seventy seven − 71 =

I Depeche Mode, rivissuti attraverso i remix dei dj che hanno riproposto in chiave dancefloor i classici immortali della band che ha oltrepassato e cambiato per sempre gli schemi del pop.

Depeche Mode. Una band, un pezzo di storia, una rivoluzione musicale.  Forse si è già detto tutto, o forse no su Dave Gahan&Co. Ma una cosa è certa. Oggettivamente, i Depeche Mode sono tra i gruppi che hanno reso l’elettronica credibile ai radical chic o ai fedelissimi del rock.

Sarebbe riduttivo definirli i signori del synth pop. Quel pop elettronico facile (e con questo non vogliamo dire che ci dispiace) dalla quale son partiti, è stato solo l’inizio di un’identità che ha spaziato dalla new wave al pop rock, dall’electro blues al goth punk.

A Basildon nel 1976 nacquero i Composition of Sound,  con l’entrata di Martin Gore tra Vince Clarke , Mark Pex ed Andrew Fletcher. Di lì a poco, l’incontro sulle note di “Heroes” di David Bowie con Dave Gahan che avrebbe dato il nome Depeche Mode, ispirandosi a un’omonima rivista di moda francese.

La traduzione reale della parola “Depeche Mode” dal francese indica il gazzettino di moda. Erroneamente, e secondo un’interpretazione che ci stimola particolarmente indicava la moda passeggera, dal verbo “se dépêcher“. Un nomignolo provocatorio verso la società anni ’80, incatenata tra paillettes, yuppies e color blocking.

Nell’era dominata dal punk dei Sex Pistols, dal romantic pop dei Duran Duran, dalla musica ambient e dalle prime sperimentazioni elettroniche dei Kraftwerk collocarsi diventa non più un atto trasgressivo , ma un riconoscimento formale limitativo , che non guarda ad un imminente futuro prossimo.

Si, possiamo dirlo che i Depeche Mode son stati particolarmente bravi in questo. A cavalcare, reinterpretare, uscire da una comfort zone facile segnata ad esempio dai compagni di etichetta Soft Cell, e percorrere una strada piena di rischi, di atmosfere cupe ed inesplorate.

“Violator” nel 1990 ha segnato l’apice di questa ricerca, avendo una capacità formidabile. Essere un disco pop, electro e rock perfettamente credibile in tutte le tre vesti.

Pensare che il basso di “Personal Jesus” sia stato registrato dal rumore dei passi sul pavimento dello studio di Milano dove venne in parte inciso il disco, fa capire la lungimiranza del gruppo britannico. E nonostante i detrattori e i nostalgici dei tempi di “Violator”, i Depeche hanno conservato negli anni la loro integrità artistica.

Nonostante le rivoluzioni culturali e musicali, rispetto a molti altri colleghi, hanno saputo camminare sempre un passo avanti, portando dei lavori che, anche nel nuovo millennio, non sono mai risultati banali o prevedibili. Una band con un cammino complicato, dominato dagli abusi e dalla sregolatezza, che ha superato i 40 anni di vita.

La loro discografia è qualcosa di irrinunciabile per qualsiasi amante appassionato di musica elettronica. Lo sanno bene i disc jockey che, in questi anni, hanno spesso riproposto le hit della band di Essex, in chiave ballabile. Spesso con buoni risultati, altre volte snaturando totalmente un lavoro così completo e perfetto in se stesso.

Nel 2004 è uscita la raccolta “Remixes 81-04”, nell’etichetta discografica del gruppo Mute, che all’epoca era stata inglobata nella major EMI solamente da due anni, dove sono stati remixati diversi dei pezzi più celebri della band. La ristampa del disco è avvenuta in tre versioni, dove si son aggiunte nuove tracce remixate.

Ma negli ultimi anni con l’uscita degli ultimi lavori discografici, la lista si è ampliata notevolmente e tantissime personalità del mondo elettronico hanno voluto confrontarsi con l’iconicità della band inglese. Abbiamo selezionato per voi alcune delle nostre tracce preferite, per rivivere i Depeche Mode sulla pista da ballo.

“Just Can’t Get Enough” (Schizo Mix)

 

“Just Can’t Enough” è contenuta nel primo album “Speak and Spell”, uscito il 5 ottobre del 1981 su Mute Records. Il brano, scritto interamente da Vincent Clarke, che aveva composto quasi tutti i brani di questo primo disco, è il primo successo synth pop del gruppo. In breve tempo diventa un inno dei primi locali gay, spopolando oltre oceano, in una protogenesi del sound della band.

