La scorsa settimana Innellea ha annunciato pubblicamente una pausa dalla scena. Ha cancellato tutti i contenuti dai social, lasciando online soltanto un testo in cui spiega la necessità di prendere distanza da feed, opinioni e aspettative per ritrovare un contatto diretto con sé stesso e con la musica.
Nel messaggio emerge un punto preciso: nel tempo, attorno al nome Innellea si è consolidata un’idea sonora sempre più definita. I commenti sul “come dovrebbe suonare” il progetto si sono moltiplicati, fino a influenzare la percezione del suo stesso percorso. È qualcosa di giusto? Assolutamente no. È comune di questi tempi? Diremo di sì.
Su Parkett uno dei fattori che ci guida da sempre nella scelta degli artisti che proponiamo è la riconoscibilità artistica. Dopo anni che ascoltiamo e selezioniamo musica, quel piacere di identificare un drop, una bassline e saperlo ricondurlo immediatamente a un artista ci dona una brezza di speranza, anche perché spesso i progetti che ascoltiamo sono pieni di cliché musicali del momento, intrisi di trend dell’ ultimo minuto o copie mal riuscite e pensate del nuovo artista in hype del momento. È anche vero che però chi è capace di sperimentare e cambiare direzione, senza scommettere su formule consolidate, ha dimostrato alla lunga di costruire percorsi più solidi e soprattutto meno influenzati da elementi esterni.
Nel caso di Innellea, il DJ chiarisce che il progetto nasce come esperienza elettronica a spettro ampio, tra set estesi e momenti vocali live, e non come contenitore di un unico stile. Tutto giusto, se non fosse che Innellea si colloca in un periodo storico in cui la musica elettronica e l’ identità sono continuamente mostrati sui social come prodotti estetici, ben confezionati prima ancora che ben pensati. Lui stesso è immerso in questo sistema, ci ha costruito un immaginario dentro una riconoscibilità immediata e funzionale.
Oggi l’ identità artistica tende a cristallizzarsi rapidamente, alimentata da algoritmi, hype ciclici e narrazioni che privilegiano la coerenza formale. Il problema è che con il tempo, quella cifra stilistica diventa parametro di giudizio ed il processo creativo rimane incastrato lì, a metà tra l’altro voglia di evolversi e la certezza di avere dei fan pronti a supportarti (maledetto il giorno in cui l’ elettronica è diventata un terreno di fan club e curve di tifosi).
L’artista si muove all’interno di un perimetro già tracciato dal pubblico e dall’industria. La libertà di cambiare direzione entra in tensione con l’immagine costruita negli anni. Nel caso di Innellea, questa pressione si traduce nella scelta di interrompere temporaneamente l’esposizione online per recuperare uno spazio di ricerca meno condizionato.
Il paradosso finale la reazione della community che nei commenti al posto dimostra quanto il tema sia condiviso e che molti artisti riconoscono la stessa frizione tra evoluzione personale e aspettativa collettiva. Tutti lì a scrivere commentini rasserenati, e poi a pensare solo ai cuoricini, stramaledetti cuoricini (California concedici la licenza poetica).
La pausa di Innellea assume un valore che supera il singolo caso: riporta al centro una domanda concreta sul rapporto tra visibilità costante e libertà creativa si, ma ci racconta anche un certo coraggio nell’ ammetterlo. Perché a priori dei giudizi musicali, dei gusti musicali Innellea ha avuto il coraggio di dire “stop, io non ci sto più”. Ed è tantissimo in un mondo in cui esistiamo se riceviamo costantemente feedback altrui. No, Innellea vuole provare ad esistere al di fuori di algoritmi schiaccianti, commenti dei vari Bro su IG e soprattutto fuori da un’ immagine in cui forse la sua musica non si riconosce più. E noi non possiamo che augurargli un grosso in bocca al lupo.
