twenty eight + = thirty five

Rotterdam, città in continuo sviluppo sotto diversi campi artistici, raccontata attraverso le label che stanno facendo la differenza (e di cui si parla decisamente troppo poco).

Rotterdam. Il porto più grande d’Europa. Una città cosmopolita nel DNA, dalla sua nascita. Bisogna partire dalle origini della città a sud dei Paesi Bassi per comprendere appieno la sua vocazione. La grande capacità di riflettere i cambiamenti sociali e culturali e accoglierli.

Divisa dal Nieuwe Maas, la città olandese ha portato avanti l’avanguardia in tantissimi settori artistici: dall’architettura al cinema, dalla fotografia alla musica. Inoltre, la sua identità da città portuale ha mostrato al meglio come la gentrificazione possa dare un valore aggiunto alla cultura di una città.

L’anima europeista di Erasmo da Rotterdam sarebbe facile da scomodare, ma in realtà questo processo avviene in età contemporanea. Certo, la storia aiuta e la geografia ancor di più. Ma scommettere su nuove visioni e reinventarsi, mantenendo intatto il proprio patrimonio , non è la scelta più semplice.

Sicuramente è la scommessa che ha pagato di più. Negli ultimi anni dove le città si son trasformate e sovraffollate, Rotterdam ha anticipato i cambiamenti, facendo delle subculture e delle minoranze la chiave vincente su cui tracciare il profilo nuovo di una comunità.

I due terzi dei minorenni nati qui son di origine non olandese. Un dato statistico che la dice lunga su come si è sviluppata la città. Nel 2017 la mostra fotografica “Europa. What Else?” aveva evidenziato negli scatti di Cartier Bresson la vana certezza di pensare che l’identità culturale occidentale non sia un valore da scardinare totalmente.

Anche nella musica elettronica, la grande fortuna di Rotterdam e un po’ di tutti i Paesi Bassi, è stata quella di non adagiarsi o idolatrare solo un fenomeno di massa, ma di sviluppare e andare oltre ad un forte mutamento sociologico che la cultura Gabber ha indicibilmente segnato negli anni ’90.

Cultura che ha dimostrato quanto la musica elettronica, per gli orange, non sia un aspetto marginale, ma un vero e proprio patrimonio artistico o ancora meglio un aspetto di vita centrale. Tanto da diventare una filosofia che ha  creato contrasti e discussioni su temi come il razzismo e la deriva della società post anni ’80.

Dall’iconica copertina di “Amsterdam, waar lech dat dan?” di Paul Elstak, è nata la cultura hooligans. Si, non una delle migliori espressioni culturali olandesi, ma pur sempre un fenomeno sociologicamente influente che vede proprio nel riconoscimento musicale la sua espressione massima.

Una cultura che seppur ormai morta da più di un decennio, ha portato avanti una filosofia dove il party diventa momento di sfogo e stasi nella frenesia del quotidiano. Oltre ad aver sensibilmente contribuito ad aumentare l’hype di brand come Adidas, Nike e Kappa.

Una scena riconosciuta anche dalla stampa. A fine giugno 1998 su “De Volkskrant”, uno dei principali quotidiani olandesi, esce un articolo in cui si celebra il decimo anniversario della più grande rivoluzione della cultura giovanile. La musica stava cambiando forma ma la legittimazione della sua importanza era un fatto compiuto.

Insomma, elementi fondamentali per l’evoluzione culturale non solo olandese ma anche europea. Che ha tratto da queste esperienze, talvolta estremiste, nuove consapevolezze.  

Oggi la scena underground di Rotterdam, pur restando segnata dall’esperienza pregressa, si è reinventata lasciando spazio a nuove suggestioni musicali. Grazie al lavoro di diversi collettivi e label che hanno portato freschezza e soprattutto hanno trasportato la concezione musicale in una dimensione futura.

Rotterdam è un incubatore di tendenze, una Berlino pre-commercializzazione da fenomeno Berlin Calling. Lungimirante si, senza avere la pretesa di dover seguire il glamour dell’innovazione spasmodica. Riprende le regole compositive senza stravolgerle per una sperimentazione egocentrica, ma reinterpretata.

Rotterdam Records è stato quindi solo il primo esperimento di successo. Che nel 2012 ha smesso di vivere, ma ha ripreso la sua attività nel 2018 portando in auge nuovamente la techno hardcore. Rotterdam ha nuove visioni e nuove etichette che stanno scrivendo un nuovo cammino di ricerca.