I riferimenti testuali son ancora frivoli e lontani dalle atmosfere introspettive dei lavori successivi. Nonostante ciò “Just Can’t Enough” rispecchia la società anni ’80 configurandosi come un singolo ballabile. Rispetto all’originale, il remix di Schizo enfatizza e prolunga il riff su cui si sviluppa la melodia, e aggiunge synth progressivi per dare alla melodia un passo meno scanzonato, e donargle un retrogusto più cupo.

La versione di Schizo, contenuta nella prima raccolta “Remixes 81-04”, riscuote un discreto successo senza andare ad intaccare particolarmente nessun elemento armonico dell’originale.

“Everything Counts” (Oliver Huntemann & Stephan Bodzin remix)

Nel 1983 esce “Construction Time Again” ed inizia la rivoluzione del pop elettronico da parte dei britannici. Il disco intero accoglie numerose novità come l’introduzione dell’uso di samples creati con l’utilizzo di materiali come il vetro o il metallo. Il disco, sviluppato in parte a Berlino raffigura il cambiamento dei membri del gruppo, che erano appena entrati in un circolo vizioso caratterizzato da una vita sessuale intensa e dall’abuso di sostanze stupefacenti.

Il singolo “Everything Counts” si stacca dalla banalità dei testi precedenti e si configura come un grido apparentemente innocuo ad un sistema capitalista che invece di essere contrastato, sta prendendo il sopravvento.  Il remix di Huntemann e Bodzin riprende il carattere “industrial” dell’intero album, riproponendolo in chiave più dura ed eliminando totalmente i synth leggeri.

La traccia è scarnificata lasciando protagonisti i rulli metallici e la voce di Gahan, l’atmosfera che si crea è più cupa e tetra, quasi a descrivere alla perfezione l’inizio di un’apologia depressiva, che non connoterà inizialmente la sofisticata piega introspettiva dei testi delle canzoni future, ma la lontananza dall’immaginario collettivo borghese in cui Gore era cresciuto. Il remix rende assolutamente piena giustizia alle dichiarazioni d’intenti di “Construction Time Again”.

“Behind the Wheel” (Vince Clarke Remix)

“Behind the Wheel” è contenuta nell’album “Music for Masses”, edito il  28 settembre del 1987. Il lavoro arriva dopo appena un anno dalla pubblicazione di “Black Celebration”, momento in cui la riflessione sulla società odierna era ormai diventato il principale topic della scrittura di Martin Gore.

Dopo un masterpiece come “Stripped”, malinconico e lontanissimo dalla visione pop euforica dei primi dischi, nessuno avrebbe immaginato che “Music for Masses” potesse contenere delle hit come “Never Let Me Down” o “Strange Love”. Il disco abbandona leggermente il minimalismo del lavoro precedente, risentendo della nuova collaborazione con Dave Vascombe dei Tears for Fears. “Behind The Wheel “ è una traccia perfetta che unisce gli elementi rock, elettronici e pop raggiungendo l’armonia totale tra le parti, forse fin’ ora mai riuscita nei dischi precedenti.

I suoni analogici son per un attimo messi in secondo piano, è una hit sofisticata, ma pur sempre una hit. Il remix di Vince Clarke, che aveva abbandonato i Depeche Mode dopo “Speak and Spell” e aveva successivamente fondato gli Erasure è anche questo contenuto nella raccolta “Remixes 81-04”. In questo caso, l’approccio di Clarke avviene sulla bassline dove vengono inseriti dei synth melodici e dei kick che ritornano in maniera ossessiva, donando alla traccia originale la dimensione da pista totalmente assente. Vince ha fatto un grande favore ai suoi ex colleghi, l’equilibrio nuovo è ridondante, empatico, trascinante.

“Little 15” (Priku Mix)

“Little 15” è stato, all’interno di “Music for Masses”, uno dei singoli che ha riscosso minore successo. Il disco, uno degli ultimi ad essere inciso, non ha avuto il successo commerciale di molte hit dei Depeche Mode.

Nonostante ciò, nel 2018 il dj rumeno Priku ha deciso di remixare questo disco eliminando l’originale melodia al pianoforte e portando in primo piano il riff secondario, reinterpretandolo secondo una chiave più deep che trasforma la melodia in un groove ipnotico. L’unica nota ferma è la voce di Dave Gahan, che viene trattata come un richiamo sensuale e caldo. Remix molto interessante e riuscito.

Enjoy the Silence (Timo Maas Extended Remix)

Il 19 marzo del 1990 esce “Violator” tutt’oggi il disco più venduto dei Depeche Mode. Il disco che contiene le hit che hanno consacrato definitivamente il successo della band britannica. Perché “Violator” ha rappresentato la perfetta sintesi tra l’emergere della techno, la decadenza del synth pop e le atmosfere krauft intraprese e portate avanti da gruppi come i Cure, che in quello stesso anno si contendono la vetta delle classifiche.

