l’identità musicale della Motor City; le idee di Wendell Harrison sull’indipendenza, l’autodeterminazione e l’educazione erano centrali nel concept del collettivo Tribe i cui primi album “An Evening With The Devil” (1972) e “A Message From The Tribe” (1973) divennero pietre miliari del jazz di Detroit dei primi anni ’70.

Nel 1979, Harrison si unì al pianista/compositore Harold McKinney per dare vita a Rebirth Inc., la jazz performing arts association tuttora attiva e punto di riferimento del tessuto creativo urbano, che rappresentò da quel momento in poi la naturale evoluzione ed allargamento della Tribe a nuovo punto di riferimento per la musica a Detroit.

Questa esperienza, unica nel suo genere, rimane ancora oggi considerata come la risposta di Detroit all’ascesa del free jazz incarnato dall’Art Ensemble of Chicago e dall’AACM, è stata oggetto di alcune operazioni di riscoperta, tra le quali la raccolta “The Hastings Street Jazz Experience – Detroit Jazz Composers” pubblicata da Universal Sounds (Soul Jazz Records) e la retrospettiva  “Hometown: Detroit Sessions 1990 – 2014” edita dalla Strut.

Oltre che dai cultori del jazz meno conosciuto, questa scena autenticamente detroitiana che ruotava intorno al collettivo Tribe è stata più volte celebrata dai DJ e producer di Detroit, in primis dallo stesso Carl Craig, il quale ha dedicato a questo straordinario collettivo e alla nuova generazione di jazzisti che ne hanno fatto parte tramandando fino ad oggi il verbo e l’identità non soltanto il suo progetto The Detroit Experiment del 2001 (con la collaborazione, tra gli altri, del sassofonista Marcus Belgrave) ma anche il progetto reunion dal titolo Rebirth, pubblicato per la sua etichetta Planet E e che ha rappresentato un inatteso ritorno sulle scene di questo leggendario movimento jazzistico.

Analogamente a quanto fatto da Carl Craig, altri DJ e producer fortemente radicati alle loro origini hanno dichiarato il loro tributo alla scena jazz di Detroit: Juan Atkins, Theo Parrish, Moodymann e naturalmente Mike Banks e con lui tutti i musicisti e producer coinvolti nel progetto Underground Resistance.

L’EP “Hi Tech Jazz” accreditato a Galaxy 2 Galaxy (nome dietro il quale si celava lo stesso Banks e il marchio UR), infatti, è probabilmente ispirato al misconosciuto progetto synth-funk dei Griot Galaxy, leggendario act underground di Detroit dei primi anni ’80 con all’attivo il solo album “Kins”, recentemente riscoperto.

Il celebre synth di “High Tech Jazz” rappresenta tuttora la pietra miliare dell’incontro tra elettronica e jazz, da alcuni anche celebrato come l’inizio del cosiddetto “Nu Jazz” e proprio per questo è parte integrante delle sempre più rare esibizioni live del collettivo, specie nella celebre performance Timeline, in occasione della quale “Mad” Mike si è fatto accompagnare da DJ e producer della seconda generazione, Esteban Adame, Santiago Salazar, DJ Dex, Raphael Merriweathers Jr. e Gerald Mitchell.

Proprio quest’ultimo, tastierista e pianista, affascinato come gli altri dall’etica sociale della musica cui si faceva ispirare Banks e che si stabilì a Detroit sin dalla prima metà degli anni duemila, continua a gravitare intorno all’area di interesse dei pionieri della techno, in primis di Jeff Mills: non a caso figura tra i musicisti che hanno dato vita a Spiral Deluxe, la rivisitazione elettronica del concetto di quartetto jazz concepita da Mills insieme ai giapponesi Kenji HinoYumiko Ohno.

Il doppio EP “Voodoo Magic” è il risultato di una session di registrazione di due giorni, presso il celebre Ferber Studio di Parigi, in occasione di una residenza al Louvre.
Un progetto corale che nasce proprio dalla rivisitazione del concetto di jazz quartet in chiave elettronica, reso possibile non solo dell’interplay tra i quattro musicisti ma anche dall’apertura sempre più marcata verso il jazz e le musiche “altre” diverse dalla techno dello stesso Mills e del suo firmamento di progetti musicali targato Axis.

Ne sono la riprova anche due recenti lavori che confermano la virata verso il jazz della Axis: l’ultimo album del producer house Byron The Aquarius intitolato “Ambrosia” uscito alla fine dello scorso anno ed il recente “Counter Active”, pubblicato a gennaio scorso a nome The Paradox e che sancisce la collaborazione tra Jeff Mills e Jean-Phi Dary, tastierista originario della Guyana, attivo sin dagli anni’80 nel collettivo di Tony Allen e presente nei credits del già citato progetto “Tomorrow Comes The Harvest” di Mills e Allen del 2018.

Jeff Mills Tony Allen

Se da un lato in questo ultimo anno e mezzo abbiamo visto crollare molte certezze, dall’altro possiamo affermare che l’energia creativa di Jeff Mills non si è mai spenta; il nuovo sentiero tracciato lungo la direttrice del jazz oltre ad assecondare la sua prima grande passione musicale sembra essere finalmente giunto ad un punto di svolta, come dimostrano le ultime recenti release firmate Axis; un segnale, questo, che dimostra come “il meglio” probabilmente debba ancora arrivare.