Pinkman è senz’altro una di queste. La label è stata fondata da Marsman nel 2013 per rendere disponibile in vinile la musica prodotta dai suoi amici. L’inaugurazione dell’etichetta avviene con le release di Drvg Cvltvre e Roberto Auser.

I primi Ep tracciano una strada netta verso una ricerca su un sound electro inizialmente legato alle sperimentazioni detroitiane e a lavoro di colossi come i Kraftwerk. Ma presto la genesi di Pinkman diventa solo un punto di partenza per la successiva nascita di un’identità artistica.

L’electro rimane il marchio di fabbrica per tutti i dj facenti parte del roster olandese ma diventa un sound più cupo, chiuso da reverb continui e da sample vocali aggressivi, quasi a rimembrare le voci hardcore.

Pinkman nasce dall’esigenza di dare ad una comunità sotterranea, con il ritorno anche dei rave illegali, una nuova colonna sonora.

Atmosfere futuristiche si mischiano a groove dark house con sfumature acid techno. Pinkman non ha paura di osare, e non vuole definirsi dentro i confini pericolosi di new electro. Piuttosto parte da questa concezione per aprirsi a tutto ciò che regala emozioni e cattura suggestioni.

Dopo l’apertura del Record Shop nel 2018, e la collaborazione col nuovo club di Rotterdam RTM, dove due volte l’anno si svolgono le serate Pinkman, l’etichetta ha raggiunto nuove esperienze al proprio bagaglio. Grazie ad artisti come Art Crime, Gamma Intel, Alessandro Adriani e Lockier, giusto per citarne alcuni.

Altro gioiello di qualità è Rotterdam Electronix. Un’etichetta che ripropone in chiave techno electro, questa volta intrisa di tagli dub, le sonorità elettroniche. Un’espressione super contemporanea e con un’unicità nel sound facilmente riconoscibile. Fanno parte del roster nomi che declinano questo sound in maniera differente.

Offset ha tracciato una linea di electro che potremo definire quasi deep, che rallenta il naturale carattere progressivo di questo genere e lo taglia con linee scure. Crossover Network, alias Mike Smith è uno di quelli che rappresenta al meglio quello che abbiamo sottolineato come carattere distintivo per Rotterdam.

La capacità di unire a un modo di fare musica, una suggestione visiva che ci porta subito ad una dimensione subalterna a quella particolarmente faticosa in cui stiamo attualmente vivendo. “Malignant System”, uscita lo scorso maggio, release del dj scozzese è ad esempio una proiezione in una situazione irreale.

L’intento del disco, e un po’ di tutto il lavoro di Rotterdam Electronix, fin dalla sua fondazione nel 2017, è stato proprio quello di non avere una linea ma di cercare di uscire dalla comfort zone tradizionale. In maniera differente. Esempio: Larionov e St. Theodore riprendono la tradizione electro spingendosi verso un suono spaziale.

L’uscita dello scorso anno “Intergalactic Transmission” era stata una chiara dichiarazione d’intenti, ripetere un sound che poteva considerarsi decaduto e riportarlo in una dimensione densa di elementi dark. Mantenendo come sfondo una linea di bassi fresca, creando quel contrasto futuristico che rappresenta l’elemento di fuga.

Classificando in base a questa capacità assoluta di riprendere tratti identitari e portarli in una nuova dimensione, un posto d’onore lo merita assolutamente Mord Records.

L’etichetta fondata da Bas Mooy è riuscita nel difficile intento di coniugare techno e identità culturale.

La compilation “Rotterdam” realizzata nel 2019 racconta la storia di una città. La raccolta, nata dalla collaborazione tra l’etichetta e l’Istituto olandese per il suono e la visione è una perfetta sintesi dello spirito di cui Mord si fa posterchild nel panorama elettronico.

L’obiettivo era infatti quello di unire al caratteristico sound cold techno, la mappa sonora della città, dove la classe operaia ha avuto un ruolo sostanziale. La vocazione industriale è restituita in musica con suoni metallici e vibranti che richiamano a uno scorrere della vita, scanzonato dalle atmosfere della techno.

Da Alber Van Abbe a Nene Hana, da Rrose ad Anteni, gli artisti di Mord si sono cimentati in un’indagine più profonda sul sound design. Un manifesto per una label, che come al solito non tradisce il concetto di avanguardia spingendolo verso una riflessione irripetibile e sensibile verso il mondo esterno.