“Enjoy the Silence” non ha bisogno certo di molte presentazioni, l’orchestra e i sintetizzatori si fondono in un’armonia irripetibile, profonda che dopo tante elaborazioni riesce a mettere d’accordo la critica. Approcciarsi ad un’opera perfettamente compiuta in se stessa, che aveva raccolto e unito gli stimoli di Berlino con quelli di Detroit, la tradizione pop britannica con quella rock americana, viene da se che non sia assolutamente un affare facile.

Timo Maas remixa “Enjoy the Silence”, cercandone di cristallizzare la profondità, chiarificando gli effetti, cercando di amalgamare all’ennesima potenza archi orchestrali e sintetizzatori vibranti. Il risultato non è forse eccelso ma è rispettoso dell’opera, ed è oggi tra i remix più riproposti durante i dj set  di tantissimi artisti. Soprattutto in chiusura, dove “Enjoy the Silence” è sempre una conclusione stupefacente.

“It’s no good (Maceo Plex Remix)

Gli anni prima di “It’s No Good”, singolo contenuto nell’album “Ultra”, uscito nel 1997, sono particolarmente tormentati per la band. La crisi è profonda e si parla anche nel 1995 di un possibile scioglimento, soprattutto dopo l’episodio di Los Angeles in cui Dave Gahan tenta di togliersi la vita. Dopo l’uscita di Wilder, gli altri membri del gruppo tornano a lavorare sul disco ma solo a circa ad un anno di distanza dal tentato suicidio Dave Gahan ha un overdose di eroina e cocaina e rischia nuovamente la vita.

Insomma, le premesse con cui tornare ad approcciarsi al lavoro in studio non sono ottime, ma Ultra sforna delle nuove visioni che contrappongono le ballads ai pezzi più ritmati. Non è un caso che la catena Ultra, il festival elettronico che domina la Miami Music Week e ha sviluppato eventi in tutto il globo, prenda il nome proprio da questo disco.

“It’s no Good” è una traccia che ripesca elementi industrial e li rimescola a quell’electro blues che aveva cambiato anni prima il destino della band. Il remix di Maceo Plex arricchisce la traccia originale, ma probabilmente non le dà e non le toglie niente. Insomma il disco è potente di suo, e la nuova dimensione sottolinea la bellezza della traccia originale in maniera piuttosto neutra. Questa volta Maceo ha reso felici i puristi, senza dubbio.

Only When I Lose Myself (Lexicon Avenue Remix)

“Only When I lose Myself” apre la raccolta “The Single 86-98”. Il singolo è sulla scia di “Ultra” e raccoglie ancora parte dell’equilibrio instabile di Gahan. Nel testo esprime un’eccitazione inspiegabile nel perdersi e ritrovarsi, figlia delle continue crisi personali del frontman della band

I Lexicon Avenue, da buoni inglesi di Newcastle , riconoscono lo spirito del brano. Il loro remix è intenso e tiene in considerazione l’esigenza comunicativa di Gahan in quel periodo, che rimane centrale all’interno del remix. Una perfetta trasposizione per i club inglesi dove questo remix ha riscosso un grande plauso.

 

Painkiller (Plastikman Remix)

“Painkiller” è una traccia strumentale che viene registrata durante l’incisione di “Ultra” e viene successivamente pubblicata nel B side di “Barrel of a Gun”. Nella raccolta “Remixes 81-04” il remix che viene inciso è quello di Dj Shadow, ma questo remix uscito successivamente ad opera di Plastikman è un vero capolavoro.

Richie Hawtin, nelle vesti di Plastikman, riesce a trasformare questo echeggiare di sintetizzatori e virtuosismi melodici in una traccia con un’anima minimalista, scarna. Una traccia da ballare, da ascoltare in pieno stile Plastikman. Sublime, rinata. I remix dovrebbero dare nuova vita ai brani, e qui l’intento è riuscito con un risultato più che discreto.

Dream On (Dave Clarke Club Mix)

“Dream On” apre “Exciter”, lavoro del 2001 dopo quattro anni di stop, principalmente dovuti ai numerosi problemi di Gahan. Sicuramente non il disco più bello dei Depeche Mode, a detta dei fan più sfegatati forse il meno ispirato. Le canzoni sono prettamente influenzate dagli anni ’50 e ’60, con una dimensione amorosa malinconica di solito poco presente nei precedenti lavori.

Il singolo di apertura riprende un po’ lo spirito di “Never Let Me Down Again” , riunendo gli strumenti con i battiti delle macchine, come da buona tradizione. Il remix che viene fatto da Dave Clarke, è in pieno stile del disc jockey britannico che trasporta la traccia nella dimensione techno incalzante che lo caratterizza.