Se dalla costola di Adamo è nata Eva, dalla costola di Mord nasce un’altra operazione discografica super interessante. TH ± Tar Hallow nasce da Thanos Hana, anche lui protagonista della sopracitata Rotterdam, che si esprime in questa label con visioni alternative.

Se Mord abbandona l’electro per spostarsi decisamente sulla cassa dritta, TH ± Tar Hallow mantiene un’anima dark techno, con ritmi molto più incalzanti, e di conseguenza alzando decisamente i BPM, ma riunisce gli elementi electro in quello che potremo definire un vero e proprio laboratorio musicale.

Il risultato è un sound sicuramente originale, a tratti forse confusionario e difficile da collocare, ma proprio per questo in continua evoluzione. Una ricerca che in ogni traccia si arricchisce di nuovi elementi portando questa etichetta a confermarsi tra le più intriganti nel panorama europeo.

Altra realtà interessante, nata a Rotterdam ma che in realtà ospita e collabora con realtà oltre i confini nazionali olandesi è Reclaim Your City. L’etichetta discografica riesce ad alternare tra le proprie release nomi più celebri del panorama techno internazionale ad eccellenze rigorosamente Made in Dutch.

Questo è ad esempio il caso dell’uscita di “Liquid Shares” EP di Deniro, dj olandese e Rene Wise, producer nativo di Brighton. L’Ep riesce ad unire velocità e ritmo ad un sound dub techno, configurandosi come un genere che guarda al dancefloor e che accoglie elementi tipici della minimal come bassline e groove.

Inoltre Reclaim Your City riesce ad arricchire enormemente di qualità il proprio operato grazie alla serie di podcast che contiene ormai più di 400 episodi. La serie si basa proprio sull’incontro tra due città, a configurare ancora di più un “porto” metaforico di scambi, mantenendo l’anima della città alla base della propria filosofia.

 

Ultima nel nostro racconto la label ARTS che in realtà è stata fondata a Berlino, ma opera a tutti gli effetti a Rotterdam da diversi anni.

ARTS è stata fondata da Emmanuel, dj di origine greca naturalizzato italiano, che esordì nel mercato discografico con tracce legate alle sue origini elleniche per poi concentrarsi su un sound techno tipicamente inglese.

ARTS è una label che anche in questo caso racchiude differenti punti di vista, rappresentati e descritti dalle nove piattaforme a cui fa riferimento la label principale. Il lavoro dell’etichetta si concentra anche sull’artwork e tutti gli aspetti secondari della musica, nella ricerca tra riferimenti culturali e confini da superare.

Infatti lo slogan dell’etichetta è “Spingendo i confini di ciò che è accettato come la norma o lo status quo, principalmente nell’arte e nel regno culturale.” Una frase che traccia l’etica e la direzione di tutti gli artisti che fanno parte del collettivo ARTS.

Da Jonas Kopp a Terrence Dixon, da James Ruskin a Radio Slave, da Traumer a Fabrizio Lapiana. Apparentemente nomi piuttosto slegati, sicuramente appartenenti a mondi e formazioni di generi quasi contrapposti ma che, in ARTS, hanno trovato terreno fertile per potersi esprimere.

Raccogliere la multiculturalità e renderla protagonista, creando un catalogo vario dove la parola d’ordine è anche in questo caso avanguardia. Suoni differenti, contrastanti trovano compimento in nuove armonie ed incroci mai provati prima, dove la techno si ripete senza mai somigliare troppo a se stessa.

La release di Roberto Rodriguez, avvenuta appena due settimane fa, è la dimostrazione lampante della convivenza di più anime dentro la logica ARTS. Una visione di techno fluida, dove ritmi più duri son smorzati da linee melodiche e synth stridenti a restituire un prodotto mai scontato.

Son soltanto alcune delle label che hanno dimostrato in questi anni quanto la scena di Rotterdam sia viva e riesca bene a riportare una perfetta congiunzione tra sonorità più scure e l’electro, che mai come in questi anni è ritornata alla gloria e sta dettando le sonorità cardine in voga.

Ma Rotterdam ha un potere. Quello di anticipare le tendenze, senza ricadere in una ripetizione passiva e senz’anima di cose trite e ritrite. L’avanguardia che questa città impone a tutto il mercato discografico porta nuovi stimoli nel panorama musicale.

Una città che impone la sua voce da anni, anche se viene citata ancora troppo poco dai clubber. E che merita il posto di rilievo che in questi anni si è meritatamente conquistata.