Il disco è ballabile e febbrile , in un crescendo incessante dove la voce di Gahan oltre a risultare velocizzata viene digitalizzata per coprire gli spazi tra i kick e le armonie. “Dream On” diventa una perfetta traccia con cui scatenarsi in pista, in pieno stile Clarke.

The Sinner in Me (Ricardo Villalobos Conclave Remix)

“The Sinner in Me” è il quarto brano nella tracklist di “Playing the Angel“, quello che potremmo definire il disco della rinascita.  Si pone la questione della scrittura, che fino ad allora era sempre stata per la mano di Martin Gore, e che viene reclamata da Gahan.

Giunti ad un nuovo compromesso e ad una visione musicale finalmente matura e consapevole del proprio passato, l’album si rivela riuscito proprio per il grado di consapevolezza che la band ha raggiunto. Dave Gahan è più equilibrato, lontano dai propri problemi personali, e questa nuova forza diventa trainante nella scrittura dell’album che risulta un lavoro maturo e ricercato, soprattutto nei testi.

“Precious” diventa presto un successo che scala le classifiche con una produzione che riunisce e ritrova quel blues elettronico che tanto aveva fatto in “Violator”. Un estimatore dichiarato dei Depeche Mode è proprio Ricardo Villalobos, che stimolato e rianimato dall’ottimo lavoro discografico dei suoi idoli, decide di remixare “The Sinner in Me”, regalando un masterpiece per la sua personale discografia e per ogni buon amante del dancefloor.

Il remix trasporta la calda e sensuale voce di Dave Gahan, che mai come in questo disco acquisisce una credibilità a livello comunicativo, nella dimensione minimal di Ricardo che mantiene le sue sonorità tipiche, influenzate anche dalle sue origini sudamericane, e confezionando un remix memorabile.

Wrong ( Trentemøller Remix)

Nel 2009 arriva “Sound of the Universe” , dodicesimo album del gruppo britannico. “Wrong” è il disco più incisivo di tutto il disco con un piglio decisamente più rock rispetto ai lavori passati. In generale, non riesce a compensare la generale ripetitività del disco che risulta piuttosto piatto.

Il remix di Trentemøller mantiene il suo stile caratteristico intriso di delay e reverb pungenti, scegliendo appunto un pezzo che si presti a soddisfare la sua tendenza a rielaborare in chiave elettronica produzioni tipicamente rock. Il disc jockey danese dà a “Wrong” una rilettura certamente interessante, ma non indimenticabile.

Going Backwards (Solomun Club Mix)

Il singolo “Going Backwards” apre “Spirit” il quattordicesimo disco della band britannica, uscito il 17 marzo del 2017. Dave Gahan e compagni tornano a diventare portavoce di messaggi di stampo politico e sociale. L’album viene infatti partorito in un’epoca disseminata da ingiustizie sociali oltre che da cambiamenti epocali come il governo Trump o l’uscita della Gran Bretagna dall’unione europea.

Questa traccia viene apprezzata da diversi disc jockey per farsi perfetta sintesi di tutte le influenze e gli elementi che fino a quel momento avevano dominato la produzione dei Depeche Mode. La traccia viene remixata da Chris Liebing e Maya Jane Coles.

Qui vi proponiamo il remix di Solomun, che fra tutti, risulta quello che restituisce al brano tutta la sua carica esplosiva, configurandosi come una hit ballabile al cento per cento. Il dj bosniaco riesce a creare una netta divisione tra l’intro del pezzo e il suo sviluppo, che manifesta il rispettoso approccio dovuto ad avvicinarsi a dei mostri sacri quali i Depeche.

Where’s the Revolution (Patrice Baumel Remix)

“Where’s the Revolution” è stato il primo singolo estratto da “Spirit”. Proprio in questa produzione si sente la mano del nuovo team creativo, presente dietro la produzione di questo album che comprende nomi come i Foals, Florence&the Machine e Artic Monkeys.

Il remix di Patrice Baumel toglie il respiro originario del pezzo e lo integra in una dimesione spaziale, una techno melodica fluida dove lo slogan sul dove sia la rivoluzione non è urlato o sottolineato con veemenza, ma diventa parte integrante della fluidità che avvolge l’intero sviluppo del remix.

Cover Me (Dixon Remix)

Chiudiamo questa raccolta dei remix più celebri delle hit dei Depeche Mode con il remix di “Cover Me” di Dixon. Il disc jockey berlinese ha preso questo brano di “Spirit” immergendolo ed adattandolo in maniera veramente audace al sound Innervisions. La potenza del cantato di Gahan arriva in maniera diretta, configurando una traccia versatile da ascolto si, ma anche da pista. Un mix potente e carico di groove.